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sabato 01 novembre 2003
Il brigantaggio: Domenico Tiburzi
letture: 4696
Storia del territorio: Domenico Tiburzi (1836/1896) era nato a Cellere, nel Viterbese, e fu uno degli ultimi "miti" del brigantaggio laziale.
Dopo aver accumulato fin dalla prima gioventù un forte sentimento di ribellione, da ricondursi all'estrema indigenza dei suoi genitori (egli stesso era stato un pastore e un buttero), iniziò a dare "filo da torcere" alla giustizia papale a soli trent'anni, uccidendo un guardiano del suo paese in seguito a un litigio. Dandosi conseguentemente alla macchia, Tiburzi lasciò i propri due figli, rimasti nel frattempo orfani di madre, in affidamento ad alcuni parenti.
Condannato a 18 anni di lavori forzati e privato della possibilità di ricevere l'amnistia papale, evase con altri due reclusi dalla casa di pena di Porto Clementino, a Corneto (Tarquinia), e si rifugiò nella selva del Lamone, zona di confine ideale per i latitanti.

Lì accumulò in brevissimo tempo numerose condanne, operando con la sua piccola banda in una zona compresa tra il Viterbese e la Maremma grossetana.

Agendo in base a un ideale molto confuso di giustizia sociale, Domenichino (era piccolo di statura ma ricercato dalle donne), che un tempo era stato liberale ed aveva aderito alla Lega Castrense, ideò ben presto la cosiddetta tassa sul brigantaggio, impegnandosi, in cambio di denaro, a difendere gli interessi di alcuni signorotti locali: più volte intervenne in prima persona a sedare uno sciopero di lavoratori agricoli.

Tuttavia, l'altra faccia della medaglia ci mostra un Tiburzi propenso ad elargire ai poveri e ai diseredati parte delle proprie ingenti ricchezze, obbedendo a un decalogo di leggi autoimposte e basate su un codice d'onore del tutto personale: nell'arco della sua lunga carriera commise infatti "soltanto" 17 omicidi, risparmiando costantemente i Carabinieri, che definiva "poveri figli di mamma" costretti dalla fame a fare quell'infelice mestiere. In realtà Domenico, molto più efficiente di loro nel tenere l'ordine all'interno della propria zona, temeva prevalentemente l'aumento della repressione, fenomeno che sarebbe immancabilmente seguito all'uccisione di tali militi.

Di Tiburzi è nota anche la propensione a seguire, seppur di nascosto, le vicende di propri familiari (funerali e matrimoni), nel tentativo di proseguire una vita quanto più possibile normale: cosa d'altro canto non semplice, se si considera il fatto che nel 1894 Francesco Crispi era arrivato a far pendere sulla sua testa una taglia di ben 10.000 lire, cifra con cui all'epoca si poteva tranquillamente acquistare la proprietà di un podere intero.

Tiburzi fu ucciso alla relativamente avanzata età di sessant'anni in un casale vicino Capalbio, nella zona chiamata "Le Forane": il capobanda, forse annebbiato dall'alcool e di certo ferito a un ginocchio, era ospite, assieme al proprio luogotenente Luciano Fioravanti, del contadino Nazzareno Franci e della sua famiglia.

Fioravanti, sfuggito agli sbirri, trovò la morte all'inizio del nuovo secolo, per mano del "collega" Gaspero Mancini, che lo freddò a tradimento durante un banchetto organizzato in suo onore.

Tiburzi, una volta esanime, fu invece legato a una colonna e fotografato con tanto di fazzoletto al collo ed armi: è questa l'unica immagine che ci è pervenuta del terribile fuorilegge.

Mentre il popolo si contese le sue spoglie, il parroco di Capalbio, non concorde con la buona opinione che le masse avevano del brigante, dispose invece che il suo corpo fosse inumato per metà all'esterno e per metà all'interno del cancello del cimitero. La parte inferiore del cadavere, considerata impura, venne infatti lasciata fuori.

Ma non è tutto: la sezione del cervello di Tiburzi che non era stata distrutta dai proiettili fu tosto inviata a Cesare Lombroso, celebre studioso del tempo che, com'è noto, teorizzava che la propensione al delitto fosse da ricercarsi in una serie di fattori somatici ereditari. Lombroso, nel caso specifico di Tiburzi, si trovò invece a concludere che il brigante non solo era stato un individuo "normale", ma anche un soggetto dall'intelligenza assai superiore alla media: per farla breve, una sorta di "genio".


di: Simone Lucciola


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