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giovedì 05 marzo 2009
«Sleale,scorretto e infedele» Di Pietro «condannato»
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Diritto e Giustizia: Tre mesi di sospensione per l'avvocato Antonio Di Pietro. L'ex pm di Mani Pulite si è visto confermare dal Consiglio nazionale forense la «sanzione» del Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Bergamo che aveva già stigmatizzato il «doppio ruolo» ricoperto nei confronti di un amico di Montenero coinvolto in un omicidio: prima il neo avvocato ne prese le difese, poi passò tra le parti civili che sostenevano la tesi dell'accusa.
Una cosa che non si fa: «La condotta del professionista - si legge nelle motivazioni della decisione - integra certamente la violazione dei doveri di lealtà, correttezza e di fedeltà (articolo 5, 6, 7 del codice deontologico forense) nei confronti della parte assistita e integra altresì l'illecito deontologico». A seguito degli accertamenti svolti, e della sussistenza degli illeciti contestati, «non può che conseguire la sanzione disciplinare». Calcolata in tre mesi di sospensione dell'esercizio della funzione di avvocato in quanto «adeguata alla gravità dell'illecito compiuto».

La storia è alquanto intricata. Pasqualino Cianci, amico d'infanzia di Tonino, l'8 marzo 2002 viene trovato ferito nella sua casa di Montenero di Bisaccia accanto al corpo senza vita della moglie, Giuliana. Mentre era in ospedale, Di Pietro, accorso da Milano, ne assume la difesa. Dopodiché l'ex pm lo ospita personalmente a casa per alcuni giorni. Trascorsa una settimana il colpo di scena: Di Pietro rinuncia all'incarico non appena ha «sentore» che l'amico potrebbe finire indagato, come di lì a poco effettivamente avviene. E alla prima udienza in Corte d'assise Cianci, ormai imputato, si ritrova l'amico del cuore - quello con cui aveva diviso il seminario, le feste comandate e le ferie - dall'altra parte della barricata.

A quel punto, incredulo e un po' meno amico di prima, Cianci presenta un esposto all'Ordine di Bergamo per infedele patrocinio. Esposto che viene accolto, in gran parte, e tradotto nella sanzione disciplinare di tre mesi. Di Pietro si difende. Sostiene di non avere mai difeso Cianci in qualità di imputato. Nega qualsiasi conflitto di interesse. Afferma d'aver ricevuto una sorta di «mandato collettivo» dalle parti civili e di aver rinunciato alla difesa dell'amico quando era ancora parte lesa.

L'appello, però, gli dà torto: per 90 giorni non può fare l'avvocato. Il Consiglio nazionale scagliona cronologicamente gli eventi che inchiodano l'«avvocato Di Pietro» a un comportamento non corretto. Una condotta «che integra certamente la violazione di doveri di lealtà, correttezza e fedeltà nei confronti della parte assistita - si legge nelle motivazioni della decisione - e integra altresì l'illecito previsto dall'articolo 51 del codice deontologico forense». Una norma che fa espresso divieto al legale di «assumere incarico contro un ex cliente, in particolare quando il nuovo incarico è inerente lo stesso procedimento nel quale è stato espletato l'incarico precedente».

Il Consiglio arriva a sanzionare il Tonino nazionale ripercorrendo le sue stesse azioni: l'assunzione del mandato di difensore il giorno dell'omicidio, l'incarico di carattere medico legale conferito al consulente Armando Colagreco, l'interrogatorio - come indagini difensive - del testimone Antonio Sparvieri (consuocero di Pasqualino Cianci). Dopodiché, a sorpresa, «il 19 marzo 2002, l'avvocato Di Pietro, quale avvocato difensore dei familiari della signora D'Ascenzio, depositava agli atti del procedimento penale una memoria difensiva mediante la quale, dando atto della nomina di un nuovo difensore di Pasqualino Cianci a seguito di contestuale sua rinuncia di mandato (Cianci dice di non aver firmato alcuna revoca, ndr) dimetteva copia dell'atto di nomina del nuovo difensore e le dichiarazioni a lui rese dal testimone Sparvieri». Con lo stesso atto, osserva il Consiglio nazionale forense, Di Pietro «chiedeva che fossero acquisiti alcuni documenti specifici che si trovavano presso l'abitazione della defunta e del suo precedente assistito Pasqualino Cianci e che fossero svolte presso istituti di credito e nei confronti di privati, nuove indagini in relazione ai rapporti economici da questi intrattenuti con Pasqualino Cianci». Qualche tempo dopo - chiosa il documento disciplinare - Pasqualino Cianci «era iscritto nel registro degli indagati e il 16 aprile 2002 tratto in arresto». In primo grado Cianci (che urla la sua innocenza) è stato condannato a 21 anni per uxoricidio.

Gian Marco Chiocci

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«Con me Tonino non è stato uomo» Parla l'ex cliente abbandonato da Di Pietro durante le indagini: «Lo trovai accanto al mio letto in ospedale e mi ospitò due settimane a casa sua. Tempo dopo gli chiesi spiegazioni: mi spintonò contro un muro»

Signor Pasqualino Cianci, ha saputo? Il Consiglio nazionale forense ha confermato i tre mesi di sospensione all'avvocato Antonio Di Pietro.

«Bene...».

Non sembra sorpreso.

«Si è comportato malissimo con me, il suo miglior amico di sempre».

Una spiegazione se l'è data?

«Non lo so. Antonio non mi ha mai dato chiarimenti. È una storia personale che voglio chiarire con lui a tu per tu. Mi deve guardare negli occhi e mi deve spiegare questi 40 anni di amicizia traditi a quel modo. Ha tradito l'amico e il cliente. Non lo giudico come ex pm, come politico, e alla fine, nemmeno come avvocato. Lo giudico come l'uomo che non è. Avrei preferito che mi dicesse: "Scusa Pasqualino, siccome sono amico tuo come lo ero di tua moglie, preferisco non difenderti". L'avrei capito».

Cosa l'ha ferita di più?

«Troppe cose. Tanto per cominciare è diventato mio avvocato, non richiesto da nessuno».

Scusi, ma non fu sua figlia a contattarlo per la difesa?

«Così mi disse Tonino, aggiungendo che dovevo andare orgoglioso della ragazza perché aveva avuto gli attributi. Successivamente ringraziai mia figlia per l'interessamento ma lei, sorpresa, mi giurò di non averlo mai chiamato. Mai».

E chi l'ha contattato?

«Bella domanda. La sera stessa del giorno dell'omicidio di mia moglie me lo sono ritrovato accanto al letto del pronto soccorso dov'ero stato ricoverato. Ha preso la mia difesa, subito ha interrogato persone, mi ha ospitato persino due settimane a casa sua dicendo che così ero più al sicuro. Ha fatto il difensore. Quindi, da amico a cui avevo dato fiducia, mi ha tradito senza che gli revocassi il mandato. Come se non bastasse mi ha denunciato, ha portato personalmente il mio passaporto in questura, ha chiesto di fare indagini. Pazzesco. Quando l'ho visto in aula seduto vicino all'accusa non ci volevo credere».

Ci perdoni signor Cianci, ma qualcosa non torna. Insistiamo. Per quale motivo si precipitò a prendere le sue difese e poi, per usare una sua espressione, la «tradì» a quel modo?

«Se lui si comporta in un certo modo per fini politici o di carriera, libero di farlo. Ma tu non puoi venire a mangiare e dormire a casa mia e poi vai ad aprire i cassetti, e se per caso trovi qualcosa, mi vai pure a denunciare».

Non ha risposto, signor Cianci.

«Allora. Un giorno affrontai Antonio e gli feci una domanda secca, diretta. Volevo che mi rispondesse sì o no. Non mi disse niente, anzi mi spintonò contro un muro».

Che domanda era?

«In quel momento storico lui non era al top della celebrità. Io, oltre che distrutto per la morte di mia moglie, ero arrabbiatissimo perché mia figlia mi aveva appena domandato se ero stato io a chiamare Chi l'ha visto? Avete capito ora?».
fonte: Il Giornale   postato da: marinta  

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