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martedì 11 agosto 2009
Anche in vacanza stai pagando Berlusconi
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La RAISET
La RAISET
Diritto e Giustizia: Quando si parla del conflitto d'interessi di Berlusconi, lo sbadiglio incombe: troppo se n'è detto e ripetuto, al punto che a molti pare una scatola vuota, uno slogan rituale che non si capisce più nemmeno cosa voglia dire.
Quindi se siete tra quelli annoiati dal tema - ad agosto, poi - lasciate perdere questo palloso e lungo post: continuate serenamente a pensare che la nostra sia una democrazia come le altre e continuate a versare inconsapevolmente il vostro obolo in euro a Berlusconi.

A beneficio degli altri, magari poco avvertiti in merito eppur curiosi: il conflitto d'interessi sta nella possibilità che un tizio, essendo allo stesso tempo potente imprenditore e leader politico, usi il suo potere economico per avere vantaggi politici (chiameremo questa eventualità CASO A) e nel contempo usi il suo potere politico per avere vantaggi economici (chiameremo questa eventualità CASO B).

Si tratta quindi di un vantaggio bidirezionale, sia rispetto ai concorrenti nell'agone politico (CASO A) sia rispetto ai concorrenti nella competizione economica (CASO B).

Alcuni esempi del CASO A

Inizia tutto nel '94: quando per costruire il suo partito e vincere le prime elezioni Berlusconi ha usato la rete sul territorio della sua concessionaria di pubblicità Publitalia, quindi ha utilizzato il suo patrimonio personale per aprire circoli e sedi o per distribuire kit e bandiere.

Dal '94 a oggi, è stato costante l'uso delle sue tivù e dei suoi giornali per farsi una propaganda serrata (per i più giovani: sì, ha iniziato nel '94 non solo con Fede ma con gli show elettorali di Mengacci, Vianello, Mike Bongiorno e altri).

Più di recente: pensate se volete all'organizzazione del congresso fondativo del Pdl, per il quale ha pagato di tasca sua l'albergo a tutti i delegati per assicurarsi la sala piena in ovazione costante.

Un esempio recentissimo? L'utilizzo del proprio patrimonio privato per far tacere alcuni testimoni che potevano nuocere alla sua immagine politica nella questione delle escort.

Nel novero del CASO A vengono solitamente elencate anche le cosiddette leggi ad personam, cioè quelle leggi (fatte approvare da Berlusconi) senza le quali il Berlusconi stesso avrebbe subito potenzialmente conseguenze di carattere penale che avrebbero nuociuto gravemente alla sua carriera di politico: tra le altre, la modifica alle legge sul falso in bilancio che ha permesso a Berlusconi di essere assolto in tre processi (All Iberian, Sme-Ariosto, bilanci Fininvest) mentre con la legge precedente sarebbe stato condannato; più di recente, il Lodo Schifani (le cinque più alte cariche dello Stato non possono più essere processate) che ha escluso Berlusconi dal processo Mills per il quale la sentenza di primo grado ha certificato l'avvenuta corruzione - sicché al momento è stato condannato il corrotto ma non il corruttore.

Ma ora esplode il CASO B

Meno enfasi ha avuto, nel corso degli anni, l'utilizzo (speculare al precedente) del potere politico per avere vantaggi economici a danno della concorrenza.

Essendo Berlusconi un imprenditore prevalentemente televisivo, i vantaggi economici sono stati sostanzialmente ottenuti con il decreto legge numero 352 del 2003, che ha prorogato l'occupazione da parte di Retequattro delle frequenze analogiche spettanti al canale Europa 7, e poi con la legge Gasparri, che ha "riordinato" il sistema radiotelevisivo a tutto vantaggio di Mediaset, infine con il raddoppio dell'Iva sulle pay tv, quindi sostanzialmente su Sky.

Bene: per quanto riguarda il CASO B è bene sapere che non è affatto finita, anzi: con il passaggio in corso al digitale terrestre siamo all'inizio di un uso che definirei "estremo" del potere politico di Berlusconi a favore della sua azienda e per distorcere la concorrenza.

La cosa è talmente gigantesca che oggi se n'è accorto perfino il sonnolento Corriere.

Quanti milioni di euro di soldi pubblici sono stati spesi e continuano a essere spesi per favorire (anzi: imporre) il passaggio al digitale terrestre (con gli incentivi sui decoder e le massicce campagne pubblicitarie) a dispetto del concorrente satellitare Sky (che tra l'altro rappresenta una tecnologia più avanzata)?

Quanti milioni di euro di soldi pubblici perderà la Rai (anche in termini di inserzioni) con la decisione voluta da Berlusconi di far uscire gradualmente la tivù di Stato dal pacchetto Sky?

Quanti soldi sta spendendo la Rai - quindi noi tutti che ne siamo involontariamente azionisti - per costruire insieme a Mediaset un'inutile piattaforma satellitare (Tivusat) che serve solo a togliere abbonati a Sky, quindi a rintuzzare il principale concorrente di Mediaset in termini di fatturati?

Altro che slogan, altro che scatola vuota: oggi il conflitto d'interessi è di una semplicità disarmante. E consiste nel far uscire dei soldi dalle nostre tasche di contribuenti e azionisti Rai per farle entrare in quelle dell'azionista di Mediaset. [Espresso]


La Rai ha fatto una scelta di campo

C'è molta agita­zione nell'ete­re. Di solito, l'estate rappre­senta un momento di cal­ma per le tv: riciclano il magazzino, ripropongono per l'ennesima volta «La signora in giallo», si colle­gano con qualche località turistica disposta ad accol­larsi le spese di realizzazio­ne. Quest'anno invece si respira il nervosismo tipi­co delle grandi trasforma­zioni: la posta in gioco è molto alta perché il ruolo della tv, legandosi sempre più indissolubilmente agli altri media (Internet, telefonia fissa e mobi­­le...), resta centrale nel pa­norama mediatico. È inter­venuto persino il capo del­lo Stato per chiedere spie­gazioni sullo scioglimen­to della convenzione tra Rai e Sky.

Com'è noto, Viale Maz­zini non ha più rinnovato il contratto che le permet­teva di fornire alla tv satel­litare le sue reti generali­ste, più altri canali «ex­tra ». Per ora è ancora pos­sibile vedere Raiuno, Rai­due e Raitre ma da qual­che giorno molti program­mi sono criptati (la partita Inter-Lazio ma anche vec­chi telefilm): un preciso segnale (anzi, una man­canza di segnale) di sgar­bo, se non di provocazio­ne.

L'atteggiamento della Rai è di non facile lettura, e comunque non in linea con la nozione di Servizio pubblico (SP) rappresenta­ta ad esempio dalla Bbc, che fin dalle origini ha par­torito l'idea della tv come bene comune di importan­za nazionale, al pari della luce, del gas, dei trasporti. Il SP, in quanto retto da un canone, dovrebbe fare in modo che i suoi servizi siano totalmente pubblici (parliamo delle reti gene­raliste), e cioè visti dal più alto numero di persone, indipendentemente dalle piattaforme di trasmissio­ne, considerate «tecnolo­gicamente neutrali». Il fat­to che la Rai sia entrata in conflitto con Sky, con il ri­schio di negarsi a quasi cinque milioni di fami­glie, costituisce un uni­cum in Europa. In nessun altro Paese le politiche dei public service broadca­sting hanno condotto alla ritirata da una piattafor­ma distributiva. Talmente un unicum che il governo italiano ha già pronta una legge che servirà a giustifi­care il divorzio.

Questo contrasto pren­de le mosse dalla più gran­de rivoluzione tecnologi­ca della tv: il passaggio «forzato» dall'analogico al digitale. L'Unione euro­pea ha giustamente impo­sto questo nuovo sistema di trasmissione per libera­re frequenze, per amplia­re lo spazio di partecipa­zione. Ma, nell'enfasi che ha accompagnato il pro­cesso di digitalizzazione della tv in Italia, si è spes­so sottolineata l'inevitabi­lità, quasi la naturalità del­le scelte intraprese, che so­no, al contrario, solo deci­sioni politiche. Digitale si­gnifica pure satellite o ca­vo o IPTV. Rai e Mediaset hanno scelto il digitale ter­restre (DTT) anche perché erano proprietarie della re­te distributiva (optare per il satellite, che è una tec­nologia più avanzata, si­gnificava dismettere i pro­pri trasmettitori e «gioca­re » in campo avverso).

Il DTT rappresenterà quindi in Italia lo snodo di accesso universale, quello che po­tremmo definire «il minimo comune deno­minatore » per guardare la tv. Rispetto alla vecchia tv analogica, l'offerta è arricchita da qualche nuovo operatore, da alcuni ca­nali gratuiti (come Rai4 e, fra poco, Rai5) e dalla possibilità di accedere a contenuti pay. Sviluppare un'offerta a pagamento sul DTT è infatti un'operazione particolar­mente vantaggiosa: come dimostra l'aggres­siva politica di diffusione delle «carte pre­pagate » che Mediaset sta realizzando con originalità, forte anche di un'offerta quali­tativamente alta e ben strutturata che inve­ce la Rai non possiede. Per esempio, di que­sti tempi, le partite di calcio con una card prepagata sono più appetibili di un abbona­mento annuale.

L'impressione è che la Rai non attui una politica a favore della propria audience (a coltivare la qualità della propria audience, come imporrebbe un altro dogma del SP), quanto piuttosto a favore di quello che un tempo era il suo unico competitor, Media­set. Ci sono altri indizi che rafforzano que­sto dubbio: il potenziamento del DTT con soldi pubblici ha favorito non solo la Rai, o la nascita del consorzio TivùSat, la nuova piattaforma che diffonderà via satellite, ma con un nuovo decoder, gli stessi pro­grammi trasmessi in digitale terrestre da Rai, Mediaset e La7, o il fatto che sia il SP a dover in qualche modo risarcire Europa 7 attraverso una cessione di sue frequenze (l'emittente di Francesco Di Stefano che nel 1999 aveva vinto la gara per una concessio­ne nazionale, ma non aveva trovato posto, già occupato da Retequattro).

Insomma, in un modo o nell'altro, conti­nua ad aleggiare il fantasma del conflitto di interessi. Inutile nascondersi che la vera battaglia sul futuro della tv in Italia è tra Berlusconi e Murdoch. La Rai, invece di re­stare neutrale, sembra aver fatto la sua scelta di campo. [Corriere della Sera]

Articolo del Corriere della Sera

Il nuovo mostro: LaRaiSet

Avremmo dovuto capirlo nel 2006 quale sarebbe stata l'evoluzione del conflitto di interessi, quando il governo Berlusconi finanziò con fondi pubblici l'acquisto di decoder (di produzione della Solaris, proprietario del fratello Paolo) per la diffusione del digitale terrestre.

All'alba dello spegnimento del sistema televisivo analogico, il presidente del consiglio non ha più remore: il digitale terrestre è diventato terreno di conquista dell'etere con l'obiettivo di annichilire la concorrenza, rappresentata non più dalla Rai ormai piegata da anni di corrosione negli acidi berlusconiani, ma da Sky, azienda di Rupert Murdoch, magnate del satellitare.

Archiviati i manierismi, si è arrivati alla prima bordata a novembre quando il primo pacchetto anticrisi del governo ha imposto l'aumento dell'Iva al 20% per le tv satellitari, proprio quando il governo Brown, per arginare la crisi, la diminuiva. A settembre sarebbe previsto un secondo intervento del governo a favore di Mediaset, per risollevare le sorti dell'azienda proprio lì dove risulta da tempo carente: un provvedimento del Viceministro Romani che diminuisca il tetto pubblicitario per le tv con canone (Rai) o abbonamento (Sky). Questo è solo l'inizio.
Infatti, la vera genialità del pubblicitario che alberga nel premier si esprime nella neonata Tivùsat.

Si tratta di una nuova cordata che nasce dall'unione di Rai (48%) Mediaset (48%) e Telecom media (La7) (4%) che ha come obiettivo la conquista del mercato satellitare.

C'è da riflettere: quelli che nel mercato della tv analogica sono concorrenti, si uniscono per dominare un nuovo mercato con l'intento - nemmeno tanto celato - di affondare Sky.
A margine della nascita del "mostro digitale" c'è la trattativa Rai-Sky, per definire la permanenza o l'uscita della Rai dal pacchetto Sky, contravvenendo peraltro al principio della neutralità tecnologica, per cui i canali pubblici dovrebbero essere presenti in chiaro in ogni settore.

Quello che stiamo vendendo nascere è un conflitto di interessi all'ennesima potenza: una piattaforma satellitare dominata dal padrone di Mediaset, Presidente del Consiglio e controllore dell'emittente pubblica.

Inutile chiedersi dove finiranno la libertà di stampa e di espressione, la garanzia del pluralismo dell'informazione.
Tutto schiacciato sotto gli affari privati di Silvio Berlusconi, che ancora una volta utilizza la tv pubblica, stavolta come testa d'ariete, per affossare il concorrente dell'azienda di casa e contemporaneamente assumere il controllo capillare del nuovo panorama digitale dal primo di agosto.

Gli indizi a favore della tesi appena esposta sono molteplici.
Il direttore di Tivùsat è Alberto Sigismondi, ex direttore dei contenuti digitali di Mediaset.

Davide Bogi, proveniente dal settore Marketing di Mediaset è direttore marketing di Tivù.

L'associazione DGTVi, che ha lo scopo di promuovere la transizione da analogico a digitale, e ha come soci Rai, Mediaset, Telecom, Aeranti Corallo, ha per presidente Andrea Ambrogetti, già Direttore delle relazioni istituzionali Italia Mediaset.

Con il digitale terrestre si libererà un corposo numero di frequenze, che potrebbero essere utilizzate per la banda larga, direzione intrapresa da tutta Europa, ma per ora l'Italia ha deciso di non investire in questo senso, dando tutte le frequenze alle sole tv.

A sancirlo è una delibera dell'AGCOM, che destato perplessità nel commissario Nicola D'Angelo, che ha infatti dichiarato all'Espresso: "Io e Sebastiano Sortino siamo stati i soli ad aver votato contro. Siamo contrari perché si stabilisce che ci sarà una gara, non un'asta vera e propria, per assegnare le frequenze liberate, inquadrate in cinque multiplex, e perché potranno parteciparvi solo le tv. Di conseguenza, non resta nessuna frequenza libera per i servizi innovativi in banda larga e si lasciano intatti gli attuali rapporti di forza televisivi, senza spazio per il nuovo".

Come se tutto questo non bastasse, l'ultimo atto della vicenda Rete4 - Europa7 si è consumato ai danni di Rai uno, che ha dovuto cedere le proprie frequenze per fare spazio al canale di Di Stefano, che ovviamente non potrà accettare di entrare nel mercato analogico in vista del suo prossimo tramonto.

Di fronte al rischio della "strategia della tenaglia" che Berlusconi ha escogitato ai danni di Sky, pensando di poter utilizzare la Rai come se fosse a sua esclusiva disposizione, è stata presentata dal sottoscritto, capogruppo in Vigilanza Rai di Idv, una risoluzione in cui la commissione invia degli "indirizzi" alla Rai.

I punti cardine sono elementari: via i partiti dalla Rai. Via le appendici di Mediaset. No all'utilizzo della Rai per la costruzione di un mostro oligopolista. No agli sprechi per il passaggio al digitale.

[politicamentecorretto]

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Dopo l'oscuramento i canali RAI-SAT visibili on-line

Mentre le polemiche sul caso Rai-Sky non si placano, ma anzi sono più vive che mai sia a livello politico che giornalistico, è da registrare un nuovo punto di discussione finora non ancora toccato dalle tante parole consumate in questa lunga diatriba.

Chi oggi sta effettivamente guardando i canali RaiSat? Non parliamo di dati Auditel ma del pubblico ad oggi in grado anche solo di sintonizzare sul proprio apparecchio i canali profughi dopo la discesa da Sky consumata lo scorso 31 Luglio, data d'esordio della nuova piattaforma TivùSat. E proprio di TivùSat c'è chi già denuncia la scomparsa con pochi decoder nei negozi e quindi pochissime smart card attivate (finora non risultano numeri di schede in circolazione).

I quattro canali RaiSat (Extra, Premium, Yoyo e Cinema) sono però trasmessi anche sul digitale terrestre, ma solo nelle aree all digital, quindi la sola Sardegna, dove il pubblico seppur numeroso non può essere rilevante a livello nazionale.

Da qui la necessità di ampliare il bacino di questi canali, da (ri)lanciare al grande pubblico (non necessariamente quello di Sky) anche e soprattutto in vista della raccolta pubblicitaria affidata alla concessionaria interna Sipra. E la risposta è sempre in casa e si chiama Rai.tv.

Novità digitali: i canali RaiSat visibili gratis anche su Rai.tvIl sito www.rai.tv di cui ormai i nostri lettori sapranno bene l'esistenza permette già di vedere il live-streaming dei canali generalisti (Raiuno, Raidue, Raitre) più le reti tematiche digitali (RaiNews24, RaiSport+, RaiStoria, Rai Edu 1). Mancavano Rai Gulp e Rai 4 a cui si è posto rimedio di recente (anche se Freccero si augurava potessero partire già da fine aprile) ed è di qualche giorno fa la partenza della ritrasmissione dei 4 canali RaiSat.

Per vedere questi canali, oggetto del contendere di una delle beghe estive più discusse, non serve altro che un computer connesso ad internet e il gioco è fatto. Anche per conoscere i palinsesti non serve molto: si possono consultare tramite Rai.it o più semplicemente con il Televideo.

Chissà se questo possa servire come freno alle polemiche, che ormai si allontano sempre di più dal fatto in sè divenendo oggetto di scontro politico, e come testimonianza che una maggiore quantità - e si spera anche una maggiore qualità - col digitale (che non è solo tv, ma anche e forse soprattutto internet) è di fatto realmente possibile.

postato da: fu  

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