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Home » News » Webzine » Cinema e Teatro » Un magnifico Eastwood, cinico ...
giovedì 12 marzo 2009
Un magnifico Eastwood, cinico e razzista in "Gran Torino"
Da domani nelle sale il film in cui il regista torna a dirigersi
letture: 2431
Clint Eastwood
Clint Eastwood
Cinema e Teatro: Ancora una volta Clint Eastwood dimostra di essere un "grande", sia dietro che davanti alla macchina da presa. A cinque anni dal vincitore dell'Oscar "Million Dollar Baby" il regista torna a dirigersi in "Gran Torino", da domani nelle sale distribuito dalla Warner Bros, con un personaggio burbero e antipatico ma che il pubblico imparerà presto a capire ed amare. Osannato dalla critica in Usa, dove ha ottenuto ottimi incassi anche al botteghino, ma tra i grandi esclusi degli Oscar, il regista dopo "Changeling" porta sullo schermo un'altra storia intensa e drammatica con tutti i temi a lui molto cari e già trattati nei precedenti film come i pregiudizi, il razzismo, i rapporti familiari, l'intolleranza.
Eastwood interpreta Walt Kowalski, meccanico in pensione di origine polacche e reduce dalla guerra di Corea. Un uomo solitario e scontroso che ha come unica passione la sua Gran Torino del '72, custodita gelosamente in garage, e vive solo in compagnia del suo cane Daisy. Da quando la moglie è morta, Walt passa le giornate facendo lavoretti domestici nella sua villetta di Detroit e prendendosela con il mondo: con i figli che non capisce e non lo capiscono, con i ragazzi di oggi volgari e pieni di piercing, con la modernità e con i nuovi residenti del suo storico quartiere, ormai abbandonato dagli americani e invaso da asiatici che nei suoi ricordi "bellici" sono tutti "musi gialli" portatori di problemi con le loro guerre tra bande. Il protagonista sembra un razzista incallito che ne ha per tutti e tiene il suo fucile M-1 sempre carico, soprattutto da quando qualcuno cerca di rubargli il suo gioiellino d'auto. Poi, inaspettatamente, conoscerà meglio la famiglia di immigrati Hmong, suoi vicini di casa, e diventerà l'eroe del quartiere aiutando i due ragazzi Thao e Sue (entrambi attori esordienti) con cui stringerà un'insolita amicizia. "Gran Torino" è il primo film in cui si parla dei Hmong, una tribù etnica di diversi clan sparpagliati tra Laos, Vietnam e altre parti dell'Asia e arrivati negli Usa dopo aver aiutato gli americani nella guerra del Vietnam. Walt si avvicina a loro con reticenza e distacco, prova a capirne le tradizioni, li studia, e alla fine si rende conto di avere più cose in comune con loro che con i suoi figli viziati, e ritrova perfino uno scopo di vita. Una storia toccante in cui Clint Eastwood dà il meglio di sè. Semplice e allo stesso tempo magistralmente diretta e interpretata. Nonostante il suo carattere spigoloso e antipatico il protagonista è così cinico da diventare ironico e far sorridere, pur nel contesto drammatico. "Questo film aveva un ruolo perfetto per la mia età e il mio personaggio - ha detto il regista - sembrava costruito su misura per me, anche se non era così. Mi è piaciuto molto il copione. Ha molti colpi di scena ed anche situazioni divertenti che strappano molte risate". (Apcom)



Gran Torino - la trama

Walt Kowalski (Clint Eastwood) è un reduce della guerra di Corea, di carattere burbero e spavaldo, prova una grande passione per la propria Ford Torino, modello classico del 1972, custodita in garage. Walt non mostra pudore nel manifestare il proprio sentimento anticoreano, nato durante la sua campagna in Corea, quando vide morire suoi amici per mano dei nemici. A peggiorare la situazione, il quartiere da lui abitato negli ultimi anni è diventato il principale centro suburbano della comunità coreana, e le bande giovanili danno molto fastidio a Walt. Anche se frustrati e maltrattati da Kowalski, i coreani aiuteranno l'uomo a risolvere i problemi personali che tiene con la famiglia, per diventare amici e aiutarlo a ripudiare il razzismo.

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Gran Torino - la recensione

Walt Kowalski è un uomo sospeso nel limbo di un presente angoscioso. Il suo passato lo tormenta, ma il futuro che lui stesso ha contributo a costruire - vedi i suoi figli, i suoi nipoti - lo inorridisce. Giustamente. Walt vede quanto c'è stato di buono nel (suo) passato andare perso, schernito, svilito, insultato. Walt vede di fronte a sé l'invasione dei barbari (nulla a che vedere, grazie al cielo, con l'obbrobrio di Arcand). La sua reazione a tutto questo è una chiusura in sé stesso ancor più drastica e radicale di quanto già non fosse normale per lui. Ma anche Thao - apparentemente l'esatto opposto di Walt: giovane, straniero, timido e insicuto - vive nello stesso limbo. Il passato della sua cultura originaria lo opprime, lo limita, anche nell'integrazione nel tessuto sociale. Ma il futuro che sembra aspettarlo, quello delle gang e della galera, pare terrorizzarlo. E sfuggirgli appare difficile. La sua, di reazione, è quella del silenzio e della paura. E allora è quasi inevitabile che le due anime vaganti s'incontrino. E che Walt "adotti" Thao come Frankie "adottò" Maggie.

Siamo sinceri: la condizione di Walt e Thao non ci appare così aliena, ed è questo uno dei tanti (tantissimi) motivi per cui Gran Torino è un film così splendidamente devastante. Gran Torino è il film che racconta di come sia indispensabile (e facile in modo spiazzante) abbattere quelle fondamenta sbieche e già luride del futuro che abbiamo di fronte per ricominciare daccapo, linearmente, solidamente, utilizzando come saldissimo cemento quella necessaria compenetrazione di esperienze, culture, società e caratteri che nasce dall'unione tra differenze. Da quel meticciato oggi tanto presente e discusso. E il simbolismo di un'auto vintage affidata a un ragazzino diverso, di quel che c'è di solido e bello del passato da far guidare da mani (e sensibilità) nuove verso il futuro, è tanto semplice quanto inevitabile. Nel corso di una conversazione Walt, un tempo razzista (?), si sente apostrofare dalla sua nuova amica Hmong: "beh, ma tu sei americano". "E allora?", risponde. E allora, the times they are a-changin'. Devono cambiare. Per Walt già sono cambiati. O forse son tornati come erano, all'alba del Sogno Americano, quando gli States nascevano nel segno di quello stesso meticciato.

Ma Gran Torino è (anche) molto più di tutto questo. Ancora una volta, ci troviamo a definire zen il cinema di Eastwood, per la sua capacità strabiliante di aprire abissi di complessità attraverso un gesto filmico economico e lineare. Gran Torino è una storia umanissima di amicizia commovente e pudicissima nella sua emozionalità. Gran Torino è (anche, forse) uno splendido canto del cigno per Eastwood, che in Walt ha condensato, raccontato e demolito (facendola così risorgere più fulgente che mai) un'icona costruita in decenni: da Callaghan a Gunny Highway passando per i suoi personaggi più recenti.

Ed è un film esistenziale nel senso più ampio del temine: ancora una volta si racconta del cammino verso la fine della storia di un eroe duro e solitario, e del Senso che si vuole dare a questa fine, a tutta una vita. "Me, I finish things, that's what I do", dice Walt a Thao. E nel modo in cui Eastwood finisce le cose, nel modo in cui le fa finire a e per i suoi personaggi, è racchiuso un senso di compassione, di umanesimo, di moralità che non che essere definito laicamente ma profondamente religioso e spirituale. È ovvio dal finale del film - attenzione agli spoiler - che Walt assuma una dimensione prettamente cristologica: la sua volontaria crocefissione orizzontale, il suo sacrificio, il suo farsi carico dei peccati suoi, di Thao, della società. Per permettere che la vita, l'America, il mondo vadano avanti migliori e più leggeri.

Con Million Dollar Baby, con il quale non a caso presenta numerose analogie, Gran Torino è il grande capolavoro morale e cinematografico di Clint Eastwood. Un film struggente e necessario.

di Federico Gironi (comingsoon)

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postato da: Capitan  


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