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domenica 02 gennaio 2011
Battisti, le lacrime di coccodrillo della sinistra che è amica dei killer
La sinistra becera è alla melma.
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battisti
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Diritto e Giustizia: [II radical chic fingono indignazione per la libertà all'ex terrorista, ma sotto sotto esultano. Tra i progressisti snob delusi da Lula c'è anche chi nel 2004 invocò la liberazione del terrorista: vittima del sistema. Tra i firmatari Scalfari, il re di chi si sente al di sopra di tutto. Anche della verità. Il governo non intende mollare: richiama l'ambasciatore e annuncia un altro ricorso. Frattini scrive alla presidente Rousseff: "Smentisca Lula". Una letterea anche dal figlio di Sabadin: "Voglio giustizia, non vendetta, per mio padre ucciso"
scalfari
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Inacio Lula da Silva, nel l'ultimo giorno utile della sua presidenza del Brasile, ha fat to la cosa più inutile e danno sa che poteva fare: ha rifiuta to l'estradizione del terrori sta- scrittore Cesare Battisti. Non poteva spendere peggio il suo ultimo giorno di manda to. Naturalmente gli intellettua li esultano. Direte, non tutti. No, ma quelli che almeno in Italia e in Francia vengono considerati tali sì. Se in Italia un intellettuale sta a destra infatti è uno scarto o un venduto. Scegliete voi. Torniamo al punto. Perché Cesare Battisti va difeso? Perché non è un reo, secondo lorsignori, ma è la vittima. Le vittime non sono primariamente i morti che ha fatto, è lui vittima di un sistema che combatteva, magari con i mezzi sbagliati ma pur sempre con qualche sostanziale ragione. L'11 febbraio del 2004 sul sito online Carmilla fu pubblicato un appello per la liberazione di Battisti che, il giorno prima, in Francia, finalmente e giustamente era stato arrestato. Questo appello fu firmato in pochi giorni da 1.500 persone, tra le quali intellettuali di spicco come Valerio Evangelisti, Giorgio Agamben, Giuseppe Genna, Wu Ming, Vauro, Daniel Pennac e un ventiquattrenne napoletano di nome Roberto Saviano ( che insieme a qualche altro poi la tolse, ma di questo parleremo tra poco). In quell'appello questa è la descrizione che viene data dell'ex leader dei Proletari armati per il comunismo: «Un uomo onesto, arguto, profondo, anticonformista nel rimettere in gioco se stesso e la storia che ha vissuto. La sua vita in Francia è stata modesta, piena di difficoltà e sacrifici, retta da una eccezionale forza intellettuale». Se non ci fosse la Francia di mezzo uno potrebbe pensare al vero Cesare Battisti, ma lì c'era di mezzo l'Austria. Un uomo onesto. Condannato come responsabile di quattro omicidi, tre come concorrente nell'esecuzione, uno ideato con altri e da altri eseguito: 6 giugno 1978, Antonio Santoro, maresciallo della Polizia penitenziaria; 16 febbraio 1979, Lino Sabbadin, macellaio; 16 febbraio 1979, Pierluigi Torregiani, gioielliere; 19 aprile 1979, Andrea Campagna, agente della Digos. Tutto questo per gli intellettuali che hanno firmato l'appello non conta. Il loro giudizio supera queste piccolezze della storia degli uomini, omicidi compresi. Dalla parte del reo c'è l'idea, il progetto rivoluzionario. Dalla parte della vittima c'è lasfiga di essersi trovata lì a mettere i bastoni tra le ruote dell'idea. E l'idea l'ha tolta di mezzo. La sua vita in Francia è stata modesta e piena di sacrifici. Quella dei familiari delle vittime conta meno. Quella di Alberto, figlio di Pierluigi Torregiani, che da quel giorno vive paralizzato su una sedia a rotelle, conta meno delle difficoltà che ha dovuto affrontare Battisti per sfuggire alla giusta pena inflittagli dalla giustizia italiana. La furia dell'idea rivoluzionaria e di sinistra trancia tutto, anche le gambe di un figlio di un onesto gioielliere. Non conta nulla. Nulla è più importante. Qualcuno poi s'è pentito,Pincio e Saviano. Saviano, quello della lotta per la legalità, con una mail sostenne che la sua firma era finita lì per caso. Pincio ha ritrattato. Ma va bene lo stesso. L'intellettuale di sinistra è un intellettuale che può sbagliare. L'intellettuale liberale, e magari anche di destra, sbaglia per il fatto di esistere, come avrebbe detto il filosofo tedesco Martin Heidegger, per il fatto di esserci. È un male non solo italiano, ma ciò non consola. L'intellettuale che supera tutto, che è al di sopra di tutto semplicemente perché con altri intellettuali ha deciso che sono al di sopra. Il principe metafisico di questo tipo di intellettuali è Eugenio Scalfari: che si occupi dell'Io (cioè Lui, l'Eugenio), che detti la linea alla politica italiana o che la detti al presidente Napolitano non conta. Come non conta per gli altri intellettuali. La realtà è un orpello fastidioso. Quello che conta sono gli occhiali con i quali viene letta, come nel caso del povero Battisti che in Francia ha vissuto tra tanti sacrifici. Speriamo che in Brasile, visto il clima, stia meglio.

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[BIl figlio di Sabadin scrive alla Rousseff: "Chiedo solo giustizia"

[IAdriano, figlio di Lino Sabbadin, il macellaio ucciso il 16 febbraio 1979 a Santa Maria di Sala (Venezia), in una lettera aperta indirizzata idealmente al neo presidente Dilma Rousseff e a tutti i brasiliani dice: "Trent'anni fa Battisti ha ucciso mio padre. Non voglio vendetta, ma da allora aspetto giustizia e non l'ho avuta"

Venezia - "Trent'anni fa Battisti ha ucciso mio padre. Non voglio vendetta, ma da allora aspetto giustizia e non l'ho avuta". Lo scrive Adriano Sabbadin, figlio di Lino Sabbadin, il macellaio ucciso il 16 febbraio 1979 a Santa Maria di Sala (Venezia), in una lettera aperta indirizzata idealmente al neo presidente Dilma Rousseff e a tutti i brasiliani. Sabbadin, nella missiva pubblicata da "Il Corriere del Veneto" che la recapiterà all'ambasciata in Italia, dice di essersi sentito "profondamente ferito dalla decisione di Lula di non estradare Cesare Battisti", di cui ricorda tutto l'iter giudiziario, la condanna, la fuga dall'Italia prima a Puerto Escondido, poi in Francia e infine in Brasile. Dopo un richiamo toccante alla morte del padre - "venne colpito con i colpi di grazia" quando era già a terra ferito - e alla sua vita di allora 17/enne "completamente stravolta", Sabbadin ricorda "che non c'é pace senza giustizia e la mia famiglia non ha avuto giustizia. Quel che interessa a me oggi non è tanto che Cesare Battisti resti in galera per sempre, ma vederlo pentito. E da questo purtroppo siamo lontani. Per questo è giusto che espii la sus pena, anche a trent'anni di distanza dai delitti".
fonte: Il Giornale   postato da: navigatore  

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