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giovedì 29 novembre 2018
Gaeta/ Restauro a San Domenico? Meglio autentiche rovine...
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Data evento: venerdì 18 ott 2002
Archivi di TF: Ho visitato la chiesa ed il convento di San Domenico: non so proprio come si sia potuto lasciar ridurre in quelle condizioni un complesso così bello! La chiesa è in condizioni abbastanza pietose, ma il convento sembra reduce da un terremoto o addirittura da un bombardamento....
Eppure si tratta di spazi di straordinaria bellezza. Non solo la chiesa, che è un pezzo di pura architettura tardo gotica, ma anche il convento che presenta una sequenza di ambienti di grande suggestione: la galleria d'ingresso, il magnifico chiostro rialzato, le scale, le ampie sale ai piani superiori, le terrazze, le vedute sul mare....

Ogni pietra, i pavimenti sconnessi, le tracce di affreschi sulle pareti, i banchi di legno ammucchiati, le vecchie statue impolverate, i bassorilievi in frantumi, gli intonaci ingialliti, tutto ci parla della storia del convento, delle sue innumerevoli vicissitudini, ma anche dell'abbandono che lo ha colpito in questi ultimi anni. Tutto, anche il più piccolo frammento ha una sua storia da raccontare e grazie alle voci che si levano da ogni pietra, quegli ambienti sembrano rinascere: si rianimano le grandi sale del convento, rivivono gli antichi splendori ed è possibile ripercorrere un'architettura che quasi non c'è più per apprezzarne pienamente le grandi qualità.

Una calibrata successione di spazi si snoda mirabilmente intorno al chiostro in un chiaro-scuro che non manca mai di stupire. Percorrendo la cupa galleria d'ingresso, d'improvviso si resta colpiti dagli squarci di luce provenienti dalle arcate del chiostro, attraversando un piccolo corridoio al piano superiore, una finestra offre una spettacolare vista sul mare: un continuo e sapiente gioco di luci ed ombre che accompagna il visitatore fin sopra al campanile da dove si gode di una magnifica vista sul Golfo.

Certo, un bel restauro sarebbe proprio quel che ci vuole! Ma siamo sicuri che un restauro condotto secondo i criteri in uso oggigiorno tra i nostri tecnici con la benedizione delle Soprintendenze, sia in grado di rimediare a decenni di incuria senza cancellare la storia secolare e la straordinaria architettura del complesso monumentale? Siamo sicuri che demolendo integralmente i vecchi intonaci e realizzandone di nuovi con tecniche moderne, le pareti riescano poi a comunicarci le stesse emozioni di oggi? Siamo proprio certi che una guaina d'asfalto come quella che ricopre impietosamente le volte estradossate della polveriera Ferdinando e della piccola cappella del Rosario, sia quel che ci vuole per la chiesa di San Domenico che ancora conserva miracolosamente le sue bellissime coperture in battuto di lapillo? O che tetti realizzati con travi d'acciaio e forati possano sostituire quelli di legno senza produrre effetti di rilievo sull'insieme? Che dire, poi, di soluzioni distributive che non tengono minimamente conto dell'impianto architettonico d'origine stravolgendolo completamente per piegarlo alle nuove necessità d'uso?
In genere, il risultato di queste operazioni che qualcuno definisce di "restauro" è una sorta di grossa "meringa": un edificio completamente tirato a lucido con intonaci perfettamente lisci, pareti sgargianti e tetti di colore grigio argento che contrastano nettamente con il resto del centro storico, pavimenti in finto cotto, interruttori dappertutto, plafoniere sulle volte, faretti incassati nelle nicchie, impianti realizzati come se ci si trovasse in un appartamento di periferia e, ovunque, portoni da villa al mare e finestre da chalet in montagna; e poi demolizioni e false ricostruzioni in nome di un sempre presunto ripristino delle forme d'origine, volumi aggiunti realizzati con materiali rigorosamente non tradizionali, soprelevazioni, setti di cartongesso, scale d'acciaio, nuove pareti divisorie, nuovi percorsi e nuovi spazi che nulla hanno a che fare con l'edificio d'origine.

Un'architettura finta, insomma, "siliconata", profondamente banale, un'architettura "epurata", che non conserva più nulla delle caratteristiche di partenza, che non ha assolutamente più niente di storico: un architettura sostanzialmente muta, stuprata, svuotata della sua essenza, ridotta a fantasma di se stessa, spogliata di tutte quelle parti che con un attento intervento sarebbero potute ritornare a parlare di sé e della storia dell'edificio.

A Gaeta, poi, neanche ci si affida all'opera, già di per sé discutibile, dei tecnici e delle Soprintendenze, ma a persone che senza la benché minima qualifica intervengono direttamente sui monumenti ridipingendo, intonacando, rattoppando i pavimenti, spostando oggetti e suppellettili da un edificio all'altro, cancellando a poco a poco le testimonianze del nostro passato e le ultime tracce di architetture irripetibili...

Questi, i pensieri che mi hanno accompagnato per tutta la durata della visita a San Domenico: un'esperienza indimenticabile che consiglio a tutti di fare al più presto, prima che la scure del "restauro conservativo" si abbatta inesorabilmente su uno degli edifici più belli della città di Gaeta.

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Pubblicato su TeleFree.it il 18 ottobre 2002
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