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sabato 05 dicembre 2009
Boffo? Non era vero niente
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Feltri ammette l'errore.
Feltri ammette l'errore.
Diritto e Giustizia: No che non va bene. Vittorio Feltri ci ha ripensato. Tutta la campagna contro il direttore di "Avvenire" Dino Boffo, accusato dal "Giornale" di essere un molestatore, e di aver infastidito una giovane donna perché sarebbe stato l'amante del marito, era sbagliata. Non era vero niente. L'informatore di Feltri non è stato preciso. Ma intanto Boffo si è dimesso da direttore di "Avvenire", e il ripensamento di Feltri è una brutta pagina, l'ennesima purtroppo del giornalismo italiano. Feltri ha dichiarato, testualmente: "Boffo non risulta implicato in vicende omosessuali, tanto meno si parla di omosessuale attenzionato.
Questa è la verità. Oggi Boffo sarebbe ancora al vertice di "Avvenire". Personalmente non mi sarei occupato di Dino Boffo, giornalista prestigioso e apprezzato, se non mi fosse stata consegnata da un informatore attendibile, direi insospettabile, la fotocopia del casellario giudiziario che recava la condanna del direttore a una contravvenzione per molestie telefoniche. Insieme, un secondo documento (una nota) che riassumeva le motivazioni della condanna. La ricostruzione dei fatti descritti nella nota, oggi posso dire, non corrisponde al contenuto degli atti processuali".Dopo tutto quello che è accaduto nella vicenda, con le dimissioni e il tentativo di annientare moralmente il direttore di "Avvenire" queste parole di Feltri andrebbero scolpite nella pietra. Anzi, vorrei che la vicenda Boffo-Feltri possa diventare il tema fondamentale per l'esame di stato da giornalista nella prossima sessione di esame. Perché è un caso da manuale, è un tipico esempio di come il potere dei media abbia una scarsissima dimestichezza con il controllo delle fonti e con il rispetto per le persone. Come si siano usati e si continuino a usare i giornali per scopi che non hanno niente a che fare con l'informazione. E come i danni della cattiva e strumentale informazione non siano sanabili. E non bastano le scuse tardive. Feltri oggi si scusa, ma a questo punto: a cosa serve? Negli Stati Uniti Vittorio Feltri si sarebbe dovuto dimettere per molto meno. [L'Unità]

Bagnasco: "Dai giornalisti esame di coscienza"


giornalisti debbono fare un'esame di coscienza. Lo ha chiesto il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, nel giorno in cui finalmente è emerso - per ammissione del direttore del Giornale Vittorio Feltri - che non aveva fondamento lo "scandalo" che ha costretto Dino Boffo a dimettersi dal giornale dei vescovi Avvenire.


I giornalisti debbono fare un'esame di coscienza. Lo ha chiesto il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, nel giorno in cui finalmente è emerso - per ammissione del direttore del Giornale Vittorio Feltri - che non aveva fondamento lo "scandalo" che ha costretto Dino Boffo a dimettersi dal giornale dei vescovi Avvenire.

"Il nostro Paese di fronte alle grandi questioni che lo interrogano ha bisogno di un linguaggio serio e sereno, di cultura del rispetto, di passione per il bene comune", ha affermato il cardinal Bagnasco in un messaggio ai partecipanti al convegno dell'Ucsi, in corso a Roma alla Camera dei Deputati.

Nel testo il cardinale ha sottolineato l'importanza del "Manifesto per un'etica dell'informazione" promosso dall'Ucsi. In proposito il cardinale ha messo in guardia gli operatori della comunicazione da un rischio: quello che si corre "quando la comunicazione perde gli ancoraggi etici e sfugge al controllo sociale".

Ha quindi invocato la categoria a curare la "formazione delle nuove generazioni", impegno - ha aggiunto che "ben si inserisce nel percorso che la chiesa italiana ha iniziato proprio ai riguardo della questione educativa". Ed ha proseguito: "Anche nella realta' dei media si avverte l'importanza e l'urgenza di padri e maestri che con la loro testimonianza professionale, umana e cristiana, sappiano indicare ai giovani la strada del servizio alla verità in alternativa a quella del protagonismo".

In sintonia con l'appello di Bagnasco anche l'auspicio che "nel mondo dell'informazione ci siano sempre meno brontoloni e sempre più informatori", espresso invece da monsignor Domenico Pompili, portavoce della Cei, nell'omelia pronunciata questa mattina nella messa con la quale si è aperto il Convegno.

"Brontola anche oggi - ha sottolineato il direttore dell'Ufficio Nazionale delle Comunicazioni Sociali - chi si limita ad elencare le cause della crisi senza additare uno sbocco, senza pre-vedere una traiettoria, senza proporre un'alternativa. Dobbiamo riconoscere che talvolta anche nel mondo dell'informazione abbondano le analisi preoccupate ma non si riesce a far emergere oltre la diagnosi una possibile svolta. Manca lo sguardo che vada oltre la cronaca per lo più triste dei nostri giorni".

L'invito del portavoce della Cei è a vincere "rassegnazione o fatalismo" per dare voce ad un "desiderio che non si acquieta e che anche oggi serpeggia nelle coscienze di tanti: quello di vedere la realtà, cioè di capire il mondo, di non rassegnarsi alla cecità dei significati. Per far questo ci vuole gente determinata e consapevole come i due ciechi del Vangelo, che non si rassegnino cioè alla cecità dello sguardo e soprattutto che osino andare oltre la cortina fumogena del già noto, del già visto, del già detto".

10 punti
Dieci "punti" per ridare "dignità e spessore" al "mestiere del giornalista" sono indicati dall'Ucsi nel suo Manifesto. "L'informazione - si legge al punto 1 - non è spettacolo, anche se può far uso di forme che sono proprie dello spettacolo. Il compito di una corretta informazione non può essere quello dell'intrattenimento". "Il giornalista - prosegue il manifesto - è chiamato a dare ragione, pubblicamente, dei criteri di valutazione che lo hanno indotto a prendere determinate decisioni" per cui "è del giornalista anche la responsabilità della forma, del taglio e dell'impostazione secondo cui le notizie sono date". "Compito del giornalista - si legge al punto 4 - resta l'approssimazione massima alla verità. La necessità d'interpretare, in altre parole, non significa rinunciare all'onestà intellettuale". E al punto 5: "al giornalista non bastano solo preparazione e onestà. Oggi ci vuole qualcosa di piu'. E questo qualcosa di più, questo valore aggiunto, è l'aspetto etico".

Gli estensori del manifesto fanno riferimento anche ai cosiddetti "poteri forti" chiedendo agli operatori della comunicazione "di salvaguardare l'autonomia della professione e il diritto alla libera espressione delle proprie opinioni, che sono uno dei fondamenti della democrazia". "In definitiva - si legge a conclusione del testo - lo scopo di questo manifesto è di richiamare ciascun giornalista e comunicatore a uniformare cio' che egli sceglie nella sua attività quotidiana ai criteri etici riconosciuti alla base del proprio lavoro. Solo così può essere salvaguardata la cultura delle professioni dei giornalisti e dei comunicatori e la loro funzione di servizio alla comunità: facendo corrispondere ciò che il professionista è con ciò che egli fa, nella misura in cui lo fa bene". [Rainews24]

Feltri s'inchina a Boffo. E accusa chi gli passò carte false

A più di tre mesi dall'attacco a Dino Boffo e ad "Avvenire", il direttore del "Giornale" Vittorio Feltri è tornato sulla vicenda per dire - già nel titolo - che per lui "il caso è chiuso".

Chiuso con l'accertamento della falsità delle accuse portate contro lo sventurato.

Feltri afferma di "aver avuto modo di vedere" gli atti processuali riguardanti l'ex direttore di "Avvenire". E ha scoperto che "da quelle carte Dino Boffo non risulta implicato in vicende omosessuali", né si parla di lui come di "omosessuale".

Di conseguenza, Feltri tributa a Boffo l'onore delle armi, sia come giornalista "prestigioso e apprezzato", sia per il suo atteggiamento "sobrio e dignitoso". Egli, conclude, "non può che suscitare ammirazione".

Ma c'è di più, nella nota del direttore del "Giornale".

In sostanza, Feltri fa sapere di aver investigato sulla fondatezza o no delle accuse a Boffo non prima della pubblicazione delle stesse, ma solo dopo, molto dopo.

E se così ha fatto - pubblicando e avvalorando a scatola chiusa le carte poi da lui riscontrate come false - è stato solo perché quelle carte gli erano state "consegnate da un informatore attendibile, direi insospettabile".

Feltri non specifica altro. Ma si sa che le carte a lui passate sono le stesse che prima dell'estate erano state recapitate per posta, anonimamente, a circa duecento vescovi e personalità cattoliche di spicco.

Dal campo cattolico sono venute e in campo cattolico hanno alla fine colpito, grazie alla chiamata in azione di Feltri.

Ma a conti fatti, il mandante "insospettabile" dell'operazione non può certo cantare vittoria.

Ad "Avvenire" come nuovo direttore c'è Marco Tarquinio, cioè quanto di meglio i veri amici di Boffo potevano aspettarsi.

E al "Giornale" c'è sempre Feltri, che però ora ha il dente avvelenato contro chi l'ha tratto in inganno.

Ecco qui di seguito il testo integrale della nota di Vittorio Feltri, in forma di risposta a una lettera, dalla prima pagina di "il Giornale" di venerdì 4 dicembre 2009: [L'Espresso]

*

IL CASO È CHIUSO

"BOFFO: HO AVUTO MODO DI VEDERE"

Caro direttore,

ho letto nel suo fondo alcune considerazioni su Dino Boffo, il direttore di Avvenire che si dimise in seguito a una intricata vicenda di molestie. Devo dirle che mi sono sempre domandata perché una cosa così piccola sia diventata tanto grande al punto da procurare un fracasso mediatico superiore a quanto meritasse. Lei che ha acceso la miccia che ne dice a distanza di tre mesi?


Eva Cambra

*

Gentile signora,

quando abbiamo pubblicato la notizia, per altro non nuova (era già stata divulgata da Panorama sia pure con scarsa evidenza) eravamo consapevoli che non sarebbe passata inosservata. Ma non per il contenuto in sé, penalmente modesto, quanto per il risvolto politico. Infatti era un periodo di fuochi d'artificio sui presunti eccessi amorosi di Berlusconi. La Repubblica in particolare si era segnalata con servizi quotidiani su escort e pettegolezzi da camera da letto. Il cosiddetto dibattito politico aveva lasciato il posto al gossip usato come arma contro il premier anche in tivù, oltre che sulla stampa nazionale e internazionale.

Persino l'Avvenire, di solito pacato e riflessivo, cedette alla tentazione di lanciare un paio di petardi. Niente di eccezionale, per carità; data però la provenienza, quei petardi produssero un effetto sonoro rilevante. Nonostante ciò, personalmente non mi sarei occupato di Dino Boffo, giornalista prestigioso e apprezzato, se non mi fosse stata consegnata da un informatore attendibile, direi insospettabile, la fotocopia del casellario giudiziale che recava la condanna del direttore a una contravvenzione per molestie telefoniche. Insieme, un secondo documento (una nota) che riassumeva le motivazioni della condanna. La ricostruzione dei fatti descritti nella nota, oggi posso dire, non corrisponde al contenuto degli atti processuali.

All'epoca giudicammo interessante il caso per cercare di dimostrare che tutti noi faremmo meglio a non speculare sul privato degli altri, perché anche il nostro, se scandagliato, non risulta mai perfetto.

Poteva finire qui. Invece l'indomani è scoppiato un pandemonio perché i giornali e le televisioni si scatenarono sollevando un polverone ingiustificato. La "cosa", come lei dice, da piccola è così diventata grande. Ma, forse, sarebbe rimasta piccina se Boffo, nel mezzo delle polemiche (facile a dirsi, adesso), invece di segretare il fascicolo, lo avesse reso pubblico, consentendo di verificare attraverso le carte che si trattava di una bagattella e non di uno scandalo. Infatti, da quelle carte, Dino Boffo non risulta implicato in vicende omosessuali, tantomeno si parla di omosessuale attenzionato.

Questa è la verità. Oggi Boffo sarebbe ancora al vertice di Avvenire. Inoltre Boffo ha saputo aspettare, nonostante tutto quello che è stato detto e scritto, tenendo un atteggiamento sobrio e dignitoso che non può che suscitare ammirazione.

VF [Il Giornale]

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