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Home » News » Webzine » Diritto e Giustizia » da "Liberazione.it" Caro Savi...
venerdì 22 aprile 2011
da "Liberazione.it" Caro Saviano, ti scrivo... di Oliviero Beha
Non era una novità!!!
letture: 2928
Saviano
Saviano
Diritto e Giustizia: Caro Roberto, non ti conosco personalmente ma come tutt'Italia e credo in parecchi all'estero so chi sei da quello che prima scrivevi soltanto e oggi dici. In tv.
Davanti a milioni di spettatori. Non so oggi, dopo il bagno oceanico di notorietà, ma qualcosa mi dice che ieri, prima della tua crocifissione camorrosa e della tua resurrezione mediatica, anche tu come me e qualche drammaturgo famoso del passato avresti dubitato di un Paese che ha bisogno di eroi.
Per questo ti scrivo ora, che si sono accumulati progressivamente e velenosamente degli episodi che ti riguardano. Dalla minuzia dell'appoggio pubblico a Gianni Riotta, evidente vittima sacrificale di un potere che dopo essere stato servito da lui in maniche di camicia intende rigettarlo indietro come fosse un lift d'ascensore, sia pure debordante di milioni (ci sono a destra, ci sono a sinistra, fanno spesso la differenza più dell'appartenenza...). Alla querela a "Liberazione" per il "caso Impastato", che suona già male a raccontarla, figurati a sporgerla. Al video riemerso dopo la tragica morte di Vittorio Arrigoni, video senza risposta in cui lui ti accusava nell'ottobre scorso di - uso un eufemismo colloquiale - "leggerezza e superficialità parziali" nel raccontare la vita a Tel Aviv. Detto da uno che rischiava la morte nell'embargo di Gaza tutti i giorni, fino all'epilogo funesto in cui un presidente ha usato finalmente un termine giusto, "barbarie", e una madre ha dato lezioni di fermezza e nobiltà come raramente m'era capitato di vedere. Ma questo sommario serve solo per cercare di mettere in chiaro una cosa: Roberto, la tua credibilità passa per l'essere messa continuamente in discussione, criticato (come vox media, cioè etimologicamente prima "separato" dagli altri e poi "giudicato") per quello che dici, scrivi, fai, rappresenti. L'essere invece uno spartiacque per cui da sinistra va tutto bene e da destra tutto male, cfr. gli attacchi dei giornali di Berlusconi quasi quotidiani, non può tradursi in allori, mostrine, coccarde. Non vieni promosso per le botte di Sallusti, Feltri o Ferrara, così come pure non puoi lasciare loro il monopolio quasi assoluto del diritto e a volte dovere di critica. Tu ti sei trovato per il cumulo di circostanze che sappiamo a esemplificare il diritto/dovere di parlare contro le mafie, contro l'Italia che affonda sotto il pelo d'acqua di una legalità il cui livello scende di continuo. E il mare rischia di farci affogare tutti, non soltanto i "cattivi" a volte fortunatamente riconoscibili almeno attraverso le sentenze dei Tribunali. L'idea di un totem di nome Saviano corre i rischi del grottesco, anche per i mille rivoli che poi prende. Qualcuno, infatti, dice che sei diventato un milionario in qualità di professionista dell'anti-camorra, qualcun altro che se la camorra ti voleva far fuori l'avrebbe già fatto, chiunque ti critichi rischia di essere un infame, un invidioso che vorrebbe stare al posto tuo (nei guadagni, non nelle rogne) o se gli va bene "uno di destra", un berlusconiano di complemento. Questo in un'Italia in cui i giudici integerrimi per essere tali devono venir ammazzati e i giornalisti censurati... Chiediti se tutto ciò, oltre a dipendere sicuramente dalla malafede di qualcuno, non dipenda da una tua trasformazione in corso d'opera. Se la mediaticità non abbia creato o rischi di creare un "nuovo mostro" sia pure dalla parte giusta, se tu non venga usato ma in primis da te, con finalità diverse da quelle con cui sei partito, se tu non sia diventato il Saviano di te stesso, da quando la tv ti ha reso una figura molto incisiva per quell'aria omeopatica da "camorrista buono" (prova a immaginare - che so - fisicamente un Oscar Giannino nella tua parte...), se non siano ormai in molti a travisare il senso e il significato della tua connotazione pubblica consumandoti come un prodotto, sia pure "genuino" in opposizione agli Ogm di controparte. Insomma, Roberto, è vero che ci capita ciò che ci somiglia, ma forse ci sono momenti in cui bisognerebbe evitare di somigliare a ciò che ci capita. Con stima.

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Denuncia per diffamazione, Roberto Saviano querela "Liberazione"
Roberto Saviano ha querelato Liberazione. Una denuncia penale per diffamazione a mezzo stampa è stata depositata nei miei confronti, in qualità di autore degli articoli messi sotto accusa, e del direttore Dino Greco. Sembra che Saviano non abbia gradito il modo in cui ho raccontato, lo scorso 14 ottobre, la vicenda della diffida inoltrata dal centro Peppino Impastato all'editore del suo penultimo libro, La parola contro la camorra. La parola appunto, quella che Saviano dice fin dal titolo di utilizzare come strumento per combattere il crimine organizzato, veicolo di libertà che lui sostiene di difendere contro le molte censure, sempre denunciate ma mai viste; quella parola che distribuisce su tutti i supporti mediatici, a destra e manca degli schieramenti politici, resta legittima solo se da lui pronunciata. La sua parola, intesa come unica parola possibile, che perciostesso esclude le altre, soprattutto se sono critiche nei suoi confronti, se ne raccontano limiti e inesattezze, se ne mettono in mostra la faccia nascosta o molto più semplicemente se dicono: «Noi la pensiamo diversamente da te. Le verità che affermi sembrano prese dal dizionario di monsieur de Lapalisse, per non dire le volte che travalicano la realtà dissolvendosi in fantasie». Come dimostra la sistematica omissione delle fonti che rende impossibile la verifica di quel che scrive. Marta Herling, nipote di Benedetto Croce, l'ha recentemente colto in fallo per aver narrato un aneddoto della vita del filosofo napoletano ripreso da una fonte che - si è poi scoperto - riportava una testimonianza anonima. O ancora, con la denuncia di plagio, solo l'ultima in ordine di tempo, venuta dal settimanale albanese Investigim. Quella parola "altra" che per Saviano non può essere libera ma va confiscata per mezzo dell'intimidazione penale, della richiesta di carcere e dell'accusa di corrività con quelli che lui ha eletto suoi acerrimi nemici mortali, i Casalesi. I suoi critici sono immediatamente considerati amici dei suoi nemici. I familiari e il centro intitolato a Peppino Impastato, militante di Democrazia proletaria, animatore a Cinisi di una emittente libera, "Radio aut", assassinato nel maggio 1978 dai sicari di Tano Badalamenti, boss ferocemente anticomunista saldamente legato al potere democristiano, avevano segnalato alcune inesattezze presenti nel suo testo e chiedevano di apportare le dovute correzioni. Messo in discussione come amministratore della storia di un'antimafia che non conosce, anche per evidenti ragioni anagrafiche, Saviano non solo ha opposto uno sprezzante silenzio, un'indifferenza che segnala come il rifiuto di adularlo sia per lui una insopportabile e delittuosa ferita narcisistica, ma non ha impedito ad Einaudi di comportarsi ancora peggio. La casa torinese acquistata da Berlusconi ha minacciato i familiari di ritorsioni legali se non avessero smesso di agitarsi pubblicamente. L'intera vicenda potete trovarla con dovizia di particolari sul sito del centro (www.centroimpastato.it). La querela contro Liberazione appare dunque un diversivo, l'espediente che capovolge l'ordine del problema e per giunta suona come una promessa di punizione contro chi ha osato dare voce alle critiche. Del secondo articolo, un corsivo - apparso il 10 novembre del 2011 - sulla sua prestazione televisiva offerta nella prima puntata di Vieni via con me, non so dirvi molto di più se non che sono assolutamente consapevole d'aver commesso l'imperdonabile crimine di lesa maestà. Ma dovrebbe esser noto che a Liberazione non sono graditi i monarchi, tanto più le monarchie intellettuali. Della questione Saviano ci siamo occupati a partire da quello che Alessandro Dal Lago ha definito «il dispositivo». Una funzione intellettuale che appartiene alla particolare categoria degli imprenditori morali, al prototipo dei creatori di norme, come codificato dal sociologo Howard S. Becker che in Outsiders scrive: «Opera con un'etica assoluta: ciò che vede è veramente e totalmente malvagio senza nessuna riserva e qualsiasi mezzo per eliminarlo è giustificato. Il crociato è fervente e virtuoso, e spesso si considera più giusto e virtuoso degli altri». Il dispositivo Saviano con le sue parole, i suoi libri, le sue prese di posizione, la sua semplice presenza, legittimate dalla postura cristica e l'interpretazione vittimistica del proprio ruolo, garantisce sulla verità morale, sempre più distante da quella storica. Una macchina da guerra mediatica messa a totale disposizione degli imprenditori delle emergenze, dei guerrieri delle battaglie giudiziarie contro il crimine. Il risultato è una trasfigurazione della lotta contro le organizzazioni criminali che rende mistica la legalità, edifica una forma di Stato etico che fa della soluzione giudiziario-militare predicata una medicina peggiore del male. Del personaggio Saviano meglio tacere. Gli preferiamo uomini come Vittorio Arrigoni che non si ritenevano depositari di nulla e mettevano in gioco le proprie idee senza imboscarsi dietro potenti gruppi editoriali-finanziari.

Paolo Persichetti

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