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Home » News » Webzine » Diritto e Giustizia » L'anestesia morale
domenica 02 maggio 2010
L'anestesia morale
di Franco Cordero
letture: 1848
Franco Cordero
Franco Cordero
Diritto e Giustizia: MEZZO secolo fa nessuno pensava che la procedura penale sarebbe diventata alchimia politica: materia ignobile, d' esiguo rilievo pratico, abitualmente male insegnata, dove qualcuno la insegnasse; i colti giravano al largo reputandola luogo malfamato; nella clinica del diritto i penalproceduristi erano barbieri-flebotomi. Apertasi l' epoca dello studio serio, persistono sacche d' ignoranza microingegnosa, perché gli abiti mentali durano e la moneta cattiva espelle le buone. Già il nuovo codice, 1988, lascia larghi spazi all' imbroglio, in una miscela inquisitorial-garantista agli antipodi della dialettica accusatoria. Nella funesta Bicamerale, poi, lievita una filosofia berlusconiana codificata dall' ultimo centro-sinistra. Quando infine l' uomo d' Arcore rioccupa le stanze, avendo vinto ideologicamente prima che alle urne, c' è da rabbrividire. Ha dei "carichi pendenti": roba d' alto segno criminale se risultasse fondata l' accusa d' avere corrotto giudici romani in cause enormi, acquisendo inter alia un impero editoriale (già era signore dell' etere, graziosamente concessogli dai protettori); nello sfondo, si vera sunt exposita, brulica il mercato della giustizia con tariffe, sensali, un boss gestore. Da notare come, al primo insediamento nel Palazzo Chigi, destinasse all' Interno o, alternativamente, alla Giustizia, l' avvocato suo stretto sodale che l' accusa descrive mediatore della baratterie miliardarie (era finito alla Difesa, a causa d' un veto dall' allora capo dello Stato). Chi vuol farsi un' idea su cosa sia la procedura penale secundum Berlusconem, tenga d' occhio le cause milanesi. Gli agonisti forzaitalioti giocano a quattro tavoli.
Sul primo guadagnano tempo con mille trucchi, dalle nullità immaginarie ai giudici ricusati. Le udienze preliminari sono fatiche erculee: l' imputato P., affermandosi impedito da impegni parlamentari, chiede rinvii ai quali non ha diritto (art. 420, ante 1. 16 dicembre 1999 n. 479: una delle novità fiorite nello spirito bicamerale); alla fine un' ordinanza giusta ma incautamente motivata innesca un conflitto dal seguito tempestoso, quando la Consulta censura quei motivi e le difese pretendono che le ruote rigirino da capo. Sua Eccellenza padana il guardasigilli tira il colpo a sfasciare uno dei due collegi. Fungono da secondo tavolo le Camere. Sotto l' insegna del capitalismo piratesco nuove norme ad personam, servizievolmente votate, aboliscono o riducono a inezia i falsi in bilancio, inesorabilmente puniti altrove (gli Usa insegnano, sebbene Bush sia un repubblicano nient' affatto nemico della finanza). Siccome poi importanti prove d' accusa sono carte bancarie estere, ottenute attraverso rogatorie, i legislatori recepiscono dei cavilli con cui i patroni tentavano d' escluderle (alcuni rappresentano il cliente anche sui banchi e nelle commissioni parlamentari). Terza partita: non riuscendo ad addomesticare i giudizi, gli strateghi studiano una fuga dal giudice naturale, detta "rimessione"; nel qual caso i dibattimenti ricomincerebbero a Brescia, con un profitto temporale stimabile in 2 anni. Quarto obiettivo, ma nella scala dei desideri è il primo, una rinascita del privilegio d' immunità: l' art. 68 Cost., comma 2, vecchio testo, lo contemplava subordinando l' azione contro i parlamentari all' assenso votato dalla Camera competente; anacronismo talmente gaglioffo da cadere, abolito in una crisi d' acuta vergogna (l. cost. 29 ottobre 1993 n.3). Non converrebbe restaurarlo? Serissimi, lo domandano 7 mesi fa dei notabili, pro bono pacis, come se il pandemonio non fosse scatenato dall' uomo d' Arcore. Risentiamo l' idea poche settimane fa, incrudita, quando un impavido sfodera l' emendamento che esime dal processo ogni parlamentare: finché gli elettori lo ungano, è intoccabile, qualunque nefandezza commetta; lo sarebbe anche se gestisse narcomercati, mafia degli appalti, Anonima omicidi e simili fiorenti imprese. Non è fantasia nera che così Montecitorio e Palazzo Madama diventino santuari d' una inviolabile criminalità. Il colpo fallisce anche stavolta, sventato in extremis, ma nessuno s' illude che il passo tattico indietro sia pentimento: i sentimenti morali presuppongono un organo qui felicemente atrofico, come il timo nei puberi; jack in the box risalterà fuori verso l' equinozio d' autunno. Dal 18 luglio Palazzo Madama ospita eventi memorabili. Partito blu, alleati, clienti, parassiti, celebrano un' austera filosofia dello Stato, e come cambiano i significati delle parole: dicono d' essere Destra; Silvio Spaventa che lo era, inorridirebbe vedendoli. Siamo spettatori d' una partita sul terzo tavolo. Le difese vogliono andare a Brescia, prima stazione d' una possibile lunga vicenda ambulatoria, perché, dicono, influssi ostili inquinano Milano alterando l' equilibrio dei partecipanti al giudizio: ridicolo, ma le prose avvocatesche ignorano i limiti alla disputa vigenti nei caffè bene frequentati; sull' argomento intavolano uno psicodramma; e ottengono che v' interloquiscano le Sezioni unite (9 deliberanti invece dei soliti 5). L' assalto riesce a metà o forse meno ancora: l' ordinanza sottintende che la richiesta non sia accoglibile, altrimenti l' avrebbe accolta; il rêpechage del "legittimo sospetto" (malissimo motivato) è l' espediente d' un favore ai soccombenti; decida la Consulta se l' attuale art. 45 sia perfetto o lacunoso. Nel secondo caso la rimessione non è affatto sicura, come cantano gli avvocati blu: se lo fosse, la Corte avrebbe sospeso i processi; invece no, pessimo segno nella loro prospettiva. Insomma, hanno gravi dubbi sull' esito e siccome in casa berlusconiana i cavilli avvocateschi sono legge o la diventano seduta stante, germina un disegno 9 luglio. L' artefice racconta come gli sia venuta l' idea: c' è una voragine nell' art. 45; lo dicono le Sezioni Unite, dove siedono i "massimi giuristi". Gl' interessi berlusconiani non c' entrano, naturalmente: pensarlo è temerario; ma nel flusso discorsivo (intervista al Corriere della Sera, 27 luglio) se ne dimentica e svela perché urga intervenire subito; a Milano succedono cose dell' altro mondo, prove manomesse et coetera. En passant scioglie un inno alla Cassazione nel modello C. Carnevale. Procedura penale vieux style. Lavorano a tamburo battente gli operai berlusconiani. Il dsl, arriva alla Commissione giustizia, lodato dal relatore, 18 luglio. Nella notte su venerdì 26 fallisce una tentata sorpresa. Atmosfere, mosse, figure da feuilleton cappa e spada. Vogliono il voto finale prima della pausa estiva, affinché, benedetto da Montecitorio, l' insigne nuovo testo viga da settembre. Vediamo questo capolavoro in 3 articoli. Lapidario il primo: l' art. 45 c.p.p. definisce i casi nei quali è ammessa la rimessione; basta appendere alla formula quattro parole, «ovvero per legittimo sospetto», quasi fossero pensabili "legittimi sospetti" fuori dalle predette ipotesi; ed è la questione deferita alla Consulta (caso mai l' argomento interessi qualche lettore, mi permetto d' annunciargli quel che scrivo in «Diritto e giustizia», 3 agosto 2001, n. 30), ma la Destra non se ne fida e preferisce codificarsi regole su misura. Nel suo calcolo la Corte costituzionale, visto lo jus superveniens, anzi superventum, restituirà gli atti, non essendovi più niente da dire: le S.U. Le domandano se l' art. 45 sia eccepibile nella parte in cui ignora il "legittimo sospetto"; lo fosse o no, poco importa, visto che un virtuoso Parlamento l' ha riscritto includendovi quel che mancava. Riformulato, l' art. 47, comma 1, suona così: quando sia chiesta la rimessione, «il giudice, sentite le parti, può sospendere il processo», ma deve sospenderlo appena l' iter arrivi alla discussione; è proibito rinviare l' imputato al dibattimento o emettere sentenza nello stesso, fino a quando la Corte non abbia deciso, salvo che la richiesta ne reiteri una respinta, ripetendone i motivi. Infine, art. 3, la legge entra in vigore all' indomani della pubblicazione nella G.U., anziché nel 15 giorno. Chiamiamolo teatro dell' anestesia morale: visi finti, mimica artefatta, litanie stereotipe; sarebbe persino divertente se non fosse uno scempio. Perché tanta fretta? Le S.U. scovano lacune nel codice (falso: dicono solo che la questione non sia «manifestamente infondata»): bisogna colmarle; ogni giorno perso è imperdonabile omissione. Forse rendono anche un servizio all' Unico. No, vivaddio, sono puri teoremi normativi: della nuova chance fruiranno tutti; o qualche testa storta vuol escludere B., in spregio all' art. 3 Cost.? Dipendesse da loro, sarebbe cosa fatta in quattro e quattr' otto. Sottovalutano Dike: anche nei sistemi meno perfetti lavora una logica interna; e siccome i manomissori forzaitalioti hanno più toupet che abilità tecnica, molte rabberciature falliscono. Le invereconde novità sulle rogatorie, a esempio, lasciano le cose quali erano, sebbene gl' incursori fossero convinti d' avervi inciso quel che basta al mandante. No: vigono canoni del lavoro interpretativo; e i tribunali li applicano correttamente, con sdegno furioso degl' ignoranti. Lo stregone malaccorto sbaglia ancora. Se nascesse, sarebbe una legge due volte incostituzionale: la previsione d' un "legittimo sospetto" fluido, fuori dei casi definiti, viola l' art. 25, comma 1: e la sospensione automatica viola l' art. 3, aprendo la via alla stasi infinita solo che, respinto un tentativo, segua l' altro (dichiarando invalido l' art. 476, comma 1, perché vietava d' emettere sentenza, Corte cost. 22 ottobre 1996 n. 353 rileva come questo meccanismo perverso neghi l' idea stessa del processo). Ecco l' antidoto, rispondono i riformatori sventolando l' ultima frase del loro art. 47, comma 1, dov' è esclusa la sospensione davanti alla richiesta fondata sui motivi della precedente, come se qualcuno fosse così idiota da ripeterli: addurranno fatti posteriori, cogliendovi il sintomo d' influssi perturbanti; che la diagnosi sia o no plausibile, spetta alla Cassazione dirlo e finché non l' abbia rifiutata, il processo rimane sospeso; allora sopravviene l' ennesima mossa, coscienziosamente motivata da fatti nuovi, non importa quanto seri. A esempio, gl' instanti esibiscono quest' articolo: roba velenosa, d' un fattucchiere letto da quei giudici, o può darsi che lo leggano; tanto basta alla sospensione ex lege; e poco male se la Corte risponde picche; i materiali non mancano mai. L' interessato inventa mille fatti nuovi, anzi li fabbrica: a esempio, ordina dei girotondi intorno al Palazzo; costa poco affittare una piccola masnada. Il signore dell' etere, poi, dissemina le atmosfere che vuole. Male che vada, pensano i cervelloni, il deus ex machina d' un nuovo art. 45 esime la Consulta dal decidere (il giudizio è atteso verso fine settembre), e passeranno mesi prima che il caso vi torni, sollevato da qualche giudice. S' illudono ancora: se le nuove norme sono invalide, la Corte può, anzi deve rilevare ex officio la questione, investendosi del relativo giudizio; non è pensabile che chiuda gli occhi. Esiste una giurisprudenza sul punto.

di: Costantino D'Onorio De Meo


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