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martedì 18 agosto 2009
L 'armata "s'agapò".
Cancella il mito di «italiani brava gente» il filmato «La sporca guerra di Mussolini» basato sul massacro di molti civili a Domenikon, nel febbraio del '43: la Grecia come i Balcani o l'Etiopia
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Columna Infamiae: Andrà in onda su History Channel, domani alle 21, il documentario di Giovanni Donfrancesco La guerra sporca di Mussolini prodotto da Ga&A production. Il film indaga su un episodio supercensurato dell'ultima guerra in Grecia, l'eccidio di Domenikon, dove furono trucidati tutti gli uomini dai quattordici anni in su di quel paesino della Tessaglia, in risposta a un attentato della resistenza in cui morirono nove soldati italiani.
Fu un'interpretazione del tutto fuori dalle regole dei trattati internazionali, non occhio per occhio, ma testa per dente, come indicava in una circolare il generale Mario Roatta. Nell'eccidio del 16 febbraio 1943 i soldati italiani trucidarono 150 civili e i sopravvissuti, che all'epoca erano i bambini scampati al massacro, ricordano ancora i fatti di quella notte. A raccogliere le testimonianze e decidere di portare il caso in tribunale è Stathis Psomiadis che perse il nonno nell'eccidio. Il suo corpo lo riconobbero perché la madre, bambina anch'essa, gli diede le sue scarpine da tenere nella tasca della giacca e da quelle fu riconosciuto nella fossa comune dove tutti i corpi furono gettati.
Il giovane Stathis forse pensa che in Italia tutti questi fatti sono sconosciuti; certo non sa (e molti non sanno) che nel 1953 Guido Aristarco, semplicemente per aver pubblicato sulla rivista «Cinema Nuovo» la sceneggiatura di L'armata S'agapò di Renzo Renzi, film che raccontava dei fatti dell'esercito italiano in Grecia, subì insieme a lui un processo e il carcere per quaranta giorni, nella fortezza di Peschiera. L'accusa fu di «vilipendio delle Forze armate e dell'arma di cavalleria», la condanna a a sette mesi e alla rimozione del grado a Renzi e a sei mesi ad Aristarco (quando Pirro nel '56 scrisse Le soldatesse, intendendo con questo le prostitute inviate all'armata «S'agapò», potè farlo senza problemi, ma anche lui nel '50 aveva cercato di produrre un film sugli italiani in Grecia e gli fu impedito di farlo). Per «armata S'agapò» («ti amo», in greco) si intendeva l'esercito composto da quei soldatini italiani diciottenni arrivati in Grecia più per fare la corte alle ragazze che per combattere, come ancora ricordano i vecchi intervistati, e come ci raccontò anche Salvatores in Mediterraneo.
Ma a parte i diciottenni c'erano anche gli ordini dei generali e dei vertici militari. Il generale Benelli in primo grado, comandante in Grecia della divisione Pinerolo che parla di «salutare lezione» e propose l'encomio per l'azione punitiva. E questo fu il primo di una serie di episodi che segnarono il '43, lotta ai «ribelli» senza quartiere, secondo la circolare del generale Carlo Geloso, comandante delle forze italiane di occupazione, in cui si sanciva il principio della «responsabilità collettiva». Il movimento partigiano andava annientato a partire dalle comunità locali, bisognava fare terra bruciata, non lasciare mezzi di sostentamento.
Italia e Grecia appartenevano nel dopoguerra, secondo i piani degli alleati, a quel baluardo contro il comunismo per cui i crimini di guerra venivano cancellati e si spazzava via anche il ricordo della resistenza in Grecia con la dittatura dei colonnelli. Di questo, naturalmente, non si parla nel documentario, tranne che del fatto che i responsabili dell'esercito italiano, invece di essere messi di fronte alle loro responsabilità come i nazisti, furono nel dopoguerra dislocati in posti strategici dell'esercito o confluirono nei servizi segreti. Il documentario sottolinea più e più volte, invece, che non si fece menzione di questi avvenimenti perché si voleva sponsorizzare il volto umano dell'esercito italiano, il famoso «italiani brava gente» da contrapporre ai cattivi nazisti. Eppure perfino i tedeschi protestarono per il comportamento eccessivo degli italiani in Grecia, dove fecero terra bruciata di villaggi, requisirono viveri tanto da far scoppiare la carestia che costò la vita a più di quarantamila persone, un genocidio vero e proprio. E che si fecero notare in Africa orientale per l'uso vietato di gas e in Jugoslavia per le condizioni disumane delle deportazioni. Di tutto questo parla, tra l'altro, un libro appena uscito, «L'occupazione italiana dei Balcani, crimini di guerra e mito della brava gente (1940 - 1943)» di Davide Conti, ed. Odradek, che si contrappone al processo di rimozione avvenuto nel nostro paese.
Ora che anche la Grecia ha compiuto il sorpasso rispetto all'Italia (se non altro in fatto di salari, notizia di ieri) si allontana sempre di più l'epoca in cui Ciano poteva dire: «la Grecia è un paese così povero che non può da noi essere concupito». In ogni caso la marcia su Atene era stata proibita da Hitler, ma Mussolini voleva farsi largo nei Balcani per non essere da meno. Fu il famoso «Spezzeremo le reni alla Grecia», si sa come andò a finire.
Dei fatti della Grecia, studiati a lungo dalla storica Lidia Santarelli, docente presso la Columbia University negli Usa, vediamo nel film dati e materiali che emergono dall'oblio. A presentare il documentario è intervenuto anche un altro storico Filippo Focardi, dell'università di Padova e Sergio Dini presidente dell'associazione nazionale magistrati militari, procuratore militare a Padova: «I fatti di Dominikon - dice - sono un chiaro esempio di crimine di guerra che come tale può essere perseguito anche oggi, poiché le amnistie del dopoguerra compresa quella di Togliatti non comprendono tali crimini. Io stesso ho inviato una denuncia». Anche Stathis Psomiadis ha depositato una denuncia al tribunale greco. È stata archiviata, ma ora la presenterà presso la corte di giustizia europea, perché è meglio non lasciare buchi neri nella storia.
fonte: Il Manifesto   postato da: ulisse50  

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