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sabato 16 settembre 2017
Dell'idiozia o dell'antifascismo
che è la stessa cosa.
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Giuseppina Ghersi, 13 anni, poco prima di essere uccisa dai valorosi partigiani.
Giuseppina Ghersi, 13 anni, poco prima di essere uccisa dai valorosi partigiani.
Roma: Quale può essere la misura di un odio imbecille? Bieco? Sordo e cieco ad ogni ragionamento?
La misura ce la dà in questi giorni il consueto quotidiano comunicato dell'associazione nazionale partigiani italiani, che ormai prende posizione anche su dove devono andare a pisciare i cani, oltre che sugli arbitraggi dei campionati di promozione e se si può bere l'acqua portata da un acquedotto costruito durante il vituperato ventennio fascista, sia mai che uno si contamini.
Come ce la dà questa misura di imbecillità l'associazione nazionale dei partigiani italiani (laddove ancora la nazione ne fosse carente) ?
Con la polemica nata attorno all'idea di ricordare con un cippo, simile a quello di Carlo Giuliani, il brutale omicidio di una ragazzina di 13 anni colpevole di aver scritto una lettera a Benito Mussolini ricevendo il 18 gennaio del 1945 una risposta dalla segreteria particolare della buonanima ( non vorrei nominarlo troppe volte vista l'aria che tira).
L'improvvida ragazzina nutriva evidentemente ammirazione ed aveva voluto esplicitarla.
Di quella lettera si ricordarono i partigiani il 25 aprile del 1945 che andarono a prelevarla, 13enne, accusandola di essere una brigatista nera, una spia che aveva fatto arrestare alcuni antifascisti.

"Dall'esposto del padre, Giovanni Ghersi, presentato al Procuratore della Repubblica di Savona in data 29 aprile 1949, di cui è possibile chiedere copia all'Archivio di Stato di Savona, e che consta di sei cartelle minuziosamente vergate a mano, leggiamo che: "Il 25 aprile '45, alle 5 pomeridiane" i partigiani, appena entrati a Savona, chiedono ai Ghersi del "materiale di medicazione" che la famiglia non esita a "fornire volentieri". Il giorno successivo, come di consueto, i coniugi si dirigono verso il loro banco di frutta e verdura, ma in zona San Michele, poco dopo le 6.00 del mattino, sono fermati da due partigiani armati di mitra. Vengono portati al Campo di Concentramento di Legino , situato nella zona dell'odierno complesso delle Scuole Medie Guidobono, dove un terzo partigiano sequestra loro le chiavi dell'appartamento e del magazzino. Dopo circa mezz'ora viene deportata al Campo anche la cognata e i partigiani, senza testimoni, possono finalmente procedere rubando le merci dal negozio e tutti i beni della famiglia presenti in casa. Solo Giuseppina manca all'appello perché ospitata da alcuni amici di famiglia in Via Paolo Boselli 6/8.
I Ghersi, ormai detenuti da due giorni senza lo straccio di un'accusa, chiedono spiegazioni ai partigiani che rispondono rassicurandoli. Viene loro detto che si tratta di un semplice controllo e che hanno bisogno di fare delle domande alla figlioletta. Siccome Giuseppina aveva precedentemente vinto un concorso a tema ricevendo, via lettera, i complimenti da parte del Segretario Particolare del Duce in persona, trattandosi di una bonaria quisquilia, i genitori si persuadono circa le intenzioni dei partigiani e, accompagnati da uomini armati, vanno a prendere la piccola. L'intera famiglia Ghersi viene dunque tradotta nuovamente al Campo di Concentramento dove inizia il primo giorno di follia. E' il pomeriggio del 27 Aprile 1945: madre e figlia vengono malmenate e stuprate mentre il padre, bloccato da cinque uomini, è costretto ad assistere al macabro spettacolo percosso dal calcio di un fucile su schiena e testa. Per tutta la durata della scena gli aguzzini chiedono al padre di rivelare dove avesse nascosto altro denaro e oggetti preziosi.
Giuseppina cade probabilmente in stato comatoso perché, come riferisce l'esposto al Procuratore, "non aveva più la forza di chiamare suo papà".
Verso sera inizia a piovere e le belve, stanche di soddisfare i propri istinti, conducono Giovanni e Laura Ghersi presso il Comando Partigiano di Via Niella dove viene chiaramente detto che a loro carico non è emerso nulla. Nonostante ciò i partigiani li rinchiudono nel carcere Sant'Agostino.
Giuseppina subisce da sola un lungo calvario di sofferenze finché, il 30 Aprile 1945, viene finita con un colpo di pistola per poi essere gettata davanti alle mura del Cimitero di Zinola su un cumulo di cadaveri. "

(Dal blog giuseppinaghersi.blogspot.com)

Dopo 72 anni da questa infamia qualcuno si è ricordato di lei e del sacrificio suo e della sua famiglia. Ed ecco che interviene il comitato nazionale delle vestali antifasciste, bidelle della costituzione, cultrici della patrie memorie per dire che no. Quella targa, quel cippo, quell'anima di chi gli è stramorto non si deve fare.

Ed riescono a distansiarsi perfino dal consueto comunicato con cui chiedono che, a Casapound, a Forza Nuova, ai sopravvisuti alle loro stragi non sia consentito di pensare, respirare, scorreggiare, parlare, ricordarsi che esistono e compagnia bella cantando perché la città è medagllia d'oro, d'argento, di bronzo (barrare la relativa casella) della resistenza e quindi è oltraggio alla memoria di (citare il locale caduto per mano nazifascista, fa niente era un criminale fucilato per giusti motivi) ed invocare la costituzione, la dodicesima disposizione transitoria, la repubblica, la legge Scelba, quella Mancino e chiedere di radere al suolo Littoria/Latina, l'obelisco ed il palazzo M.

Di seguito un elevato momento della loro inconfondibile prosa:

«È una provocazione, ecco perché tirano fuori ora questa vicenda, abbiamo pietà e lascino in pace i morti». E aggiungono subito un altro dettaglio, che definiscono «un'ulteriore provocazione». Il monumento a Giuseppina sorgerà in una piazza di Noli intitolata ai fratelli Rosselli, fondatori di Giustizia e Libertà, simboli della lotta al fascismo e uccisi da sicari dell'estrema destra francese, pagati da Mussolini.

Così l'anpi provinciale di Savona «ribadisce la propria contrarietà al progetto dell'amministrazione comunale di Noli di erigere un cippo in memoria della brigatista nera (sic!) Giuseppina Ghersi».
«La pietà per una giovane vita violata e stroncata non allontana la sua responsabilità di schierarsi e operare con accanimento a fianco degli aguzzini fascisti e nazisti».

La cosa non meriterebbe commenti perché si commenta da sé.
Ma una cosa mi tocca dirla: questa è la gente che vuole insegnarci a campare. Questi sono quelli che ci additano i loro valori come valori universali di libertà e di pace. Questi sono quelli che si sentono in diritto ed in dovere di dare il loro imprimatur su qualunque aspetto della vita democratica nazionale e lo fanno finanziati dai soldi di tutti.
Questi sono quelli che rivendicano l'omicidio e la violenza su di una bambina di 13 anni. E basta.

postato da: Kalckreuth  

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