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Home » News » Webzine » Spettacoli e Cultura » Donne che uccidono gli uomini
sabato 22 agosto 2009
Donne che uccidono gli uomini
MA PERCHE' SPEGNE LE LUCI?
letture: 2706
Spettacoli e Cultura: Signor giudice, mi creda, non prevedevo di reagire così. Sono una persona calma, controllata. A volte fin troppo. Certo, ogni tanto ho anch'io uno scatto d'impazienza o d'ira, ma se proprio non riesco a trattenerlo me ne scuso subito. Sono una donna tranquilla, la mia vita è ordinata e semplice. Da ragazzina mi dicevano tutti che sembravo già una donna, una con la testa sulle spalle.
Sono la più grande di tre figli e mio fratello, l'ultimo, è nato che ero già in terza media e praticamente l'ho allevato io. Lo portavo ai giardinetti, gli preparavo la merenda, e poi quando gli venne l'intolleranza al glutine ero io che mi occupavo della sua dieta speciale.

Anche in casa ho sempre aiutato, benché avessimo una specie di cameriera. Chieda pure in giro, le diranno tutti quanto sono stata sempre un tipo tranquillo e obbediente, sempre promossa a scuola e sempre con buoni voti.

Al terzo liceo vinsi pure un premio per il miglior tema sulla importanza del Risorgimento.

Ho ancora in casa il libro che ebbi in regalo dal preside, in una premiazione che avvenne davanti a tutta la classe e io ero emozionata, felice e compunta mentre lui diceva non ricordo bene cosa, ma parole di elogio e di valore dello studio e del Risorgimento e di amore per la Patria.

Il libro si chiamava La favola storica di Benozzo Gozzoli.

Tanti anni dopo li ho visti davvero i dipinti di Benozzo Bozzoli a Palazzo Medici-Riccardi. Prima d'allora non ero mai stata a Firenze, praticamente non ero mai uscita dal paese se si esclude la gita scolastica della terza media a San Marino-Gradara-Urbino e poi quella del terzo liceo a Portofino-Rapallo-Nizza. Con mio marito - l'ho sposato che avevo vent'anni - qualche viaggetto lo facevamo, almeno nei primi tempi. Sempre con i soldi contati, ma ogni tanto qualche gitarella di due-tre giorni ce la concedevamo. Poi sono venuti i figli e non ci siamo mossi più.

Sa com'è con i ragazzini: una volta aveva la febbre uno, una volta la pertosse l'altro, poi tutte le malattie esantematiche, insomma, i soldi erano pochi, noi sempre stanchi, le giornate tutto un correre e un affanno. Non era facile fare programmi, così, piano piano, senza accorgercene ci siamo trovati a fare una vita coi giorni tutti uguali.

La sera mi addormentavo davanti alla televisione e certe volte mi veniva la malinconia pensando a tutte le città belle che ci sono in Italia e che non conoscevo.

Ho sempre desiderato certe città. Modena, Ferrara, Parma, sempre per restare in Italia. Però fantasticavo anche di Praga e Karlovy Vary. Ho comprato per anni riviste di viaggi e mi divertivo a studiare le piante delle città sconosciute sulla carta del Touring.

Ma forse sto divagando. Voglio però dirle tutte queste cose per farle capire che io sono una persona che s'è sempre accontentata di quello che aveva anche se il desiderio di uscire un po' fuori, di andare lontano, c'era, non lo nascondo.

Ma mio marito non era responsabile di quel filo di noia che c'era nelle nostre giornate. Anche lui, dopotutto, era tutto casa-ufficio, ufficio-casa.

S'è sempre ricordato dei miei compleanni e siccome non ha molta fantasia mi ha sempre regalato dei soldi. "Facci quello che vuoi" mi diceva.

In città ci sono sempre tante belle mostre e ogni tanto gli chiedevo, la domenica mattina, di andare a vederne qualcuna, ma in genere mi rispondeva che doveva lavare la macchina o che aveva delle pratiche che s'era portato a casa dall'ufficio. E' un lavoratore incredibile, fossero tutti come lui! Mai un giorno di malattia, per anni. Non parliamo poi di ferie. S'è sempre perduto ogni anno almeno una settimana, se non dieci giorni dei trenta lavorativi che gli spettavano. Lavorava fino a ferragosto e al massimo il 30 o il 31 si tornava in città.

C'erano poi due-tre giorni per Natale e l'anno se ne andava così.

I figli sono cresciuti, adesso uno vive a Milano e lavora, grazie a Dio, ha un ottimo posto di lavoro.

L'altro si laurea quest'anno ma vive più a casa della fidanzata che da noi. Del resto, si sa, chi ha figli maschi un po' li perde. L'avrei voluta tanto una femmina, ma non è venuta. Che vuol farci, si vede che non era destino.

Sto divagando di nuovo, ma vede, è per dirle che nella nostra vita tutto andava bene e scorreva tranquillo.

Non so capire che m' ha preso l'altra sera. Io soffro un po' d'insonnia da qualche anno e così ho ripreso a ricamare a punto croce. Mi rilassa. Con i ferri non sono mai stata granché. Sbaglio i conti, mi vengono le maniche dei golf una più lunga e una più corta e anziché rilassarmi i lavori a maglia mi innervosiscono. Il ricamo no, mi piace.

Da ragazza, in paese, durante l'estate andavo tutti i pomeriggi dalle suore. Avevano un grande laboratorio e lì ho imparato a ricamare. Cose semplici all'inizio: punt' erba, punto catenella. Poi sono passata ai punti più difficili: il punto nodi, il punt' ombra.

Ho ricamato una intera tovaglia di bisso con spighe di grano a punto pieno e punto raso.

Ho un corredo di altri tempi, tutto a due dozzine.

Stavo dicendo, dunque, che ho ripreso a ricamare. Il punto croce è facile e dà soddisfazione, cresce in fretta. Ho fatto tovagliette e centrini, presine e bordi per asciugamani. E così tiravo tardi, in salotto, con la mia tela Aida e le matassine colorate.

Il vizio di spegnermi la luce mio marito l'ha sempre avuto. E' un gran risparmiatore e, giustamente, sta attento agli sprechi. Non vuole luce accesa nelle stanze dove non c'è nessuno o nei corridoi.

A volte mi seccavo un po' di questa sua attenzione perché ci sono momenti in cui devo fare una cosa in soggiorno e non sto a pensare di spegnere la luce in cucina se so che dopo un po' ci torno. Ma abbiamo avuto sempre e solo piccole discussioni per questo, niente di serio. Solo che adesso che è in pensione lui sta molto più in casa e allora mi controlla di più la luce accesa. Prima, quando tornava dall'ufficio, passando nel corridoio, mentre si dirigeva verso la cucina, allungava un braccio per spegnere in salotto e magari c'ero io che stavo sfogliando una rivista prima di cena. Mi venivano i nervi ma lui, giustamente, mi rispondeva " Che ne sapevo che c'eri tu? Ho visto la luce in cucina, dunque quella del salotto a che serviva?".

Aveva ragione, lo riconosco, ma ero sempre così distratta che dimenticavo di spegnere in cucina prima di accomodarmi in poltrona.

Ma arriviamo all'altra sera.

Io stavo ricamando un centrino per i con suoceri, lo voglio regalare per Natale. Ci sono agrifogli e fiocchi rossi, sta venendo proprio bene. Lui era andato a dormire e io, anziché tenere accesa la lampada del tavolino vicino al quale ricamo, ho acceso il lampadario centrale, quello con le luci forti. C'era un punto nel mazzo di agrifogli che era un po' intricato per via che ha tre diverse tonalità di verde e solo con la lampada del tavolino non distinguevo bene i verdi. Lui si deve essere svegliato per qualche ragione, non so. L'ho visto comparire sulla porta che era accosta. Lui l' ha socchiusa, appena un po', poi ha infilato un braccio nel varco ed ha spento la luce.

Sono rimasta al buio completo, senza una parola. Lui è tornato a letto.

Quando sono entrata in camera già dormiva di nuovo. Non so cosa mi abbia preso, ma è successo in un istante.

Ho preso il soprammobile che sta sul comò, quello di bronzo e gliel' ho dato in testa.

Non l' ho preso in pieno e mi dicono che per un puro caso la ferita al cranio è stata così profonda da ucciderlo.

La storia del tentativo di furto l' ha tirata fuori mio figlio.

"Mamma, ma ti rendi conto che puoi finire in galera per tentato omicidio? Vuoi finire sui giornali?". Io ero spaventata, ho lasciato fare tutto a lui in ospedale, anche con la polizia. Del resto ero così sconvolta che volevano trattenermi in ospedale ma ho firmato e sono tornata a casa. L'iniezione di Valium mi ha fatto effetto e ho dormito a lungo.

Giacché adesso sono qui e le ho detto tante cose, le racconto pure il sogno che ho fatto.

E' stato un sogno strano. Forse tutti i sogni sono strani, ma io non li ricordo mai. Questo non solo me lo ricordo, ma era così strano che mi ha svegliato.

Non era chiaro dove fossi e con chi, ma ad un certo punto io mi mettevo a gridare, con una voce forte, ero diventata tutto un urlo e mi battevo il petto con i pugni, con colpi serrati, violenti, ritmici e il mio petto era una chitarra, proprio una chitarra con un buco al centro, e io, sempre battendomi gridavo: "Sono vuota! Sono vuota! Non ho più latte! Non posso più allattare!".

Mi sono svegliata col cuore in gola. So che i sogni sono solo delle sciocchezze ma questo sogno qui mi ha proprio lasciata stralunata.
Adesso io la ringrazio per avermi ascoltato tanto a lungo, con tanta pazienza. Lei è un giudice, deve fare il suo dovere. Se sarò incriminata vuol dire che la giustizia deve fare il suo corso così.
Ma mi dica, la prego, mi dica qual è stata la mia colpa e la mia follia.



Giulia Alberico da "l'Altro"

postato da: ulisse50  


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