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giovedì 08 novembre 2018
Fraschétte e Cantine di Mola nel 1910
Dal libretto programma "Mola in Festa 2006"
letture: 3264
Data evento: sabato 08 lug 2006
Formia: I vichi di Mola (foto di Diego Caruso)
Formia: I vichi di Mola (foto di Diego Caruso)
Archivi di TF: Le fraschétte , così chiamate per la " frasca" di lauro che avevano come insegna fuori la porta, vendevano solo vino bianco e rosso che i contadini producevano nei loro vigneti di Farano, Mamurrano, Santojanni e Gianola. Era vino schietto e genuino che non temeva confronti e si vendeva a quattro soldi il litro. Dice un detto formiano:
A santu Martino/ lu musto diventa vino.
Le fraschétte , così chiamate per la " frasca" di lauro che avevano come insegna fuori la porta, vendevano solo vino bianco e rosso che i contadini producevano nei loro vigneti di Farano, Mamurrano, Santojanni e Gianola. Era vino schietto e genuino che non temeva confronti e si vendeva a quattro soldi il litro. Dice un detto formiano:
A santu Martino/ lu musto diventa vino.
A novembre, infatti, dopo san Martino, messa la frasca e speléta la òtta, per far conoscere il nome del proprietario della "fraschètta" e la bontà del vino, si dava l'incarico ad un banditore che, con una bottiglia di vino in mano e un bicchiere per l'assaggio, girava tutto il rione gridando a piena voce :
Ha misso ammèno lu vino
Mariuccia la Bocchétta;
'o che zucchero, 'o che zucchero!
Quatte sòrde gliu nitro:
a uno a uno, senza pressa!
Poi, cambiando intonazione:
S'è ngegnète n'ata òtta nòva
Accute Francisco de Coccarde
'o che robba tè;
assaggite, assaggite!
I banditori erano: Chiappitto, Giacumino, Zengarieglio e Sciangone.
Il vino, come tanti altri prodotti, era soggetto ad una tassa che si pagava alla gabella dove c'erano le guardie daziarie chiamate " gabellote".
A miezzo Mòle c'erano le fraschétte della Launèra, de la Frauglina, de Fusco, de Fieruntina e de Trabucco, nel vicoletto Miglio.
Le cantine, invece, facevano anche da mangiare. Infatti, tramite un'apertura ad arco, si accedeva in un altro stanzone con annessa cucina, dove gli avventori potevano consumare i pasti.
Erano le cantenére che cucinavano e preparavano piatti semplici e saporiti come gliù zuffritto, la séccia a gliù tianiéglio e le rinomate zuppe di pesce alla formiana. Non mancavano mai le pèzze de chèse peruto co' la pepenèlla ancòppa che le itrane portavano giornalmente a Mola insieme a l'auglive a l'acqua.
Oltre al mangiare e al bere, nelle cantine si trascorreva il tempo giocando a scopa, a sette e mezzo, a tressette, a morra e a gliù tuòcco a vino.
Tra canti e risate, tintinnio di bicchieri e rumore di piatti e forchette si vedevano i figli dell'oste affaccendati tra i tavoli.
Le cantine di Mola erano numerose data la grande affluenza di carrettieri, facchini e marinai che lavoravano nelle fabbriche di laterizi e nei numerosi molini e frantoi azionati dalle copiose acque delle sorgenti Mazzoccolo e della Varechèra .
All'entrata di Mola, afòre gliù Ponte si trovavano le cantine di Lorenzo Amendola, di Virgilio Forte e di Ciuvetèlla Mirante.
Oltrepassato il ponte si entrava in Mola e lungo la via A. Tosti si incontravano le cantine di Gioacchino Gioia detto Cuccarde, di Angelo Nocella, detto gliu Mercuso, di Crescenzo Simeone detto Nucenzo, di Mariuccia detta la Bocchétta, di Giovanni Marciano detto la Cianca e di Elisa Colarullo detta Glisetta, in via dei Provenzali.
Al di là della Porta dell'Orologio si arrivava alla fontana di glie cinche fruscie dove c'era La Pergoletta di Benedetto Costa; a Caposelice faceva furore la cantina di Santanna Buono, sempre affollata da marenèle.
L'ultima cantina era quella di Concetta Tallini in via XX Settembre. Lì finiva Mola ed iniziava il rione Castellone
Giovannino Bove


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Pubblicato su TeleFree.it l'8 luglio 2006
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postato da: francos  

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