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martedì 16 dicembre 2008
Social Card, cosa c'è dietro lo spot..
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Social Card
Social Card
Ladispoli: In novembre il ministero dell'Economia ha presentato la social card, tesserina magnetica prepagata che era già stata annunciata la scorsa estate e che dovrebbe avere funzione di supporto per i meno abbienti.

I soldi contenuti nella social card possono infatti essere spesi per pagare le bollette di luce e gas, e per comprare generi alimentari presso i negozi convenzionati che espongono l'apposito cartello.

Ma a conti fatti ben pochi ne beneficeranno, con l'aggravante di un costo per lo Stato che va ben al di là di quello che finisce nelle tasche dei cittadini.
L'idea della Carta sociale replica, come è stato ricordato da chi l'ha proposta, il modello del "Food stamp program" (che negli Stati uniti aiuta oltre trenta milioni di americani) o il progetto del governo britannico che prevede l'erogazione di aiuti alle famiglie a basso reddito, ovvero il buono finalizzato all'acquisto di generi alimentari, in uso negli Stati Uniti già a partire dagli anni trenta e riproposto più recentemente, dopo un lungo periodo di eclisse, a metà degli anni Sessanta, nell'ambito della lotta contro la povertà intrapresa dalla presidenza L.B. Johnson.
Appare però doveroso richiamare gli argomenti che sembrano o essere sfuggiti o non essere stati tenuti nel dovuto conto da chi della social card ha voluto fare il punto più qualificante, perché più visibile, della sua strategia di contrasto contro la crisi finanziaria globale e l'impoverimento.

La tessera si potrà ritirare presso gli uffici postali portando con sé il modulo di richiesta (che si può scaricare dal sito del Ministero dell'economia - è noto che tutti i poveri possiedono un computer...) ed il modello Isee (indicatore della situazione economica equivalente) compilato e un documento di identità.


La prima questione riguarda i destinatari della carta e soprattutto i criteri per individuarli: «anziani e famiglie con bambini con ISEE non superiore a 6.000 euro», dice il provvedimento annunciato dal governo.
Per averla è necessario essere cittadini residenti con oltre 65 anni di età e reddito non superione a 6.000 Euro o con un'età superiore a 70 anni e una pensione fino a 8.000 euro, considerando tra questi tutti i redditi, anche quelli assistenziali che generalmente non sono considerati ai fini fiscali.
A parte il fatto che, con un reddito di 6000 euro, qualcuno ha eccepito, si diventa già 'homeless' a tutti gli effetti, i pensionati al minimo non avranno niente perché 516 Euro x 13 mensilità fanno un reddito di 6.708 e, quindi, risulterebbero "troppo ricchi".

Attenzione, queste categorie dovranno naturalmente documentare le proprie condizioni reddituali, l'ISEE (il documento che certifica la situazione reddituale della famiglia) prodotto dalla famiglia di cui si fa parte deve essere di 6.000 euro. Di conseguenza parliamo, ad esempio, di famiglie in cui due pensionati guadagnano complessivamente al massimo 723 euro netti al mese, che diventano 923 euro se hanno un figlio a loro carico. Ma oltre ai vincoli delle utenze che possiamo capire, l'eventuale destinatario della card deve anche possedere al massimo una casa - che per non modificare l'ISEE deve essere entro i 51.000 euro di valore catastale, un conto corrente con al massimo 15.000 euro di risparmi ed una solo auto.
Va sottolineato che se la famiglia possiede un box, perde il diritto alla social card, mentre famiglie con bambini riceveranno fino a poco più di 1.100 euro di reddito essendo in quattro.


La seconda questione riguarda l'utilizzabilità della carta. La social card è utilizzabile per pagare le bollette di luce e gas e per comprare prodotti alimentari nei negozi convenzionati. Il vero problema è che, come ha riconosciuto anche il Governo, solo il 5% dei commercianti ha aderito all'iniziativa, forse perché la paura dei tempi biblici (in media 200 giorni) di rimborso dello Stato ha giocato un ruolo fondamentale nella decisione. Inoltre, le categorie merceologiche individuate dal Ministero sono limitate a panifici, latterie, macellerie, spacci, drogherie e supermercati (quindi piccole catene), dove i prezzi medi non sono certo quelli delle grandi catene di distribuzione. Questo vincolo di categoria limita di molto la possibilità di utilizzo, soprattutto per i pensionati, che hanno poche possibilità di spostamento: di conseguenza il reale utilizzo viene limitato al pagamento delle bollette, che garantisce (sarà solo una coincidenza?) il maggior ritorno in termini di Iva e accise allo Stato.


La terza questione riguarda i costi della social card.

È bene sottolineare che non tutto va ai cittadini. Il Ministero ha detto che allo Stato la social card costerà 450 milioni di euro annui a regime e che ne beneficeranno 1,3 milioni di italiani. Quindi, poiché entro dicembre daranno la prima tranche di 120 euro, i conti sono presto fatti: il costo entro dicembre è di 156 milioni di euro. In pratica, entro dicembre 2009 il Governo stima di spendere 606 milioni di euro per la social card, che sono coperti da stanziamenti dello Stato ancora in fase di discussione per 650 milioni e da 200 milioni già donati da Eni e dai 50 milioni donati da Enel (una donazione quasi a costo zero visto che la card finanziata dallo stato consentirà a molti di pagare più regolarmente le bollette).
Ma la social card non è a costo zero per lo Stato, infatti, oltre a quello che finisce nelle tasche dei pochi italiani che rientrano tra i meritevoli di aiuto, ci sono i costi relativi allo strumento stesso. Parliamo dei costi di produzione della tessera, di circuito, di pagamento e di ricarica. La produzione fisica della tessera costa circa 50 centesimi a pezzo (costo fornito dagli emittenti), quindi già 650 mila euro sono stati utilizzati. Il circuito di pagamento chiede una percentuale all'esercente, che in media è circa del 2% del pagamento stesso. Quindi, auspicando una compartecipazione dell'esercente alla spesa, sono, a essere ottimisti, altri 6 milioni di spesa statale. Per quanto riguarda la ricarica, le commissioni normalmente applicate dalle Poste non sono certo esigue perché ammontano a 1 euro a ricarica. Quindi per ogni carta sono 6 euro annui che lo Stato dovrebbe pagare: in ogni caso, applicando ad esempio un costo di 10 centesimi a ricarica, lo Stato comunque versa a Poste italiane circa 800 mila euro in un anno. Tirando le somme, senza considerare i costi delle lettere inviate agli italiani (ancora una volte le Poste ringraziano), circa 7,5 milioni di euro si perdono lungo il tragitto che porta i 40 euro al mese nelle tasche delle famiglie.

Sarebbe stato preferibile un trasferimento diretto, tramite pensione o busta paga o assegno per gli incapienti.


L'impressione è che al centro della discussione sulla Social Card ci sia un vuoto di consapevolezza su che cosa sia la povertà. Non la povertà «percepita» di una società che diventa progressivamente più immobile, né quella della classe media che deve ridefinire il suo stile di vita, e neanche quella di una classe operaia che deve drasticamente ridurre anche i consumi essenziali. Parliamo di poveri veri, che per metà vivono con quello che hanno, per l'altra metà vanno alle mense pubbliche. L'hanno chiamata Social Card, in inglese, ossia la "tessera del pane" per dirla brutalmente, come se dicendolo in inglese si nobilitasse il contenuto dell'iniziativa.

Ci sono modi e modi per aiutare i poveri, ma l'ultima cosa che bisogna fare è umiliarli. La dignità del povero vale più della dignità del ricco. Il ricco se la può anche comprare, il povero la dignità non la compra, la deve avere.

Franco Di Antonio Coordinatore del Circolo di Ladispoli del Partito Democratico

di: TF Press

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