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mercoledì 25 marzo 2020
Non bisogna mai perdersi di coraggio
Chi si perde di coraggio e' fottuto
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Coronavirus
Coronavirus
Club degli autori di TF: Lavoro lontano dall'Italia, dall'altra parte di un grande oceano sempre piu' caldo, il quale sempre piu' spesso, in estate, genera violenti uragani che puntano quasi sempre verso la nostra citta'. Tra un disastro e l'altro (l'uragano Katrina e il terremoto di Haiti), qualche anno fa mi divertivo molto, da dilettante della scrittura, a scrivere su Telefree.

Disastri a parte, quelli erano bei tempi: il coronavirus non esisteva ancora.

Poi il lavoro mi ha tenuto troppo impegnato e ho smesso di scrivere. Ora che mi trovo in prima linea a combattere il coronavirus come medico in terapia intensiva, ora che ho ancora meno tempo, chissa' perche' sento il bisogno di tornare a scrivere.
Inizialmente questa sembrava una pestilenza lontana, iniziata a Wuhan in Cina, Wuhan citta' remota di cui fino a quel momento ignoravo l'esistenza.

Poi in breve tempo ho visto da lontano il virus colpire soprattutto l'Italia. Ho seguito con grande attenzione e dispiacere il tragico evolversi di una situazione estremamente drammatica.

Ero consapevole dell'inevitabilita' di una pandemia che avrebbe presto colpito, anche da questa parte dell'oceano, soprattutto la nostra bella citta' che e' luogo di grande attrazione turistica. Cosi' e' stato. Ora il numero di casi non sorprende se si pensa che oltre un milione di persone provenienti da tutto il mondo hanno visitato la nostra citta' nel mese di febbraio per festeggiare il Mardi Gras.

Cosa ci fosse da festeggiare, mentre il contagio cresceva esponenzialmente nel mondo mietendo vittime, io non lo so. So solo che imposi alla mia famiglia di restare a casa in quei giorni per evitare un probabile contagio.

Tristemente consapevoli di cosa stava arrivando, in ospedale abbiamo cercato di prepararci al meglio, nei limiti delle nostre umane possibilita' e delle risorse disponibili, nei limiti di un sistema che verra' presto messo a durissima prova come in Italia.

Parlero' di qualche aspetto umano, soprattutto nell'ambito della mia famiglia.

La mia secondogenita, che ora e' una giovane ragazza, fin da piccolina e' sempre corsa ad abbracciarmi forte e a baciarmi ogni volta che tornavo a casa, e ha mantenuto questa bella abitudine, piu' italiana che anglosassone, anche nell'adolescenza, quando i figli tendono a distaccarsi dai genitori. Dopo aver iniziato in ospedale a trattare il primo caso di infezione da coronavirus, tornando a casa l'ho vista venirmi incontro per abbracciarmi e baciarmi come di consueto. Con grande dispiacere, e per il suo bene, ho dovuto fermarla e dirgli che da quel momento in poi era meglio cambiare le nostre abitudini, spiegandogli dolcemente e con tatto il perche'. Sebbene lei abbia capito, non dimentichero' mai quanto ci e' rimasta male, e non vi dico quanto soffro io per la mancanza di quegli abbracci e di quei baci.

Quando i casi nella nostra terapia intensiva sono aumentati, e quando ho cominciato ad intubare i primi pazienti, tornando a casa, per proteggere la mia famiglia ho aumentato le precauzioni: ho cominciato a togliere le scarpe lasciandole fuori di casa; ho cominciato ad indossare in casa una mascherina, a lavare io stesso in lavatrice i miei indumenti, a dormire su un divano in un piccolo porticato chiuso da una vetrata, nel luogo piu' remoto della nostra casa, dove ho messo anche un piccolo tavolo e un computer, per continuare a organizzare al meglio il lavoro col resto di un team di persone straordinarie, al termine di estenuanti giornate in terapia intensiva.

La mia famiglia, dietro mio consiglio ma anche seguendo il proprio istinto, per fortuna si tiene lontana da me e prudentemente mi tratta come un appestato. Mia moglie mi porta il piatto con la cena e lo lascia ad una certa distanza, allontanandosi subito dopo. Io prendo il piatto, tolgo la mascherina, mangio, rimetto la mascherina, gli lascio il piatto ad una certa distanza, torno a lavorare al computer. Spero di poter un giorno tornare ad abbracciare tutta la mia famiglia.

Ieri sera mia moglie, assieme ad un piatto di spaghetti col pomodoro, mi ha portato una birra Corona. Siccome ha sentito che qui la birra Corona non la beve piu' nessuno, ha concluso che questo non e' giusto e ha comprato proprio quella, per aiutare chi la produce in questo momento di crisi.

La mia famiglia non esce di casa, seguendo le direttive ricevute. Le mie figlie, una alle scuole superiori, l'altra all'universita', seguono le lezioni al computer e studiano molto. Mia moglie, che e' ansiosa, da qualche ora continua a schiarirsi la gola e ammette che e' un problema nervoso. Che sia un problema nervoso io glie lo auguro. Le ho consigliato di bersi anche lei un paio di birre Corona per aiutare la Cerveceria Modelo ad uscire dalla crisi e abbiamo riso. Per fortuna il senso dell'umorismo non ci ha ancora abbandonato.

Per me l'unico divertimento in questi giorni difficili e' andare e tornare dal lavoro in motocicletta, per le strade vuote, con la mia Triumph Bonneville, alla faccia del virus.

In ospedale si teme che potrebbero ad un certo punto finire mascherine e altro materiale protettivo, di cui c'e' carenza mondiale. Ho avuto la fortuna di trovare, in un negozio di ferramenta ancora aperto, 13 tute di quelle indossate per non sporcarsi durante la verniciatura a spruzzo, simili a quelle che usiamo per proteggerci in terapia intensiva. Le ho comprate tutte e le tengo come riserva.

Ci sono tanti volontari che hanno cominciato a cucire mascherine, soprattutto donne anziane che sanno ancora cucire. Tornando a casa ne ho parlato con mia moglie e anche lei comincera' e cucire mascherine. Chissa' che anche le mie figlie non imparino a cucire, come si faceva una volta, quando si viveva meglio perche' lo stile di vita era piu' frugale.

Recentemente ho letto su Repubblica che in Italia in breve tempo 7.220 medici hanno risposto ad un appello di alcuni ospedali del nord che chiedevano aiuto. E' stato commovente apprendere che tra questi vi erano medici in pensione ultraottantenni, i piu' vulnerabili al virus, che comunque hanno fatto domanda per essere inviati sul "fronte di guerra". Mi inchino davanti al loro altruismo e soprattutto davanti al loro coraggio.

Chiudo questo scritto ricordando con affetto le parole di mia madre, ricorrenti in famiglia nei momenti piu' difficili, che dette in dialetto e con una certa teatralita' hanno sempre strappato un sorriso:

"Non bisogna mai perdersi di coraggio: chi si perde di coraggio e' fottuto".

Queste parole siano esortazione anche per chi legge.

Non perdetevi d'animo e statevene a casa voi che potete.

Un caro e forte abbraccio (elettronico) a tutta la mia famiglia in Italia, a tutti gli amici in Italia e nel mondo.

postato da: PietroSpina  

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