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Home » News » Webzine » Diritto e Giustizia » «Graviano mi parlò di Berlusco...
venerdì 04 dicembre 2009
«Graviano mi parlò di Berlusconi»
Il pentito nel bunker di Torino: «Il boss disse che grazie a quello di Canale 5 ci eravamo messi il paese tra le mani»
letture: 1867
Spatuzza entra nell'aula bunker
Spatuzza entra nell'aula bunker
Diritto e Giustizia: «Ho fatto parte dagli anni Ottanta al Duemila di un'associazione terroristico-mafiosa denominata Cosa Nostra. Dico terroristica per quello che mi consta personalmente, perché dopo gli attentati di via D'Amelio e Capaci, ci siamo spinti oltre, come l'attentato al dottor Costanzo (Maurizio ndr) e quello a Firenze dove morì la piccola Nadia». Gaspare Spatuzza entra in aula pochi minuti prima di mezzogiorno.
Il pentito di mafia, protetto da due paraventi, depone a Torino al processo d'appello per concorso in associazione mafiosa nei confronti di Marcello Dell'Utri, condannato a nove anni in primo grado. Un intervento molto atteso, alla luce delle precedenti dichiarazioni rese da Spatuzza davanti ai pm (l'ex mafioso ha descritto il senatore del Pdl e il premier, Silvio Berlusconi, come interlocutori di Cosa Nostra).

LETTERE - Spatuzza racconta che prima degli attentati del '93 (a Roma nella Chiesa di San Giovanni in Laterano, al Verano e a Milano ai giardini di via Palestro) imbucò cinque lettere, alcune delle quali indirizzate a testate giornalistiche. «Queste lettere - prosegue - provenivano dal boss Giuseppe Graviano. Il fatto che prima di fare un attentato mi dicessero di informare qualcuno con delle lettere è un'anomalia che mi ha fatto capire che c'era qualcosa sul versante politico». Nell'incontro di fine '93 a Campo Felice di Roccella con Graviano, Spatuzza - stando al suo racconto - riceve l'ordine di compiere un attentato «in cui moriranno un bel po' di carabinieri». Il fallito attentato allo stadio Olimpico «doveva essere il colpo di grazia» afferma Spatuzza. E poi: «Dissi a Graviano che ci stavamo portando un po' di morti che non ci appartenevano, ma lui mi disse che era bene che ci portassimo dietro questi morti, così 'chi si deve muovere si dà una mossa'». Spatuzza spiega: «Vigliaccatamente (così nella deposizione, ndr) Cosa Nostra ha gioito per Capaci e via D'Amelio. Perché erano i principali nemici nostri. Capaci ci appartiene, via D'Amelio ci appartiene - afferma - ma tutto il resto non ci appartiene». Come fallì l'attentato all'Olimpico? «Io e Benigno (altro mafioso, ndr) eravamo a Monte Mario. Benigno dà l'impulso al telecomando ma non funziona e l'attentato non avviene. Poi quando i carabinieri si erano già distanziati io gli dissi di fermarsi, di non dare più l'impulso. Scendiamo con la moto, ma l'attentato in sostanza era fallito».

BERLUSCONI - Poi Spatuzza afferma: «Nel '94 incontrai Giuseppe Graviano in un bar in Via Veneto, aveva un atteggiamento gioioso, ci siamo seduti e disse che avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo grazie alla serietà delle persone che avevano portato avanti quella storia e non come quei quattro "crasti" socialisti che avevano preso i voti nel 1988 e 1989 e poi ci avevano fatto la guerra. Mi vennero fatti due nomi tra cui quello di Berlusconi. Io chiesi se era quello di Canale 5 e mi disse: sì. C'era pure un altro nostro paesano. Graviano disse che grazie alla serietà di queste persone ci avevano messo il paese nelle mani». Successivamente Spatuzza si trovò nel carcere di Tolmezzo con Filippo Graviano: «Nel 2004 lui stava malissimo, io gli parlavo dei nostri figli, di non fargli fare la nostra fine... ho avuto la sensazione che stava crollando. Mi disse di far sapere a suo fratello Giuseppe che se non arrivava qualcosa da dove doveva arrivare, allora bisognava parlare ai magistrati». Il pm chiede spiegazioni sulla frase «da dove doveva arrivare» e qui Spatuzza ritorna al riferimento di Berlusconi e Dell'Utri. «I timori di parlare del presidente del Consiglio erano e sono tanti - continua Spatuzza. - Basta vedere che quando ho cominciato a rendere i colloqui investigativi con i pm mi trovavo Berlusconi primo ministro e come ministro della Giustizia uno che consideravo un 'vice' del primo ministro e di Marcello Dell'Utri».

DISSOCIAZIONE - Spatuzza ripercorre poi la scelta di dissociarsi da Cosa Nostra. «Nel 2000 ho iniziato un bellissimo percorso di istruzione e isolamento». Il pentito ricorda «il cappellano del carcere di Ascoli Piceno, padre Pietro Capoccia» come l'incontro chiave della sua svolta che gli trasmise «l'amore per le sacre scritture». «Mi trovai di fronte al bivio di essere o uomo di Dio o mammone: ho deciso di amare Dio» afferma Spatuzza che poi indica nel procuratore antimafia Pietro Grasso la persona che ha dato un contributo fondamentale alla sua decisione definitiva di collaborare con la giustizia «nel marzo 2006». «Non sono qui per barattare le mie parole, sarei un vigliacco - aggiunge - lo Stato sa cosa deve fare della mia persona. La mia missione è restituire verità alla storia e non mi fermerò di fronte a niente. Se ho messo la mia vita nelle mani del male, perché non la devo perdere per il bene?».

IL CONTROINTERROGATORIO - Terminato l'interrogatorio del procuratore generale Antonino Gatto, l'udienza è stata sospesa per circa un'ora ed è ricominciata dopo le 15 con il controinterrogatorio della difesa. «Dopo l'ammissione al programma pentiti ho deciso di togliere gli omissis sulle stragi del '92 e '93» ha detto il pentito precisando che prima «non avevo mai indicato il nome di Dell'Utri» in relazione alle stragi.

«UN PETARDO» - Le accuse di Spatuzza sono «un petardo», non «una bomba atomica», aveva detto in precedenza, l'avvocato di Dell'Utri Nino Mormino con un evidente riferimento alla frase pronunciata dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, durante un fuorionda. Prima dell'avvio dell'udienza, aveva parlato invece il Pg della Corte d'Appello di Palermo, Antonino Gatto, secondo il quale «si sta enfatizzando troppo qualcosa che ha un certo rilievo ma non così eccessivo». «Tutto questo toglie serenità» aveva aggiunto il magistrato.

Spatuzza in aula





DELL'UTRI - Parla anche Dell'Utri: «La mafia - afferma il senatore durante una pausa del processo - ha interesse a buttare giù un governo che lotta contro» i clan. «Sono dati oggettivi - dice - c'è stato il massimo dei latitanti catturati, il massimo dei beni sequestrati, il massimo delle pene severe contro i condannati per mafia. Spatuzza è un pentito della mafia, non dell'antimafia. Ma io sono sereno. L'unica cosa che è incredibile e assurda è che mi sento come a teatro dove c'è un protagonista 'povero Marcello' ma non sono io, è un altro. Di fronte a queste accuse una persona normale o impazzisce o si spara. Io non sono normale, e non mi sparo». «I Graviano? Non li ho mai conosciuti, io non conosco nessuno» ribadisce Dell'Utri. «Provenzano? Sta scherzando. Io conoscevo Vittorio Mangano, punto e basta». Il senatore del Pdl nega di avere ricevuto messaggi mafiosi: «Ma quali messaggi? Le dichiarazioni di Ciancimino mi fanno ridere...». E poi: «La mafia ha votato per noi? Che ne so, può essere; d'altronde in passato aveva votato anche per Orlando. Purtroppo non gli hanno ancora tolto il diritto di voto. Fino a quando qualcuno non gli impedisce di votare, ciò che fanno non è controllabile». «Uno come Spatuzza Falcone l'avrebbe denunciato» ha detto poi Dell'Utri al termine della deposizione del pentito, spiegando di non essere affatto sorpreso dalle rivelazioni in aula dell'ex uomo di Cosa Nostra. «Non ha detto nulla di più o di meno di quello che aveva già riferito ai pm» ha spiegato Dell'Utri. «Il suo obiettivo - ha ribadito - è fare cadere il governo Berlusconi, non ci sono altre spiegazioni». Ai giornalisti che gli chiedevano se riteneva che dietro al collaboratore ci fosse qualcuno, Dell'Utri ha risposto: «Non lo so. Ci saranno i pm».

BATTIBECCO CON UNA GIORNALISTA - Battibecco tra il senatore Pdl e una giornalista del Il fatto quotidiano, Antonella Mascali. «Il signor Mangano è stato eroico. Lo ripeto e-ro-i-co. Vuole che glielo ripeta ancora?» ha detto Dell'Utri, utilizzando nei confronti della giornalista un'espressione risentita: «Ma che c... dice lei?». Motivo della notevole arrabbiatura dell'imputato di concorso esterno sono state le domande su Vittorio Mangano, il cosiddetto stalliere o fattore di Arcore e le ripetute definizione di «eroe» che gli sono state riservate ripetutamente da Dell'Utri.
fonte: Il Corriere della Sera   di: TF Rassegna Stampa


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