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sabato 11 ottobre 2008
Il dilemma infernale della Giustizia
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Diritto e Giustizia: Immedesimiamoci, per un istante, in un cittadino-spettatore che assista per prima volta a un'udienza.
Che cosa lo colpirà di più?
La procedura, le toghe, il diritto, gli addobbi dell'aula, il linguaggio?
Più che la discussione giuridica, ad impressionarlo sarà certo lo strano spettacolo che si svolge dinanzi a lui. Non a caso, quando i nostri antropologi studiano una cerimonia d'iniziazione o una danza votiva, si concentrano sui costumi e sui canti, piuttosto che sugli effetti che quelle manifestazioni producono sui raccolti o sulla fecondità delle donne.
Perché non applicare lo stesso metodo ai riti del processo contemporaneo, chiedendoci se siano mere vestigia di forme arcaiche e religiose o, invece, elementi consustanziali al processo stesso?
Se i riti stessero alla giustizia come le berrette a quattro spicchi dei dottori quattrocenteschi stanno alla medicina, sarebbero tramontati da tempo, ma così non è: i riti della giustizia sono tenaci.
Come spiegare questa resistenza?
Dopo avere indagato il diritto altrove, l'antropologo non dovrebbe interessarsi all'Altro nel nostro diritto, vale a dire al ruolo dei simboli nella vita giuridica?
Ma, al di là di rare eccezioni, tale tema resta ignorato dalla sociologia, non disposta a vedere nella simbologia del processo altro che "fumo negli occhi" e volontà di impressionare gli utenti della giustizia. Oltre a imbattersi in consistenti ostacoli di metodo, (1) un approccio siffatto, attribuendo d'emblée una funzione al rituale giudiziario ancor prima di averlo studiato, incastra la sociologia nell'illusione del sapere immediato, dalla quale, d'altra parte, non smette di metterci in guardia.
Forse i sociologi non hanno riflettuto abbastanza sul monito di Durkheim: "Il carattere convenzionale di una pratica o di un'istituzione non deve mai venir presupposto" (2).
Né, d'altra parte, la materia può dirsi indagata dai giuristi, i quali stentano ad affrancarsi da un positivismo che pretende di fondare l'intero ordinamento giuridico sul primato della norma; dal canto loro, le scienze umane hanno preso le distanze dal diritto, riducendolo ai termini di mera tecnica di dominio politico o di regolazione sociale.
Nel panorama culturale italiano, a tali resistenze si aggiunge una sorta di disvalore in cui sembra essere precipitato il potere giudiziario: il nostro paese è affascinato dallo stato, più che dal diritto e, quando pure indugia sul diritto, trascura la figura del giudice, tributando, in ogni caso, maggior interesse al giudice amministrativo che non a quello ordinario. E come se non avessimo occhi che per il giudice costituzionale e dimenticassimo che giudicare le norme - direbbe Hegel - non equivale anche a giudicare i fatti, i casi specifici nella loro singolarità.
Giudicare, prima ancora che una facoltà morale, è un evento e le due cose sono inseparabili, come il testo dal contesto. Non è da escludere che si guadagnerebbe non poco distinguendo la giustizia, in quanto valore morale e politico, dal giudizio - estetico, letterario, scientifico - intrinseco all'atto del giudicare.
Il giudice non statuisce che in riferimento a casi specifici, chiamando in causa esseri umani in carne e ossa, laddove il giurista affronta le questioni giuridiche scarnificate dalla loro dimensione umana. Il giudice, inoltre, a differenza del medico o dell'imprenditore, non può operare che in un contesto ben determinato, vale a dire in un'aula di udienza e in seguito a un confronto di argomentazioni regolato dalla procedura.
Nessun giudizio "puro", che prescinda cioè dalle condizioni materiali della sua realizzazione, è concesso al giudice.
Il contatto di quest'ultimo con la realtà è sempre mediato da una cornice rituale: "Senza una persona, Giustizia e Ragione non possono nulla".(3)
L'evento del giudicare fa parte della giustizia esattamente come il diritto: ne è il fondamento.
Ma ridurre la giustizia al diritto - inteso come mero testo, disposizione - equivale a svilirne la multiforme natura.
Tale sembra essere l'approccio della filosofia del diritto contemporanea, che trasforma la giustizia in una teologia, spogliata del suo apparato liturgico: un pò come pretendere di scrivere la recensione di una pièce che non andrà mai in scena!
E invece, per rendere giustizia occorre parlare, testimoniare, argomentare, provare, ascoltare e decidere.
A tal fine, sarà innanzitutto necessario trovarsi nelle condizioni stesse di giudicare.
Il primo gesto della giustizia non è, dunque, né intellettuale né morale, bensì architettonico e simbolico: delimitare uno spazio tangibile che tenga a distanza l'indignazione morale e le passioni pubbliche, riservare un tempo a tal fine, fissare le regole del gioco, convenire su un obiettivo e istituire gli attori.
Il processo è la prima forma di radicamento del diritto nella vita, è l'esperienza estetica della giustizia, il momento essenziale in cui il giusto non è ancora separato dalla materia viva e il testo di legge è ancora più vicino alla poesia di quanto non sia alla compilazione giuridica.
Se la filosofia del diritto è una ricerca sul giusto in abstracto, per il tramite dell'ideale e della regola, l'istanza del "recte judicare" impone di immergersi in concreto nell'esperienza dell'atto stesso del giudicare; un'esperienza, a dire il vero, al tempo stesso sociale, personale, politica, oltre che giuridica.
La giustizia esperisce quotidianamente il male, la crudeltà degli uomini, la resistenza tenace che i fatti oppongono, la caducità della comunità politica, la fragilità delle prove, la distanza che separa la verità storica da quella processuale. Il senso di repulsione che la giustizia talvolta ispira si spiega forse con il suo essere costantemente alle prese con la materia umana bruta, con l'aspirazione dell'uomo al giusto, certo, ma anche con i suoi fantasmi e la sua violenza, con la parte notturna e nascosta del politico (4), di cui si preferisce tacere.
Privati dell'ausilio delle scienze umane, gli obiettivi di giustizia soffriranno di un eccesso di mitezza; ma senza il riferimento allo scopo della giustizia, vale a dire la ricerca del giusto, di obiettivi non potrà neppure parlarsi.
Il rischio maggiore è non comprendere che queste due forze - la realtà oggettiva del processo e la ricerca soggettiva del giusto - agiscono in senso contrario.
Le scienze umane non smettono di ricordare al refrattario giurista che il quadro simbolico può cospirare contro la giustizia.
Accade infatti che la scenografia processuale si ribelli, talvolta, alle intenzioni virtuose del regista, trasformandosi in un vaudeville giudiziario gravido di dissonanze, piuttosto che in una cerimonia edificante. L'accusato, a questo punto, viene schiacciato da quello stesso cerimoniale concepito per metterlo al riparo dalla vendetta popolare e il rito si trasforma in un'esecuzione capitale simbolica, allorché la passione pubblica si fa dirompente e il temperamento del giudice troppo debole.
Ma allora - si dirà - che aspettiamo a sbarazzarci di questi riti minacciosi?
Ogni soluzione tentata in tal senso - dalla giustizia informale all'intrusione dei media nelle aule giudiziarie - si è tuttavia dimostrata peggiore del male.
La giustizia si trova dunque stretta in un'alternativa infernale: senza rappresentazione, essa non si compie, ma, al tempo stesso, la messa in scena dissemina il cammino di insidie. Se il processo è il teatro naturale della giustizia, ne è anche la tomba: ecco il dramma della giustizia.
Da qui il tentativo di far dialogare i contraddittori imperativi della giustizia.
Dialogo che si prefigura tanto più arduo in quanto l'uno - il diritto - non si esprime che attraverso la parola, mentre l'altro - il rituale - ha fatto suo il linguaggio dei segni.
Per prima cosa, occorrerà ascoltare ciò che i segni, questi servi silenziosi della giustizia - tanto più indisciplinati in quanto non bene identificati - hanno da dire.
Se quest'insolito dialogo della giustizia con i suoi servitori non si farà più serrato, le forze oscure del rituale rischieranno di attirare gli uomini - per quanto animati dalle più nobili cause - verso l'ingiustizia.
Volere il bene e fare il male: tale è l'esperienza tragica della giustizia.
La letteratura l'ha capito ben prima dei giuristi e la tragedia può insegnare al giudice più di quanto la filosofia possa riuscire a fare. Opere apparentemente lontane dal diritto - come L'Orestea di Eschilo o Il processo di Kafka - costituiranno dunque il punto di leva di questi nostri interventi e ciò per cercare di dimostrare come i giuristi abbiano tutto da guadagnare ascoltando quel che i non-giuristi hanno da raccontare loro.

Note bibliografiche

(1) Il rituale non si indirizza anche - anzi, soprattutto - ai "professionisti" della giustizia, cioè magistrati e avvocati? Come spiegare, altrimenti, la sua centralità nei processi senza partecipazione del pubblico, come quello civile o quello dinanzi alla Corte di cassazione?

(2) É. Durkheim, Le regole del metodo sociologico. Sociologia e filosofia, tr. it. Edizioni di Comunità, Milano 1996, p. 45.
(3) La citazione è tratta da Baldo (Consilia, III, 218, E 64, col. B in fine), cit. in E.H. Kantorowicz, I due corpi del re, tr. it. Einaudi, Torino 1989, p. 122.

(4) Cf. F. Cordero, La Giustizia del più forte, in La Repubblica del 31 ottobre 2006, pag. 53 secondo il quale "... nel diritto non valgono le regole della geometria euclidea ... mutando le norme secondo i tempi e i luoghi. A volte il punto non è se l'esito processuale è giusto ma l'importante è l'interesse del Paese". "Dove esista un monopolio normativo, incombe il pericolo, già individuato dai greci, che qualcuno diventi legalmente 'kurios ton nomon', padrone della macchina, abusandone" (così ancora F. Cordero, La perfida macchina del potere, in La Repubblica" del 7 luglio 2006): "... altre volte basta invece che l'esito sia favorevole solo ed esclusivamente a se stessi" (cf. F. Cordero, Dall'immunità al PM inerte, in La Repubblica del 17 settembre 2008, p. 32)

di: Costantino D'Onorio De Meo

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