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sabato 21 febbraio 2009
Dopo la truffa riecco Tanzi Ora si è messo a produrre biscottini per l'America
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LA Repubblica delle Banane. L'impunità dirigenziale
LA Repubblica delle Banane. L'impunità dirigenziale
Diritto e Giustizia: Il capannone è anonimo, grigio, grandi vetrate. Citofoni di studi di architetti. Una delle tre cassette postali è intestata a «The Original American Bakery», oh yeah. È la nuova tana di Calisto Tanzi. L'imprenditore condannato in primo grado a 10 anni di reclusione per il crac Parmalat (un buco da 14 miliardi di euro) ritorna in attività a 70 anni in questa anonima periferia cittadina, a quattro chilometri da casa sua.
Sta mettendo in piedi un'azienda che produrrà muffin, i dolcetti con cui si fa colazione negli Stati Uniti. Quando si dice una vita spesa per fabbricare cibo. E debiti.

Il ciak a «Tanzi 2 la vendetta» è stato dato in autunno, tra incontri, bilanci, previsioni. Ma l'uscita allo scoperto è avvenuta lunedì. Nelle aziende vicine hanno notato che qualcosa si muoveva in quel capannone: via vai di persone, operai per le pulizie, camion, auto. E anche la Honda grigia di Tanzi. Di lui però si sono accorti soltanto quelli che lavorano al 44 di strada Martinella. E non hanno gradito. «Se il cavaliere lavora qui, io me ne vado - ha detto qualche imprenditore a Repubblica.it che ieri pomeriggio ha dato la notizia -. Non mi piacerebbe uscire da un luogo di lavoro dove qualcuno può pensare che io lavori con uno come lui, che ha truffato migliaia di persone».

Appena si è diffusa la voce, nel capannone si è fatta terra bruciata. Pare che una telefonata abbia consigliato di lasciare campo libero. Al secondo piano dell'edificio lavora un pool di architetti. «Lasciateci perdere - urlano dalle finestre ai giornalisti - siamo asserragliati, abbiamo delle riunioni importanti che non riusciamo a finire». L'imprenditore non si fa trovare neppure a casa: «È in città», garantisce la moglie Anita al citofono della villa di via Chiaviche: «Una nuova attività? Non so nulla. Arrivederci».

Tanzi, insomma, perde il pelo ma non il vizio. Chi l'ha visto al lavoro lo descrive sorridente e pieno di entusiasmo. Dallo scorso lunedì arriva ogni mattina verso le dieci carico di carte e documenti, vede gente, discute, progetta, assaggia. A pranzo stacca, va a prendere i nipotini a scuola, e torna il pomeriggio. Un consulente come tanti, circondato da un piccolo gruppo di collaboratori di fiducia. Il principale appartiene alla famiglia Cocconi, un nome conosciutissimo a Parma perché legato a due pasticcerie nel centro della città, locali storici passati qualche anno fa a un nuovo proprietario che però ha mantenuto il marchio.
L'obiettivo è quello di avviare fra qualche mese la produzione dei muffin destinati all'America del Nord, Usa e Canada. Nel capannone di 800 metri quadrati alla periferia sud, sulla strada verso Langhirano, stanno per arrivare macchinari, linee produttive, bancali per il magazzino.

Da Collecchio alla Martinella, Tanzi sceglie ancora di non allontanarsi troppo da casa. Ma soprattutto decide di non ripiegarsi a fare il nonno a tempo pieno o l'imputato in attesa di giudizio definitivo. Bisogna riconoscergli del coraggio. Dopo il disastro economico e finanziario provocato dalla contabilità truffa della sua Parmalat, nessuno si aspettava che il cavaliere sarebbe tornato in pista. Dal successo mondiale al carcere, dai picchi di Piazza Affari al crac del secolo, dai trionfi del Parma calcio all'infamia della condanna e dell'interdizione perpetua: Tanzi ha deciso di risollevarsi. Sulle spalle ha una condanna che, se confermata, non sconterà in carcere.
Evidentemente a 70 anni (compiuti il 17 novembre) il fondatore della Parmalat ha ancora la voglia di fare e anche quella salute che sembrava affievolita nei mesi passati in carcere a cavallo tra il 2003 e il 2004. Avrà anche un mercato per i suoi nuovi dolcetti?

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Tanzi riparte da una ditta di dolci
dopo il crac e la condanna

Da cinque giorni, mattina e pomeriggio, si presenta al lavoro in strada Martinella a Parma dove c'è "la sua nuova ditta": un'azienda che dovrebbe produrre muffin per il mercato americano. Giornata-tipo: il Cavaliere dà ordini agli operai, gestisce le attività e discute per ore nel suo ufficio. Gli imprenditori della zona: "Qui non lo vogliamo"


alisto Tanzi riparte dai muffin. L'uomo del crac Parmalat, condannato a dieci anni di reclusione per il reato di aggiotaggio e ostacolo all'attività di vigilanza, il patron dell'azienda di Collecchio da 14 miliardi di euro di buco, il principale imputato del processo del secolo, ha ricominciato a lavorare nel settore alimentare. Paltò beige, carte e documenti in mano, telefonino squillante, da cinque giorni il cavaliere mattina e pomeriggio va in ufficio: c'è un nuovo progetto da realizzare, una azienda di dolciumi a quattro passi dalla sua villa in località Fontanini. Si torna in sella, sei anni dopo aver distrutto - come sostiene l'accusa - migliaia di risparmiatori, aver truffato intere famiglie e messo in ginocchio parte del sistema economico italiano.

In strada Martinella, alle spalle della sua casa, Mister Day (questo era il nome dei suoi prodotti da forno targati Parmalat) si presenta puntualmente ogni giorno. "Ma non è agli arresti domiciliari? Cosa ci fa in giro?" chiede chi, in questa prima settimana di lavoro, lo ha visto passare. Calisto Tanzi, 70 anni compiuti, il 18 dicembre scorso è stato condannato a 10 di carcere e ritenuto "l'unico vero responsabile" (come disse il suo avvocato Gian Piero Biancolella dopo la sentenza di primo grado) del crac del secolo. Oggi appare come un comune lavoratore. Un dirigente, un consulente, un collaboratore: passa il tempo negli uffici e poi, come un qualsiasi nonno, quando stacca salta in macchina e va prendere i nipotini a scuola.

Occhialini appoggiati sul naso, piglio da capoufficio, progetti e fogli sparsi ovunque e un piccolo manipolo di amici e collaboratori che gli sta sempre attorno. Dà dritte agli elettricisti, indica agli operai il da farsi, parla per ore. Si presenta alle dieci del mattino, almeno dall'inizio della scorsa settimana, e se ne va per l'ora di pranzo, sempre a bordo della sua Honda civic grigia. Ha una scrivania al secondo piano al fianco di quella di A.Cocconi, amico legato a una pasticceria nel centro di Parma. E' con lui che mister Parmalat sta mettendo a punto gli ultimi dettagli dell' "operazione muffin": fra tre mesi l'azienda entrerà in funzione per produrre dolcetti e prodotti da forno destinati al mercato americano e canadese. C'è chi dice che si tratti di una produzione "americana"di muffin che fino a poco tempo fa era collocata nel fidentino. E' la nuova "ditta di Tanzi", come l'hanno ribattezzata gli operai che lavorano nella zona. "Da quattro giorni il cavaliere si fa vedere spesso, detta ordini, gestisce i lavori. E' qua mattina e pomeriggio. In tanti ci siamo chiesti cosa ci facesse" spiegano dal piano superiore dell'azienda, al momento occupato da uffici di architettura, arredamento e lavorazione marmi.


Almeno sono queste, per ora, le prime voci sulla attività dell'impresa che Tanzi che si sentono passeggiando fra i cantieri. I lavori, negli ottocento metriquadrati collocati nella prima periferia di Parma, sono iniziati in novembre. Prima i sopralluoghi, poi gli allarmi antincendio, le grate, l'impianto gas ed elettrico e infine gli scarichi per le fognature, messi a norma in modo da poter produrre scarti alimentari. Infine parte dei macchinari, pastorizzatori ecc ecc. Insomma, un'azienda a puntino, per ora ancora vuota, nata dagli ex magazzini Italarchivi prima e Mivar poi.

Fra i "vicini" di casa c'è chi storce il naso. C'è chi si chiede, negli uffici, se ora non arriverà anche il figlio Stefano, che in passato ha ripreso a lavorare al latte in polvere a Viadana e con il quale il cavalier avrebbe pensato, qualche anno fa, a rilanciarsi nel mercato dei succhi di frutta. Oppure la figlia Francesca, da tempo residente in Veneto e impegnata nel settore del turismo, o ancora quel Fausto Tonna, "il ragioniere del crac", che si è messo a fare il consulente in una azienda di ascensori a Mezzani, nel parmense.

"Se il cavaliere lavora qui, io me ne vado" dice qualche imprenditore senza mezzi termini. "Non mi piacerebbe uscire da un luogo di lavoro dove qualcuno può pensare che io lavori con uno come lui, che ha fatto tutto questo e truffato tantissime persone". Poi ci sono gli operai della zona, che si limitano ad indicarlo ogni volta che passa e a strabuzzare gli occhi e lui, a testa dritta, regala solo un mezzo cenno di saluto. Come se nulla fosse avvenuto, come se fosse ancora nell'azienda di Collecchio.
fonte: Il Giornale   postato da: fu  

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