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sabato 18 agosto 2018
Formia tra storia e leggenda
Il mito dei Lestrigoni nell' Odissea di Omero
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Data evento: martedì 02 apr 2002
Lo scrigno di TF: Il sorgere della vetusta ed incantevole città di Formia è tuttora avvolto nei veli della leggenda. Questa, assai nota a poeti e dotti Greci e Latini, narra, al riguardo, che Formia era città e capitale dei Lestrigoni, un popolo di giganti pericolosamente astuti, dotati peraltro di una forza sovraumana. La ferocia inenarrabile dei Lestrigoni si caratterizzava prevalentemente con la temibile pratica, da sempre diffusa fra loro, dell'antropofagia.
Lo stesso Omero, nell'Odissea (X, versi 106-174), racconta il tragico episodio relativo all'approdo di Ulisse presso il terribile litorale.
Appena giunto in vista del luogo, infatti, l'eroe ordina a tre dei propri compagni di andare in esplorazione lungo le coste della terra appena raggiunta. Essi, una volta sbarcati, fanno la conoscenza, presso la fonte Artacia, della figlia di Antifate, il re.

La fanciulla, interrogata in merito al sovrano di quel luogo, addita loro la casa di suo padre: i compagni di Ulisse vi si recano e tosto inorridiscono alla vista di una donna enorme, che scoprono essere la regina. Prontamente richiamato dalla consorte, il gigantesco Antifate accorre ed afferra uno dei tre malcapitati, ormai destinato a diventare la sua cena: gli altri due fuggono precipitosamente, mentre in un batter d'occhio i Lestrigoni, già pronti all'assalto, distruggono le navi greche lanciandovi contro enormi pietre. In un tale, imprevisto frangente, l'unica nave a cui è possibile l'estrema ritirata è proprio quella di Ulisse, rimasta provvidenzialmente fuori dal porto.

La città dei barbari giganti della leggenda era chiamata appunto Lestrigonia, o anche Lamia da Lamo, suo fondatore, all'epoca della guerra di Troia (XII sec. a. C.).

Secondo altri autori antichi, il nome Lamia derivava invece da quello di una fanciulla libica che Giove, in occasione di una delle sue numerose infedeltà coniugali, aveva rapito e portato appunto sul lido formiano.
Ancora diversi secoli più tardi, quando la città era già nota con il nome di Formiae, scrittori e poeti Latini continuavano a fare riferimento alla sua presunta origine Lestrigone; è certamente il caso di Plinio il Vecchio, che nel I secolo dopo Cristo, scriveva: Formiae, Hormiae prius dictae olim, sedes antiqua Lestrigonum (ovvero: Formiae, prima detta, un tempo, Hormiae, fu antica sede dei Lestrigoni).

Questa leggenda, che colloca nell'ambito del litorale formiano mostri favolosi simili ai ben più noti Ciclopi, non trova in realtà alcuna conferma dal punto di vista geografico: la reale configurazione della costa formiana, infatti, non collima affatto con la configurazione del luogo che può essere desunto dai versi omerici.

Alla difficile questione legata alla dubbia possibilità di una reale identificazione di Formia con l'antica terra dei Lestrigoni, molti studiosi hanno dedicato, a suo tempo, una grande attenzione. Uno di essi, Victor Bérard, rifacendosi ancora una volta al testo dell'Odissea omerica, si mise meticolosamente alla ricerca - lungo le coste del Mediterraneo - di una terra che corrispondesse, nei dati geografici stessi, a quella indicata dal poeta quale sede dei Lestrigoni.

Partendo dal significato del vocabolo greco lestrigon (ovvero pietra delle tortore) e dall'etimologia del nome Artacia (fonte dell'Orsa), il Bérard scoprì infatti che nelle Bocche di Bonifacio, tra Corsica e Sardegna, esiste un Capo che fin dall'antichità è detto dell'Orso: presso la località Parau, sempre nella zona, v'è poi una fonte e nel porto esiste uno scoglio detto Colombo (anticamente, Colombarium promontorium) per la grande quantità di uccelli marini, specie colombi, che vi nidificano. È in tale luogo che l'acuto studioso ravvisò l'omerica Lestrigonia.

Anche Ettore Romagnoli accettò la teoria di Bérard: tanto più che, collocata in tale luogo la mitica città di Lestrigonia, trova spiegazione anche il nome di Telepilo, ad essa attribuito, e cioè Porta lontana (per i Latini Fretum Gallicum). Resta tuttavia da chiarire il perché di un simile errore nella tradizione leggendaria legata alla città di Formia.

Al riguardo il Pais ricorda che, nel sec. VII a. C., ma con ogni buona probabilità anche in epoca di gran lunga precedente ad esso, i Greci di regola non si avventuravano mai a navigare lungo le coste di Aurunci, Ausoni, Volsci e Latini, ritenendole luoghi pericolosi. Questa ripugnanza dei Greci, che identificavano Lestrigonia con il territorio formiano, fece pure nascere il mito di Circe su un promontorio non lontano da Formia.

Un'altra antica leggenda - meno cruenta delle precedenti - collega invece il nome di Caieta (la città di Gaeta, che anticamente era un porto formiano) alla venuta dell'eroe omerico e virgiliano Enea: di nuovo, cioè, al contesto della guerra d'Ilio.

Si narrava, infatti, che Caieta, nutrice di Enea, capo dei Troiani scampati alla presa di Troia ed approdati nella località, vi fosse morta e quindi vi fosse stata sepolta pietosamente: di qui il nome del posto (Virgilio-Eneide, VII, versi 1-7).

Senza contare che, per certi autori Latini (contrariamente a quanto afferma Virgilio stesso, nel libro V dell'Eneide) avvenne presso Caieta anche l'episodio delle donne Troiane che, stanche del lungo peregrinare, tentarono di distruggere con il fuoco le navi.

La leggenda del nome Caieta derivato dalla nutrice di Enea era, del resto, già contestata ai tempi di Virgilio: infatti Strabone, geografo greco del I sec. a. C., faceva risalire tale appellativo al vocabolo greco Kaiadas, cioè cavità, allusione evidente al porto. Lo storico Diodoro Siculo, vissuto nel I sec. d. C., indicava invece il luogo soltanto con il nome di Porto Formiano.


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Prima news pubblicata su Formia.tv il 2 aprile 20002
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di: Simone Lucciola

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