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domenica 08 marzo 2009
Pansa: "Anch'io temo di morire d'amianto"
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Giampaolo Pansa, giornalista e scrittore
Giampaolo Pansa, giornalista e scrittore
Diritto e Giustizia:

Lo scrittore nato a Casale, capitale dell'Eternit: «Una Spoon River collettiva, peggio della guerra»
«A Casale Monferrato c'è una psicosi. Io ogni volta che vedo qualcuno che muore di amianto tocco ferro e mi chiedo: chissà se adesso tocca anche a me...». Giampaolo Pansa, giornalista e scrittore, vive nella provincia di Siena ma resta un «casalese doc: sono vissuto lì fino alla laurea». E da lontano segue la vicenda dei morti di amianto e «la lotta dei pigmei contro il gigante industriale».

Torna spesso a Casale?
«Manco da anni. Ci torno col magone. Non riconosco più le persone. In via Roma, dove mia madre aveva il negozio di moda, vedo passare ragazze bellissime che non conosco, mentre non oso cercare quelle che ho ammirato da giovane. Mia sorella e mio cognato vivono ancora lì, in campagna». Teme per loro? «Certo. A Casale ne muoiono di continuo. È una sofferenza devastante, una Spoon River collettiva».

E per sé?
«Anche. Ho letto che la malattia ha un'incubazione di 40 anni. Io ne ho compiuti 73 lo scorso ottobre...».

Che cos'era l'Eternit per Casale?
«Nei primi decenni del '900 era la nostra Fiat. Per un ragazzo che avesse come orizzonte quello di lavorare giovane c'erano tre possibilità: le cave di marna, la soluzione più orrenda; i cementifici - a Casale erano addirittura un centinaio alla fine dell'800 - e infine l'Eternit, che allora sembrava il lavoro più pulito».

Com'era il rapporto con l'industria?
«La grande fabbrica che oggi è nel cuore della città, vicino al Po, era un centro non solo economico ma anche sociale, con il dopolavoro e il circolo sportivo».

Conosceva qualcuno che ci lavorava?
«Mio zio Francesco Pansa, nato nel 1901, ultimo fratello di mio padre. Famiglia poverissima: erano sei figli orfani di un bracciante e cresciuti dalla nonna. A 15 anni era già operaio all'Eternit, poi esperto montatore dei grandi tubi in giro per l'Italia, soprattutto al Sud. A 25 anni emigrò in Argentina per cambiare vita, ma tornò in Italia più povero di prima e allora lo ripresero all'Eternit».

Lavorò per tutta la vita lì?
«No, perché l'alternativa la trovò sposando la tredicesima figlia di un pescatore del Po, Giuseppa, che noi chiamavamo la zia Pinota. Allora il Po non era inquinato, ci pescavano splendidi salmoni e i pescatori erano personaggi strani, che parlavano una lingua tutta loro...».

E così zio Francesco mollò la fabbrica?
«La zia Pinota portava in dote solo una licenza per aprire un negozio di alimentari. Ma si poteva trasformare in licenza di ristorazione e così lo zio aprì una trattoria sul ponte del Po. Forse per questo si è salvato. Quando poi è morto ancora non si parlava di decessi per eternit».

Che immagini evoca l'amianto, nei suoi ricordi?
«Casale è piena di amianto: veniva usato nelle campagne per tante ciuende, le delimitazioni degli orti, o per coprire i depositi degli attrezzi e delle biciclette».

In quegli anni si parlava di pericoli per l'esposizione alle fibre di amianto? «Assolutamente no. La cosa drammatica è che per tantissimi anni non c'era alcun timore».

Nemmeno nei partiti, nei sindacati, nella sinistra, sui giornali?
«Alla fine degli Anni '50, quando studiavo all'università, facevo il pendolare con Torino. La sera tornavo a Casale - il bar, gli amici, le ragazze - e insomma noi eravamo impegnati, di sinistra ma polemici e senza tessere di partito, un po' di cani sciolti, leggevamo "Il Mondo", "Il Ponte" di Calamandrei, facevamo i dibattiti al circolo Gobetti, io cominciavo a scrivere... no, nessuno si era mai preoccupato dell'Eternit».

Quando ha cominciato a interessarsi di questa storia?
«Nelle ultime settimane. Ho fatto una cartellina. Sono preciso. Ritaglio articoli, interviste agli oncologi, tutto».

Come mai dopo tanti anni?
«Qui mi arriva via posta il bisettimanale "Il Monferrato" che da un po' di tempo pubblica tutti i nomi dei morti. Migliaia e migliaia, con età, professione, data del decesso. Impressionante. Ecco l'ultimo, il 27 gennaio: Alberto Sartor, geometra, aveva lavorato da tecnico all'Eternit. Quindici mesi fa non stava bene, gli hanno fatto le analisi: mesotelioma».

Qual è oggi il rapporto tra la sua città e l'amianto?
«Qui l'eternit ha fatto più disastri della guerra».

Giuseppe Salvaggiulo [La Stampa]

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