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Home » News » Latina » Formia » Fortunato Assaiante ­ La luna ...
giovedì 15 luglio 2004
Fortunato Assaiante ­ La luna sporca (Helicon, 2004)
letture: 3105
Formia: Tra le clausole più eminenti del mio personale patto col diavolo ce n’è una, in particolare, che mi obbliga al sempiterno (e d’altronde sempre discutibile) compito di recensire costantemente il nero su bianco di tutti gli scrittori che conosco, o viceversa – ma col prodotto che non cambia – mi riserva la più lieta sorte di conoscere personalmente tutti gli scrittori di cui leggo e scrivo a mia volta. L’operazione, come avrete già capito, sottende in sé un’arma a doppio taglio che non può assolutamente essere inguainata. Se da un lato, infatti, la consumata pratica potrebbe difficilmente esulare, agli occhi dei lettori, da un certo retrogusto di cerimoniale massonico, che affratella – occhi bendati e pugnale alla mano – il recensore e il recensito, dall’altro potete stare sicuri, al 101 %, della veridicità assoluta di quanto segue, perché l’autore, a dirla proprio tutta, era qui che chiacchierava con me fino a mezz’ora fa, come già accaduto in passato almeno un fantastilione di volte.
E apriamo quindi con il solito, immarcescibile ritornello: conosco Fortunato Assaiante, l’uomo non il letterato, fin dall’inizio degli anni ottanta, quando lui era un giovane insegnante dedito alla poesia e io il figlio di uno dei tanti amici e conoscenti der poéta. Di quel periodo storico, che egli spesso mi narra, non ricordo poi granché, salvo che ci siamo rincontrati casualmente quindici anni dopo al tavolino di un bar, e che io avevo letto da uno scaffale di casa il suo Strumenti, datato 1981. E se adesso la metto giù così, come se niente fosse, la pura realtà è che Fortunato, attivo come compositore di versi già dagli anni sessanta (Singhiozzi sulla battigia, la sua prima pubblicazione, è del 1971), rappresenta tuttora una delle voci letterarie più attive e riconosciute dell’intero sudpontino, e non solo, evidentemente, per quanto riguarda la sua diretta generazione, che lo riconosce – tanto per essere ovvi – quasi unicamente nel suo ruolo, squisitamente minore, di solivagante, onnipresente ed agnostico concittadino.

Più lungimiranti, in questo senso, si sono rivelati invece gli antologisti italiani che lo hanno giustamente incluso nelle loro trattazioni, tanto che Fortunato Assiante è attualmente, con buona pace di tutti, l’unico autore formiano che si studia in alcune università dello stivale, e scusate se è poco. Questo che vado qui ad illustrare è il suo primo romanzo, posticipato esordio nel campo della narrativa, e la mia maggior soddisfazione, che è poi ovviamente il nostro miglior premio, è averlo visto nascere di mese in mese al bancone affollato del bar Vittoria, attraverso il vetro trasparente di un bicchiere sempre mezzo pieno, o mezzo vuoto, o entrambi, come dir si voglia.

Conforme al proverbiale bicchiere, tanto per restare in tema, è anche la vita di Marco Rostri, il protagonista de La luna sporca: un pendolo esistenziale che oscilla dalle stelle alle stalle, e che sprofonda a tratti nel dramma più surreale e grottesco, con atmosfere improbabili da vecchio cartone animato giapponese, per poi risalire bruscamente di tono e vanificarsi nuovamente, più vicino di un passo all’ineluttabile e prevedibile caduta finale.

Un romanzo che inizia dalla fine per forza stessa di cose, con il fantasma di Marco che ci lascia ripercorrere, attraverso i brani più significativi del suo diario intimo, le tappe di una vita sbagliata che si esaurisce a diciott’anni, attraverso un calvario sentimentale e sessuale che non risparmia il protagonista dalla flagellazione continua di insegnanti, preti, “sorelle” maggiori, surrogati materni e altri detentori della Legge, che dovrebbero – così è scritto – guidare il suo cammino verso una coscienza più sana e matura, ma che riescono invece – a dispetto di ogni buona intenzione – a tramutarlo in men che non si dica in un confuso feticcio, complice inarticolato della propria rovina, e tuttavia capace, in articulo mortis, di autoassolversi.

La luna sporca è un’immersione pornografica nella dolce vita degli anni sessanta, con la penna di Assaiante che non arretra di fronte a nulla, ed è sicuramente, al di là della castrazione pseudo-politica e sessuale che governa quest’illuminato day after, un vero romanzo di denuncia, scritto da un autore che non ha mai smesso di prestare attenzione reale nei confronti del mondo che lo circonda, e che ora come allora vi partecipa attivamente e umanamente. E poco importa se passaggi come quelli che seguono, crudamente descrittivi di una realtà perversa che la storia vorrebbe negare più che combattere, gli varranno la scomunica perenne dei suoi contemporanei: la verità c’è e rimane, impressa sulla carta a lettere di fuoco.

«Elvira, presa da un raptus, lo avvinse fortemente, dandogli un bacio con la lingua, così lungo da lasciarlo senza fiato.
In un attimo si trovò disteso sul letto senza più niente addosso.
Elvira si mise a cavalcioni sopra di lui e si fece penetrare.
Marco sentì uno strappo, un dolore lancinante, ma continuò a
muoversi, mentre lei con moti contrari assecondava il suo ritmo.
Dopo attimi, che sembravano eterni, in cui sentiva musiche celestiali sgorgare dalle trombe di cento angeli, gli sfuggì un forte urlo.
Era venuto, inondando anche le lenzuola con numerosi fiotti bianchi.
Quando l’impeto si placò, ricomponendosi, si accorse di avere un po’ di sangue sul glande.
Elvira guardò e gli disse sorridendo, mentre glielo puliva delicatamente con un batuffolo di ovatta imbevuto di acqua ossigenata: “Sono stata la prima, non è vero? Ora sei proprio un uomo!”».

«Dopo la visita istruttiva, i ragazzi furono lasciati liberi. Marco passeggiava per Lungarno con i compagni del tavolo, quando udì la voce della professoressa di inglese, che gli diceva all’orecchio: “Vienimi dietro, devo parlarti…”.
Salutò gli amici e, come un automa, la seguì.
Lei lo condusse nella sua camera, dove il personale dell’albergo aveva appena finito di fare le pulizie.
Gli sorrise nervosamente, poi lo accarezzò e lo baciò sulla bocca, mentre lui, esterrefatto, perplesso, rimaneva immobile.
“Vieni!” gli disse, prendendolo per mano.
Lo distese sul letto. Gli tolse le scarpe, poi la camicia, la canottiera… gli sbottonò i pantaloni e li tirò giù insieme alle mutandine. Marco non aveva la forza di reagire. Avrebbe voluto urlare, scappare, ma si limitò a dirle, balbettando: “Che mi vuol fare?...”.
“Voglio fare con te quello che avrei voluto fare da tanto – disse – ora non c’è Luisa a proteggerti… vedrai, sarò per te una brava maestra!...”.
Cominciò a strofinarglielo con forza.
Marco pregava Dio che non rispondesse alle sue sollecitazioni. Invece, più indisciplinato che mai, in un attimo si gonfiò e divenne turgido come l’avorio.
La professoressa se lo prese in bocca e lo succhiò lungamente, poi si sedette su di lui e se lo infilò in vagina, cominciando una sorta di movimento rotatorio e sussultorio.
Marco restava immobile, e piangeva. Con gli occhi chiusi, tra il godimento e la tristezza più nera, sperava che quel supplizio finisse presto… ma la professoressa, che aveva ormai perso ogni freno, in poco tempo godette spudoratamente».

«Sapeva quanto fossero disgustose le latrine del cinema, così poco illuminate, con nulla di decente e tanto ricche di tutti gli odori essenziali e mai di essenza di rosa; ma vi entrò lo stesso. C’erano tre pisciatoi verticali e, di fronte, altrettanti cessi alla turca con porta.
Nel secondo c’era una coppia.
Sulle prime non vide molto bene i due e pensò che uno stesse urinando e l’altro stesse aspettando il suo turno. Però, guardando bene, gli parve che stesse succedendo qualcosa di strano tra i due, perciò concentrò tutta la sua attenzione su di loro.
Vide un uomo di circa quarant’anni, che si chinava sull’altro e si accorse che il suo braccio si alzava e si abbassava con una dedizione al lavoro quasi religiosa, come quella di un contadino impegnato nella semina del suo campo.
La seconda figura era molto più piccola della prima. Poi si rese conto che era un ragazzino di circa un anno più piccolo di lui, che sicuramente non aveva ancora compiuto tredici anni.
L’uomo lo stava masturbando. Egli lo lasciava fare con grande soddisfazione ed era visibile la sua espressione di godimento.
Non si riusciva a vedere il viso dell’uomo, chino sulla sua fatica: anonimo criminale del sesso, cieco mietitore.
Marco urinò e tornò al suo posto sconcertato.
Non fece in tempo a concentrarsi sul film, perché sentì presto una mano, che gli si insinuava nei pantaloncini.
Guardò al suo fianco e vide don Costantino, il prete omosessuale che attentava al pudore dei chierichetti, come aveva fatto con lui tre anni prima nella sacrestia della chiesa di San Rocco, facendogli decidere di non servire più messa.
Stava per alzarsi, ma il prete lo trattenne e, in men che non si dica, gli sbottonò la braghetta e se lo prese in mano, avendo l’accortezza di coprirgli le gambe con la sua mantellina.
“Non te ne andare, figliolo – gli disse con voce fievole e dolce – non privarmi di questo dono di Dio”.
Rimase agghiacciato, ma dopo un po’ il suo pene fu duro e gonfio.
Mentre procedeva con grande maestria, don Costantino gli sussurrò: “Quando eri più piccolino eri un ribelle. Ora sei più ragionevole…”.
Sperava tanto di venirsene presto, ma il prete conosceva tutte le tecniche ritardanti. Tra rallentamenti sapienti ed opportune interruzioni, fece durare circa un’ora quel supplizio.
Alla fine venne, sporcando la mantellina che aveva sulle gambe e trattenendo il solito urlo, per non attirare l’attenzione dei presenti in sala.
“Che bello! – esclamò il prete con un filo di voce – Già te ne vieni…”.
Si alzò di scatto, rimettendo dentro il suo pene e corse via, dicendogli: “È ormai più di un anno, stronzo di un prete!… non sono più il tuo rachitico chierichetto. Tanta acqua è già passata sotto questi ponti!…”
Uscì dal cinema di corsa e si andò a rifugiare nel quartiere Coppedé, a quell’ora sempre deserto. Si sedette sul bordo della fontana, disgustato, con le lacrime agli occhi, ossessionato.
“Il prete, il ministro di Dio – gridava – col cazzo in mano al posto del calice!… Oh, Cristo in croce!…”.
Rimase così, in lacrime, proiettato in una dimensione estranea al mondo, ove l’unico rifugio era il vuoto, il buio.
Era come se non stesse più sulla terra ed il tempo e lo spazio fossero svaniti. C’era soltanto lui con la sua angoscia, il suo dolore, la sua dignità calpestata, ignorata: lui, usato come giocattolo, soprammobile, oggetto di poco conto, gingillo da vezzeggiare».

Fortunato Assaiante, La luna sporca, Helicon, 2004, pp. 216, € 12,00.
Per ordini e contatti, scrivere a Lamette

di: Simone Lucciola


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