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Home » News » Latina » Cusani: una condanna che viene...
lunedì 10 settembre 2012
Cusani: una condanna che viene da lontano
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Nicola Reale
Nicola Reale
Latina: Per gentile concessione del direttore della "Rivista di Fondi e del Lazio Meridionale", prof.Lido Chiusano, riportiamo l'articolo con il quale Nicola Reale, ex consigliere comunale di Sperlonga e autore della denuncia che ha portato alla condanna in primo grado del Presidente della Provincia di Latina, descrive il contesto politico e ambientale in cui Cusani ha operato come sindaco e come imprenditore.
Quando, lo scorso 2 luglio, il Tribunale di Latina ha pronunciato la sentenza di condanna per abuso edilizio contro Armando Cusani, non ho provato quella legittima soddisfazione che invece mi sarei aspettato di avere. Erano trascorsi sette lunghi anni dal giorno in cui, nella mia qualità di consigliere comunale di opposizione, avevo presentato la denuncia relativa alla costruzione a Sperlonga dell'albergo di proprietà del sindaco Cusani e avevo impegnato ogni mia energia per superare i mille ostacoli che da ogni parte erano stati frapposti perché la verità non venisse a galla. Quella sentenza di primo grado decretava la vittoria politica e morale, oltre che giudiziaria, del piccolo Davide contro il gigante Golia, eppure più che un senso di soddisfazione o di rivalsa, essa produceva in me una senso di amarezza. La mia non era stata una battaglia contro la persona Cusani o contro una parte politica; il mio impegno era motivato solo e soltanto dal fermo proposito di difendere la legalità e quel principio universale di civiltà secondo il quale la legge deve essere uguale per tutti.
Quella sensazione di amarezza mi proveniva, evidentemente, da due considerazioni. La prima: la sentenza condannava Cusani ma era anche una sconfitta ed un'umiliazione per quei leader "illuminati" del centrosinistra pontino che, anni prima, da me messi di fronte alla documentazione che provava in maniera incontrovertibile i reati commessi da Cusani, con ottusa e collusa cocciutaggine non avevano voluto vedere, sentire e parlare. La seconda: quella sentenza, resa troppo mite dalle molte "distrazioni" della Procura di Latina, arrivava troppo tardi, e una sentenza, proprio per il fatto di essere tardiva, contiene già in sé un elemento di ingiustizia: nel frattempo Cusani aveva potuto tranquillamente godere, come continua tranquillamente a godere, del frutto economico di un'opera costruita illegalmente, ed era stato rieletto per la seconda volta alla presidenza della provincia; i suoi amici nel centrosinistra avevano riconfermato le loro rendite di posizione, politiche e non solo politiche; il sottoscritto, stanco e sfiduciato, si era ritirato dalla politica attiva.
Ho appreso la notizia della condanna di Cusani mentre ero nella mia casa di campagna: mi sono seduto all'ombra di un grande salice, ho acceso un toscano e fissando le dense volute di fumo che lentamente si dissolvevano nell'aria in un gioco di forme gotiche, mi sono passate nella mente, come immagini di un film, i momenti salienti di dieci anni trascorsi come consigliere di opposizione al comune di Sperlonga (dal 2001 al 2011) che ora, alla luce della sentenza pronunciata dal Tribunale di Latina, assumevano una nuova luce ed un significato più importante.
Agli esordi della sua carriera politica, Cusani veniva considerato da molti un sindaco bravo, moderno, decisionista, efficiente; un politico dallo "stile kennedyano". Sulla scia di tale fama, Cusani era stato il candidato della Casa delle Libertà eletto alla presidenza della Giunta Provinciale di Latina. In verità pochi avevano compreso che ci trovavamo di fronte ad una operazione pubblicitaria di facciata, dietro la quale si celava una realtà ben diversa che poi, negli anni, si è andata chiaramente e totalmente disvelando. Tranne chi come me aveva potuto conoscere Cusani nella quotidianità del suo mandato di sindaco, nessuno conosceva i suoi tratti caratteriali, la sua mentalità, il suo stile di governo.
Armando Cusani discende da una famiglia di "Signorotti". Così sono chiamate a Sperlonga quelle famiglie di grandi proprietari terrieri che, fino agli anni 50 avevano esercitato un dominio assoluto sul paese e sui suoi abitanti, determinando una vera e propria condizione di "servaggio" di tipo medievale. Il giovane rampollo, erede di grandi proprietà immobiliari, non aveva mai avuto la necessità di lavorare per guadagnarsi da vivere ed era cresciuto conservando dentro di sé due anacronistiche convinzioni: quella di appartenere alla "razza padrona" e quella secondo la quale i cittadini di Sperlonga restavano pur sempre "servi della gleba". Tale forma mentis ha improntato, gioco forza, tanto i rapporti personali di Cusani con la gente quanto il suo modo di amministrare la cosa pubblica. Abituato, infatti, a circondarsi di persone e collaboratori capaci solo di ossequiarlo e di acconsentire ad ogni suo volere, non aveva maturato alcuna abitudine al dialogo e al contraddittorio. In conseguenza di ciò, ogni volta che in consiglio comunale si veniva a trovare di fronte a precise ed inoppugnabili contestazioni, l'unica sua capacità di risposta era il silenzio, la strafottenza o, più raramente, l'articolazione di un confuso agglomerato di parole.
La sua attività di amministratore locale si era connotata per l'abilità con la quale aveva saputo imbastire una serie di rapporti trasversali, politici e non, grazie ai quali aveva tessuto una vera e propria rete di interessi convergenti che trovavano cospicui riscontri intorno alla realizzazione di opere pubbliche di dubbia utilità e di dubbia legittimità. La sua era, infatti, una gestione del potere che costantemente privilegiava interessi personali di vario genere, suoi e di una stretta cerchia di amici.
Totalmente refrattario al rispetto di leggi e regolamenti, trasformava i diritti dei cittadini in benevoli concessioni personali. Non solo, ma utilizzava il suo potere di sindaco per accanirsi cinicamente su inermi cittadini, con ciò dimostrando come nella mente del signor Cusani vi fosse una perversa identificazione tra il concetto di amministrare e quello di comandare. E poiché il concetto di comando è direttamente correlato al concetto di sottomissione e di obbedienza, il risultato finale era quello di determinare nel paese una sorta di stato di polizia, dove l'unica legge era la volontà del Sindaco, e chi osava non sottostare alla sua volontà ne ha pagato prezzi pesantissimi in termini di vere e proprie vendette. Del resto si sa che in un piccolo paese chiunque, prima o poi, può trovarsi nella condizione di doversi rivolgere al sindaco per il rilascio di un permesso, di una concessione o di una autorizzazione, e questo, ovviamente, alimentava il perverso meccanismo di pressioni e condizionamenti instaurato dal Cusani.
Tutto ciò ha finito per creare nel paese un pesante clima di intimidazione, per cui, ancor oggi, nessuno osa esprimere il benché minimo dissenso. In questo scenario si spiega il consenso elettorale di tipo bulgaro ottenuto da Cusani, con circa il 70% dei voti. Le plebiscitarie affermazioni elettorali, se per un verso convincevano Cusani della utilità dei suoi metodi, per l'altro faceva maturare in lui la convinzione di disporre di un potere assoluto (peraltro rafforzato da amicizie e protezioni "strategiche"), al punto da giungere ad irridere i consiglieri di minoranza pronunciando in sede di consiglio comunale la frase: "Procedete pure con le vostre denunce, tanto io ho le spalle forti!". Va detto, peraltro, che, in un tale contesto, l'azione della minoranza non aveva avuto alcuna possibilità di svolgersi sul piano di una normale dialettica politica e che, di fronte ad una gestione amministrativa caratterizzata da una diffusa e sistematica illegalità, il gruppo consiliare di minoranza non ha avuto altra alternativa se non quella di rivolgersi alla Procura della Repubblica.
Il quadro che emerge è quello di un'amministrazione comunale, che dietro la sbandierata rivendicazione della "cultura del fare" nascondeva la cultura dell'af-"fare" e del "fare"... a meno del rispetto delle leggi e delle regole.
Le punte d'iceberg di tale cultura possono essere indicate nella costruzione abusiva del suo albergo "Grotta di Tiberio" e nell'episodio della destituzione della Comandante della Polizia Municipale. Il sindaco Cusani, contro ogni legge e in contrasto con lo Statuto Comunale, e nella sua certezza di impunità, pretendeva di controllare anche la polizia municipale e quindi, da un giorno all'altro, destituiva una comandante dei vigili poco propensa a subire diktat, sostituendola con persona non in possesso dei requisiti previsti dalla legge. Operazione per la quale, su denuncia di noi consiglieri di opposizione, Cusani è attualmente sotto processo.
Se in futuro uno storico volesse riscontrare i fatti e il clima che hanno accompagnato la carriera politico-imprenditoriale di Armando Cusani, molto potrebbe trovare nei verbali dei consigli comunali del comune di Sperlonga, dove Cusani è stato eletto sindaco per due mandati consecutivi.
Ad esempio, nel verbale della seduta del consiglio comunale di Sperlonga del 30 giugno 2003 è riportato integralmente un intervento del sottoscritto che così si esprimeva: "A questo punto non si tratta più di limitarsi a denunciare questo o quel singolo episodio, questa o quella singola illegalità. Ora si tratta di denunciare un sistema complessivo fatto di collusioni e di corruttele che partendo dalle stanze di questo municipio, passa per qualche personaggio politico provinciale e regionale, passa per alcuni uffici della Regione, passa per qualche studio professionale privato, fino anche a toccare qualche giudice particolarmente amico.
Nel dizionario della lingua italiana e nel codice delle leggi dello Stato quando più persone agiscono in collegamento tra loro per eludere la legge o commettere reati si parla di "associazione a delinquere". E il risultato di questa occulta rete di collegamenti e di connivenze è quello di aprire le porte del paese a strani personaggi di area casertana e napoletana. Nel paese si mormora addirittura di riciclaggio di denaro sporco.
Non servono ad intimorirci i tentativi di aggressione fisica che il sottoscritto ha già subito in quest'aula consiliare. Non servono ad intimidirci le telefonate anonime che il sottoscritto da tempo riceve a tutte le ore del giorno e della notte. Non ci lasceremo intimidire da niente e da nessuno.
Anzi io rilancio più alta la sfida al vostro sistema di intrallazzi, alla vostra cultura mafiosa e vi sfido a denunciarmi per le gravi accuse che ho pronunciato oggi in quest'aula. Io vi chiedo di denunciarmi, perché sarà forse l'unico modo per fare luce nei labirinti oscuri della gestione amministrativa di questa maggioranza".
E ancora, nella seduta del 26 settembre 2007: "Questo vostro modo di concepire e di gestire l'amministrazione del paese ha favorito, un poco alla volta, il formarsi tra la gente di una mentalità deviante: una sorta di diritto all'abuso. [...] Si è consolidata nel paese l'idea che si può infrangere la legge e restare impuniti. In questo paese siamo arrivati al punto di pensare che l'illegalità è un merito o addirittura un diritto e che la difesa della legalità è un demerito, una colpa, qualcosa di cui vergognarsi o comunque qualcosa di cui dover dar conto a qualcuno. Sono in tanti ormai ad aver maturato questo modo di pensare. E allora quando ci troviamo di fronte ad un capovolgimento del diritto, al capovolgimento di criteri etici che dovrebbero essere normativi, quando ci troviamo di fronte al capovolgimento dei criteri della logica comune, allora vuol dire che qualcosa di grave è già accaduto: è già accaduta una mutazione morale e culturale nel paese. [...] Questo è il danno enorme che voi avete fatto agli Sperlongani, anche se molti di loro non ne hanno consapevolezza. E questa è la principale colpa che noi vi attribuiamo. Molto più della vostra arroganza ci amareggia e ci preoccupa questo popolo diventato indifferente ed individualista perché è da questo torpore, è da questo lassismo, è da questa assenza di sensibilità e di responsabilità sociale che trae linfa e legittimazione (e quindi si alimenta) l'arroganza e lo strapotere di chi amministra. In questi anni si è andato sempre più intensificando un rapporto di complicità fra amministratori e amministrati, in cui chi amministra garantisce il piccolo o grande abuso al cittadino e il cittadino ricambia garantendo il voto all'amministratore. Il cittadino si convince sempre di più che non ci sono diritti e doveri da rispettare, non ci sono leggi a cui sottostare ma che l'unica cosa che conta è schierarsi dalla parte del più forte, dalla parte di chi può garantire il privilegio e l'impunità. Sempre di più il cittadino si convince che la legalità è un optional, la legalità non serve, anzi è un impiccio, un ostacolo alla realizzazione dei propri interessi privati. Questo è l'effetto drammatico che ha avuto il tipo di politica amministrativa che da anni viene portata avanti nel nostro comune.[...] Abbiamo denunciato più volte questo stato di cose senza che nessun componente della maggioranza abbia mai avuto il benché minimo sussulto: sembra che su questi scranni si siano pietrificate non solo le vostre figure, sempre immobili e silenziose, ma anche la vostra coscienza."
La panoramica che ho cercato qui di rappresentare a grandi linee, induce ad una riflessione conclusiva: il reato di abuso edilizio per il quale Cusani è stato condannato in primo grado lo scorso 2 luglio, non può essere considerato un incidente di percorso, un passo falso o una distrazione. Esso è un tassello che si inserisce coerentemente e armonicamente nel mosaico che descrive la carriera politica e la carriera imprenditoriale, tra loro strettamente correlate, di Cusani, e di cui qui ho voluto raccontare la parte di cui sono stato diretto testimone.
Se questa prima condanna possa costituire anche il primo gradino del tramonto della carriera politica di Armando Cusani è difficile dirlo, visto i colpi di scena cui ci ha abituato il circo Barnum del centrodestra nel sud pontino. Ma sicuramente crea un significativo punto di discontinuità in quella che finora era stata l'assoluta impermeabilità di quel blocco granitico di potere politico-affaristico che da oltre un decennio imperversa e spadroneggia indisturbato sul territorio pontino. E Cusani, che è sempre stato uno dei perni dell'architettura di quel sistema di potere, certamente ne esce fortemente indebolito.

(Nicola Reale)


di: Nicola Reale


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