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Home » News » Webzine » Diritto e Giustizia » «Rimpatrio i capitali ma non s...
domenica 18 ottobre 2009
«Rimpatrio i capitali ma non sono un evasore»
di Nino Ciravegna
letture: 1413
Scudati obbligati
Scudati obbligati
Diritto e Giustizia: Lo chiameremo, con scarsa fantasia, Mario Rossi. Niente nomi veri, niente ragione sociale: il nostro Mario Rossi è uno "scudiero" molto nervoso e, anche, arrabbiato. Con i giornali, in primo luogo: «Tutti quei titoloni sulla caccia agli evasori sono ridicoli. Mi irrito quando leggo che rientreranno cento miliardi occultati o riciclati. Io aderirò allo scudo fiscale, ma non sono e non mi sento un evasore. E mi secca molto che lo scudo si sia trasformato in un calderone dove il Fisco trita tutto e tutti uniformemente: imprenditori, riciclatori, speculatori e fighetti che inventano prodotti finanziari tossici, alla base della crisi attuale».
Cosa voleva, uno scudo per soli imprenditori? «Uno scudo, o una via preferenziale, riservata a chi riporta i fondi in azienda. Le banche hanno chiuso i rubinetti e noi siamo costretti a mettere mano a tutti i fondi disponibili per non affogare. Beni personali e beni allocatiall'estero: questo sforzo va appoggiato, sostenuto e, in qualche modo, premiato. C'è una netta differenza tra chi riporta fondi in Italia per far girare l'azienda e chi fa rientrare frutti di speculazioni finanziarie o grandi rendite che non si tramutano in investimenti e lavoro».
Mario Rossi è anche arrabbiato con la Guardia di Finanza: «Ci vogliono costringere ad aderire allo scudo con la minaccia di stanarci uno per uno. E di mandarci sui giornali per evasione fiscale. Ma non sarebbe meglio cercare con il bisturi il mafioso che ripulisce capitali della droga o di altre carognate? Perché pretendere una lista con i nomi di tutti i correntisti? Non si fa di ogni erba un fascio».

Mario Rossi è un imprenditore. Suo padre aveva avviato, a metà degli anni 70, un'attività di commercio internazionale nel settore dei componenti in plastica: «Erano anni duri, ogni giorno uno scontro con il sindacato, il terrorismo colpiva con regolarità, il più grande partito comunista dei paesi occidentali era a un passo dal governo. È diventato naturale, in quegli anni, trattenere una piccola quota di fondi all'estero».

All'inizio, racconta, usavano una fiduciaria inglese come intermediazione con il cliente finale: «Trattenevamo il 20%, senza esagerare con carichi eccessivi e ingiustificabili. Lo chiamavamo, in codice, tuenti, da twenty. Dicevamo: a quella ditta fai il tuenti e il responsabile amministrativo capiva. E il tuenti diventava tuenti faiv quando eravamo sotto pressione per adempimenti burocratici assurdi o in periodi di dichiarazioni fiscali. Una specie di protesta civile contro i cavilli. Volevamo creare una piccola riserva, niente di più. Poi, quando sono subentrato io alla guida dell'azienda, mi sono posto il problema di cosa fare. Erano gli ultimi anni della prima repubblica: partiti in sfacelo, leggi finanziarie con manovre mostruose.

Ricordo bene la tassa straordinaria, imposta dalla sera al mattino, sui conti correnti. C'era il concreto rischio che l'Italia non entrasse nell'area monetaria europea, sarebbe stato un disastro. Per questo ho dato una veste internazionale all'azienda:ho creato una società alle Antille che a sua volta ha dato vita a una società di diritto olandese che è diventata socia, con il 50% delle quote, della mia azienda».
Questo per risparmiare sulle tasse? «No, assolutamente no. Il risparmio fiscale non c'entra. Il livello tra fisco italiano e olandese è tutto sommato uguale. C'è solo una differenza di cinque punti percentuali tra la tassazione dei dividenti in Olanda e quella in Italia, ma non vale la pena rischiare per così poco.

Anche perché gran parte dei dividendi è sempre finita in azienda. Giuro: non è stata una questione di risparmio fiscale. Anche se penso che comunque la concorrenza fiscale sia un bene per il mercato. Anzi, rivendico il diritto di poter allocare le mie risorse in base a una serie di parametri, non ultimo quello del peso fiscale».
È, o meglio era, una questione di fiducia nel sistema paese: «Inutile nasconderlo, ci sono stati momenti in cui pensavo che l'Italia non ce l'avrebbe fatta. Ci rassicurava avere una sponda all'estero».

All'inizio del nuovo secolo il passo successivo: dal solo commercio alla produzione di componenti di plastica in un impianto in Polonia. Tutto di proprietà di una newco polacca posseduta dalla società di diritto olandese: «Per la società polacca ho fatto debiti e ho utilizzato tutti i dividendi distribuiti dalla società italiana. Con i margini della società di produzione ho poi generato maggiori profitti anche in Italia. Ho creato lavoro e utili, ho pagato più tasse: cosa volete di più? Non ho aderito allo scudo del 2001 perché non avevo necessità per l'azienda. Questa volta è diverso, anche se più costoso. Farò lo scudo, ma sia chiaro: per me non significa regolarizzare o legalizzare i miei capitali, non sono sporchi».
Mario Rossi farà lo scudo per tre motivi: «Primo, l'azienda ha bisogno di liquidità. La società in Polonia ha un cash flow che ci aiuterà molto, anche perché in questo periodo bisogna approfittare delle occasioni che si presentano sul mercato». Secondo, per le pressioni del commer-cialista: «Mi ha fatto una testa così sui rischi che ora si possono correre: la Guardia di Finanza è attrezzata per i controlli internazionali e con internet è diventato più facile trovare informazioni ». Terzo motivo: «Il commercialista mi dice che rischio soprattutto per la mancata dichiarazione dei dati e non per i redditi non ufficializzati. Mi ha convinto, non vale la pena continuare così».
Mario Rossi è arrabbiato anche per le scadenze troppo strette, «manca il tempo materiale per fare tutto».
Farà lo scudo, ma insiste: «Non mischiatemi con gli altri: io ho pensato e lavorato per l'azienda, non ho speculato o riciclato. Sarebbe molto ingiusto relegarmi nel mucchio indistinto degli evasori».
18 ottobre 2009
fonte: Il Sole 24 Ore   postato da: fu  


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