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martedì 17 agosto 2010
Le parole della nuova destra e l'arte dell'arrembaggio
di Franco Cordero
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Prof. Franco Cordero
Prof. Franco Cordero
Politica: Le Destre parlavano una lingua austera, nitida, classica. Quintino Sella coniuga matematica, Dante, sapienza geologica. L' agronomo castellano Bettino Ricasoli sovrintende agli studi della figlia. Nella prigione borbonica Silvio Spaventa divora economia, diritto, filosofia: s' è letto Spinoza e, tre volte, l' hegeliana Fenomenologia dello spirito; vuol tradursela. Chiude il ciclo Marco Minghetti, ricco d' eleganza naturale, sebbene venga da famiglia popolana bolognese arricchitasi col blocco napoleonico, gentiluomo anglomane nel cui charme intellettuale la regina Margherita trova compenso alle delusioni domestiche. La Sinistra adopera un lessico piatto, freddo, puntuale.
Crispi invece ribolle, convulso, maleducato, torbido, mitomane, e ha degli ammiratori. Alla fine Mussolini impone uno stile ellittico, percussivo, torvo, fantasmagorico: crede che basti dirlo, inscenando qualche parata, e i guerrieri erompano dal suolo a milioni; li arma d' innocue baionette nell' epoca dei cingoli, motori, cannoni lunghi, cariche cave. L' eloquio berlusconiano rilancia modelli da fiera: arremba senza requie; reinventa i fatti; promette la luna. In Spagna rivela che fossero guerra civile i casi giudiziari 1992 e seguenti, quando è saltato il coperchio alla pentola del malaffare pubblico, ed esorta i colleghi europei, esterrefatti, a guardarsi le spalle (ingrato: era l' unico beneficiario; eredita la piazza nell' aberrante forma d' un dominio personale). Ogni tanto «sbraita»: dal latino medievale «bragire», nitriti e versi meno nobili; li suppongo happenings allestiti dai semiologhi d' Arcore. Su fogli francesi ricanta l' epica favola: anno Domini 1992 comunisti infiltrati nella magistratura colpiscono lo Stato alla nuca; viste nel paniere le teste dei gloriosi partiti, scende in politica, malvolentieri perché ha tanto daffare nelle sue imprese; va a Palazzo Chigi, salva l' Italia e gl' infami lo pugnalano. Dopo 6 anni vi torna: ripetono l' assalto; li sgominerà. Lo racconta a lettori nella cui memoria qualcosa resta dell' ironia voltairiana, quasi intrattenesse un pubblico inebetito. Funge da autorevole secondo il ministro dell' economia (successore in pectore, dicono, quando lui traslochi al Quirinale). Era apparso nell' ora della massima audience e chi l' ha visto narra effetti strepitosi, paragonabili alla famosa cronaca orsonwelliana d' una invasione dallo spazio: stavolta la catastrofe erano voragini lasciate nel tesoro dal defunto governo; ma l' incubo svanisce subito, come gl' invasori alieni. Lo stesso, roteando gli occhi, arrotava l' aggettivo «grottesco» nell' epitaffio sull' exministro degli Esteri. Sabato 23 febbraio quarantamila manifestano a Milano in difesa della legalità: spettacolo festoso, dicono le cronache; scenari da ceto medio, commenta con una smorfia l' archimandrita del purismo comunista. Ma siamo in piena commedia dell' arte. Domenica il guardasigilli padano pronostica violenze e tempi plumbei, notando en passant che funesto vento illiberale soffi dall' Europa (guai se lo importassimo attraverso le rogatorie). Nella notte da lunedì a martedì un' intelligentissima bomba rompe dei vetri e disturba la colonia felina del prato sulla sinistra del Viminale. Sincronismi perfetti. L' indomani mattina un exCapo dello Stato, «liberale cattolico», lancia l' autaut al presidente in carica (Corriere della Sera, 26 febbraio: Dica qualcosa contro le parole di piombo): o presta man forte all' apocalisse antiberlusconiana, se vi crede; oppure condanni i «tardi giacobini», «giustizialisti forcaioli», affinché non tornino i «tempi bui», ossia «lotta armata», «assassinio politico, fisico o morale», nonché «stragismo», dalla parte opposta. Spericolati commenti governativi: le parole forti annunciavano violenze piriche; post hoc, propter hoc. Nella fiera dei mondi virtuali l' automa cibernetico modula stereotipi. Severi ectoplasmi deplorano i tribunali ribelli alla legge, alla Cassazione, alla Corte costituzionale, non avendo la più vaga idea del come stiano le cose. Ad esempio, sulle rogatorie, affare ignobile: «premesso che è un' ottima legge...»; «in fondo chiediamo solo un innocuo timbro»; «prima i diritti del cittadino, poi l' Europa». Viene il dubbio, da gelare il sangue, che lo pensino davvero, essendo regolati così i rispettivi ordigni cerebrali. Il rabbino boemo della fiaba s' era fatto un golem, omuncolo meccanico (N. Wiener, Dio & Golem s.p.a., Boringhieri 1967). Quanti ne comanda B.? Il falso circola a man salva, applaudito. Gregari guastatori rompono l' altrui discorso con bramiti, fischi, borborigmi. L' invettiva scatta gratuita e scurrile. Sicari in livrea ghignano, stridono, sibilano. Transumanti da sinistra, catecumeni sorridenti o ringhiosi, vecchi in cerca d' epifanie, suonano i salmi del padrone ai crocevia, tenendo d' occhio gli spazi agibili del notabilato. Nella Londra d' Hogarth i libellisti abitavano Grub Street. Cadute le repubbliche italiane giacobine, sulle orme austrorusse fiorivano dei «vivamaria» più o meno letterati. Il capolavoro della letteratura fobica sono i Mémoires pour servir à l' histoire du Jacobinisme, 5 volumi, d' Augustin Barruel, exgesuita, in combutta col furioso antivoltairiano Elie Catherine Fréron nell' Année littéraire: e rispetto ai chierici attuali, l' abate Barruel è Leibniz; elabora fantasie psicotiche ma chi abbia discernimento vi trova materia interessante. Poveri diavoli, erano laboriosi, colti, affamati. I pronipoti ostentano ferrea indifferenza alle idee, indossata come armatura, perché «ignorance is strenght» (slogan finale proclamato nei Due Minuti d' Odio: Orwell, Nineteen eightyfour, I.1). Incapaci d' ironia, mimano lo sberleffo falsario. Se lo guadagna chi, indicando fatti enormi, rileva che piega nefasta piglino le cose italiane: habemus dominum; entra nelle teste dagli schermi; fabbrica deputati e ministri nell' alambicco aziendale (quel torinese raccoglieva tangenti perché gli serviva denaro, dovendo comprare tessere del partito blu, in vista d' una candidatura elettorale, ma i talent scouts d' Arcore l' hanno scartato alla visita: non aveva il look, sebbene fosse bravo manager); sta inglobando lo Stato; plana sulle rotte degl' imperatori bizantini; oppone anatemi alle sacrileghe accuse mossegli da qualche pubblico ministero; parlamentari genuflessi gli servono leggi ad personam. Gli officianti nuovo stile ridono: uno sferra l' epiteto «apocalittico» e l' orchestra se lo passa esilarata; homo ridens, com' è giusto nell' età televisiva. L' ipnosi lascia pochi spiragli: caduto in desuetudine lo sforzo del concetto, i consumatori chiedono confuse allusioni al già pensato o meglio ancora, fumo; menti atrofiche incassano solo parole «segnate dal commercio». Lo scriveva Theodor Adorno, 51 anni fa, non sapendo dove sarebbe arrivato B. nell' inamidare i cerebri. Allora gli eufemisti rispettavano i canoni, come quando un critico lodava Animal Farm, forse destinata a sopravvivere tra le fiabe infantili (i lettori sanno che orribile storia sia e quanto vera): peccato che l' ultimo romanzo sia lugubre; fantasie da moribondo disperato; accreditiamogli buoni intenti, però non era «a great novelist», anzi nemmeno «a good novelist» (G. Fraser, The Modern Writer and his Word, Penguin Books, 1972, 158 sg.). Formule ipocritamente riguardose. Aveva del mestiere Grub Street e dette bene, le infamie offendono meno, mentre l' ultima moda impone i piedi chiodati. Cogliamo un fiore: nelle reti berlusconiane nessuno piglia ordini dal padrone, notoriamente; ogni autentico liberale, dunque, può solo augurarsi che ne controlli sei, esercitandovi quel suo filantropico illuminismo pluralistico. Conflitto d' interessi? Fantasie maniacali, né ha senso legiferarvi. Gl' inesistenti non richiedono norme. Veniamo ai 38 stratagemmi. Li espone Schopenhauer nelle 44 pagine d' un manoscritto databile Berlino 183031: esce postumo col titolo Dialektik, Lipsia 1864 (Adelphi, 1991); è un trattatello d' eristica, l' arte viziosa d' ottenere ragione anche se abbiamo torto. I neosanfedisti l' hanno nel sangue. Peschiamo qua e là: mandare in collera l' interlocutore (n. 27); affibbiargli maschere antipatiche o ridicole (n. 32); evadere sistematicamente dal tema (n. 34); sbigottirlo con flussi verbali senza senso (n. 36); saltargli addosso (n. 38). Esistono contromosse, a parte duelli e querele? No, i modi cortesi non garantiscono partite leali: l' inferiore, vistosi tale, soffre più che d' un insulto, perché «magnifice senti[t] de se ipso» (Hobbes, De Cive, I.5); allora erutta contumelie. Solo chi abbia tanto sangue freddo imita Temistocle: aggredito da Euribiade, insisteva; «bastonami ma ascolta». Il consiglio d' Aristotele (ITopici, ultimo capitolo) è non disputare col primo venuto: l' interlocutore va scelto tra persone abbastanza intelligenti e serie da intendere gli argomenti buoni anche ex adverso; ma su 100 ne scoviamo uno, commenta quel pessimista d' Arthur. Molto usata la diversione (n. 29): larga via d' uscita; chi non sa rispondere, intavola questioni estranee fingendole pertinenti. Ad esempio, contro l' accusa d' avere pagato sentenze romane, ventila possibili buone ragioni del presunto corruttore: punto irrilevante; quello da decidere è se esistesse il racket della giustizia venduta. O evoca una famosa bestia nera, l' accanimento investigativo: abbasso i Torquemada; la privacy è valore supremo, qualunque cosa brulichi sotto, donde il divieto d' indagare ossia diritto a non essere scoperti. Spirano gusti più criminaloidi che libertari, ma non c' entra nemmeno la filosofia lassista: gl' indaganti lavoravano su testimonianze confermate da movimenti bancari; casi presto definibili se difese armate fino ai denti non lo impedissero, avendo alleati Camere e governo. Trapelano sottintesi maligni quando l' apologeta rievoca azioni penali distorte: se era avvenuto altrove, non può essersi ripetuto qui?; alita l' idea che corruttori e corrotti talvolta operino nel senso storicamente giusto. E' da teste storte volere eguali i cittadini, fossero anche ricchissimi, maghi dell' etere, stravotati.

Fonte: Repubblica — 01 marzo 2002 pagina 15
fonte: La Repubblica   di: Costantino D'Onorio De Meo

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