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domenica 17 febbraio 2019
Dalle infrastrutture ai migranti: i nodi che dividono il governo
Tav, legittima difesa, Venezuela e immigrazione, ma anche droghe leggere e sport: il governo gialloverde è in stallo
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Politica: Sulla Tav c'è il tiro alla fune più evidente tra Lega e M5s. I grillini hanno sempre fatto e detto di tutto per affossarla. Ultimo capitolo per mandare in soffitta la Torino-Lione è l'analisi costi-benefici commissionata a un pool di esperti che, tuttavia, si sono sempre schierati per il «no».
Scontato l'esito dello studio: «La Tav non conviene». Esulta il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli con tutto il Movimento. Ma la Lega ha il mal di pancia e tutte le opposizioni insorgono. Come se non bastasse, anche l'Europa fa sentire la propria voce e avverte il governo che un'eventuale stop all'opera comporterebbe la restituzione dei fondi europei già accantonati per l'Alta velocità nonché l'esclusione dell'Italia - per i prossimi cinque anni - da tutti i programmi finanziati con i fondi Ue. Insomma, un disastro. Ecco perché il Carroccio non molla e continua ad avvisare l'alleato: «La Tav va fatta». I 5 stelle: «Assolutamente no». Il balletto continua.

Negozi, Salvini vuole più domeniche aperte
L'altro duello gialloverde si gioca sul provvedimento dei «negozi chiusi la domenica». Gli orari di apertura erano stati liberalizzati con un decreto legge dal governo Monti nel 2011. Movimento 5 stelle e Lega avevano promesso di rivedere il provvedimento, tornando alle vecchie regole che con certe eccezioni imponevano ai negozi la chiusura domenicale, nei giorni di festa e per mezza giornata aggiuntiva ogni settimana. Risultato: le categorie e i piccoli commercianti si sono ribellati, bussando principalmente alle porte del Carroccio, spesso loro partito di riferimento. A questo punto la Lega ha spinto affinché nel testo entrassero molte più deroghe alla regola generale della serrata domenicale. Il numero delle aperture, per esempio, potrebbe essere fissato a 26 domeniche e otto festività ma la Lega spinge per aumentare il numero e arrivare a 32-34 domeniche. Ma il braccio di ferro coi grillini è destinato a proseguire.

Lo sgambetto grillino sulla legittima difesa
Bandiera del Carroccio, il provvedimento sulla legittima difesa è stato votato anche dal Movimento 5 stelle ma i mal di pancia tra i grillini non sono mancati. La prova? Prima una serie di emendamenti presentati (poi ritirati) al Senato per modificare la norma. Quindi è arrivato il sì con molti malumori pentastellati e il testo è arrivato alla Camera. Ma è a Montecitorio che è capitato il fattaccio. «Uno sgambetto», hanno accusato i leghisti. È accaduto che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha fatto pervenire alla commissione Bilancio della Camera, guidata dal leghista Claudio Borghi, un parere vincolante in cui si sottolineava un «errore tecnico» nelle coperture: 98mila euro imputati al 2018 e non al 2019 nel testo già passato a Palazzo Madama. Un «errore formale» che però obbliga che il provvedimento sulla legittima difesa torni al Senato per il via libero definitivo. E nella maggioranza è stata subito alta tensione.

Compromesso al ribasso per non tifare Maduro
Anche sulla politica estera Lega e M5s sono entrati in rotta di collisione. Ultimo caso è sul Venezuela. Quando il 23 gennaio nel corso di una manifestazione contro l'esecutivo retto dal dittatore comunista Maduro, Juan Guaidó ha giurato sulla Costituzione come presidente pro tempore del Venezuela dopo essere stato eletto dall'Assemblea Nazionale, mezzo mondo l'ha riconosciuto: dagli Usa al Canada, dal Brasile all'intera Europa. La Lega si sarebbe messa in scia: «Maduro è uno degli ultimi dittatori di sinistra rimasti in giro, che governa con la forza e affama il suo popolo. L'auspicio sono libere elezioni il prima possibile», Salvini dixit. Peccato che l 'alleato grillini fa il tifo per Maduro: «Ci siamo sempre accodati in modo vile agli esportatori di democrazia. L'Europa dovrebbe smetterla una volta per tutte di obbedire agli ordini statunitensi», il pensiero di Alessandro Di Battista. Risultato: né con Guaidò, né con Maduro.

Sulla marijuana libera c'è l'altolà dei leghisti
È il caso di dire che lo scontro è «stupefacente». I 5 stelle hanno depositato una proposta di legge per legalizzare la coltivazione e la detenzione della marijuana e puntano a farla passare anche con i voti di sinistra, Pd e «cani sciolti». La Lega s'è infuriata: «Non se ne parla neppure, piuttosto legalizzo la prostituzione», s'è scomodato persino il leader del Carroccio Salvini. Ad accendere la miccia due parlamentari del M5s, Matteo Mantero e Lello Ciampolillo. I quali hanno depositato in Senato un disegno di legge il primo e due l'altro con lo stesso obiettivo: ottenere di legalizzare la coltivazione, la lavorazione e la vendita della cannabis e dei suoi derivati. Strada sbarrata, però, dal Carroccio: «Se dobbiamo sconfiggere davvero la criminalità, togliamo dalle strade la prostituzione a cielo aperto che è una vergogna», Salvini dixit un mesetto fa. Morale: la maggioranza anche su questo tema rischia di andare in fumo.

Fico guida la «fronda» dell'ala pro accoglienza

Il pugno duro di Salvini sull'immigrazione è senza dubbio ciò che lo fa volare nei consensi. Di contro, mezzo partito grillino arriccia il naso: «Così sembriamo una costola della Lega, così sembriamo un partito di destra», lamentano i militanti. Di fatto, sul tema, Di Maio sembra essere a rimorchio del Carroccio e anche i big glielo fanno notare sempre più spesso. Un esempio? Il presidente della Camera Roberto Fico che appena parla di immigrazione bacchetta Luigino: «L'accoglienza è fondamentale. Ogni volta che muore una persona nel Mediterraneo, così come in altre parti, ci dobbiamo sentire coinvolti». E ancora: «Il punto è che siamo una Repubblica democratica che si fonda sul concetto di accoglienza, che è un valore sempre. In ogni epoca e ogni tempo». Come Fico la pensano in molti tra i pentastellati che chiedono di abbandonare la strategia del rigore sugli sbarchi e sognano lo sgambetto al capo del Viminale sul caso Diciotti.

Il Carroccio nega i soldi per il tennis a Torino

Poteva mancare il duello sullo sport? Ovvio che no. Fresco fresco: Lega e 5 stelle non hanno trovato l'accordo in consiglio dei ministri sulla cifra da destinare a Torino come candidata delle Atp Finals di tennis dal 2021. A sostenere la candidatura c'era la sindaca grillina Chiara Appendino, piccatissima: «Se c'è una ragione ce la spieghino, altrimenti è un dispetto, una ripicca». Il governo avrebbe dovuto mettere sul tavolo 18 milioni per il primo anno e 15 per ciascuno dei quattro successivi. In tutto 78 milioni di euro. Una cifra che la Lega non è intenzionata a sborsare. Il Movimento 5 stelle è andato su tutte le furie e ha puntato il dito contro il Carroccio. A cercare di gettare acqua sul fuoco il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti: «La questione, purtroppo, è che se non ci sono le risorse diventa complicato e illegittimo per l'esecutivo dare le garanzie economiche». Altro malumore tutto interno alla maggioranza.

Francesco Cramer
fonte: Il Giornale   di: Emiliano Ziroli

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