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mercoledì 24 dicembre 2008
"Fede nel diritto" e nella... "Giustizia"
letture: 3041
Piero Calamandrei
Piero Calamandrei
Diritto e Giustizia: Giorni fa ho assistito ad una udienza penale in cui il nuovo difensore di un imputato del reato di diffamazione in atti giudiziari, senza minimamente preoccuparsi della richiesta del difensore della parte civile di posticipare l'udienza per altro incombente, peraltro documentato e soprattutto senza rispettare il fondamentale principio giuridico che trova la propria fonte nell'art. 111 Cost., ha determinato il rinvio di sette mesi per precedenti impegni senza preoccuparsi di documentare quanto asseriva e faceva mettere a verbale dal cancelliere d'udienza.
Di fronte a tale pessimo comportamento processuale, criticabile anche perché è la palese dimostrazione di come il diritto serva, oggi, in un'epoca di decadentismo anche morale, a consentire a certi soggetti processuali di tutelare più gli interessi personali e/o di parte che l'interesse generale della Giustizia, mi è ritornato in mente quanto un illustre giurista, Piero Calamandrei, scrisse in un fortunato discorso pubblicato postumo dall'editore Laterza la cui lettura potrebbe essere consigliata a quel difensore.
Non sorprende osservare quanto la figura poliedrica del Calamandrei continui ad affascinare studiosi e persone comuni poiché in lui ritroviamo il giurista e l'accademico, l'intellettuale firmatario del manifesto degli Intellettuali Antifascisti del 1925 e il cantore della Resistenza, l'uomo politico tra i fondatori del Partito d'Azione ed il costituente.
Recentemente la casa editrice Laterza ha pubblicato, postumo, un discorso pubblico tenuto da Piero Calamandrei in una conferenza presso la FUCI di Firenze (Fede nel diritto, editori Laterza, a cura di Silvia Calamandrei), preceduto da tre brevi saggi introduttivi di G. Zagrebelsky, Una travagliata apologia della legge; di P. Rescigno, Il rifiuto del sistema normativo dei totalitarismi; di G. Alpa, Un atto di " fede nel diritto".
Il testo è concluso da un'appendice in cui figura, fra l'altro, la riproduzione di uno scambio epistolare tra il filosofo Guido Calogero e Piero Calamandrei, avente per oggetto proprio il testo della conferenza, che doveva essere germe di un futuro saggio.
Gli anni tra il 1939-1942 sono quelli che vedono Calamandrei (malgrado di sentimenti antifascisti, già costretto a prestare formale ossequio al regime attraverso il giuramento di fedeltà per poter continuare a svolgere il suo ruolo di docente universitario) presidente della commissione per la stesura del "nuovo" codice di procedura civile, cui presero parte anche Redenti e Carnelutti; del codice sarà proprio Calamandrei a scrivere la relazione al Re per il Guardasigilli pro tempore, Dino Grandi (malgrado G. Alpa ci ricordi che "gli orpelli di regime che ammantano la relazione (...) sono della penna di Grandi (...)" e che "e scelte di fondo"di quel codice vadano "considerate di grande pregio", p. 57 del saggio introduttivo).
Quel 21 gennaio 1940 si colloca nel mezzo di quella difficile collaborazione tecnica, in un'Europa funestata da venti di guerra.
Nell'inedito affiora il travaglio del giurista, chiamato a vivere la crisi dello stato liberale, culminata in Italia nelle leggi per la difesa della razza (1938).
Calamandrei sembra ragionare dal basso di una trincea, sottolinea come lo stato fascista non fosse giunto agli eccessi cui in Germania aveva condotto la teoria del cosiddetto diritto libero, quella stessa che aveva chiesto al giudice di smettere (totalmente) le vesti del servus legum, per indossare quelle (del tutto politiche) di interprete del volere del Fuhrer, cioè di un imprecisato (né precisabile) sano sentimento popolare, da individuarsi
imperscrutabilmente e caso per caso. È la politica che soggioga il diritto, come similmente stava accadendo nella Russia sovietica e che oggi un "dittatorello" alla Charlie Chaplin ne vorrebbe emulare, sotto le false spoglie della democraticità, le gesta accompagnato dalla più ampia e dissoluta a-moralità politica e giuridica.
Calamandrei si sforza di trovare - malgrado tutto - nel diritto le risposte, riaffermando, contro la deriva germanica , i pregi di un ordinamento, quello italiano, che aveva pur mantenuto la centralità del formidabile strumento della legge, per sua stessa natura generale ed astratta (così anche nel Codice Penale Rocco: nullum crimen sine lege, quello stesso principio relegato a "pregiudizio della scienza borghese" secondo Krylenko, p. 87).
Ricordando come il principio di legalità sia, al fondamento, espressione della "uguale dignità morale di tutti gli uomini", consentendo a ciascun cittadino, a ciascuno di noi, di "sentire nella sorte altrui la nostra stessa sorte".
Il discorso di Calamandrei potrà forse essere letto come espressione di una connivenza col regime fascista, conclusione che può essere accolta solo dal lettore superficiale, da colui che non si sforzi di restituire le parole lette al tempo in cui furono pronunciate.
Quelle parole sono in realtà una difesa della legge, una difesa strenua della figura stessa del giurista, chiamato ad estrapolare il contenuto normativo dalle astratte formulazioni della legge, nel rispetto delle ferree regole dell'ermeneutica giuridica, dei precetti imposti dal metodo giuridico.
Accanto all'interpretazione letterale - nell'armamentario tecnico del giurista - vi è l'interpretazione evolutiva e l'analogica, con l'avvertenza che quest'ultima è possibile nei soli casi consentiti.
Tutto ciò, ricordando come spesso è lo stesso legislatore a rimettersi all'interprete nella definizione della norma, attraverso le clausole generali, "organi respiratori" dei tessuti normativi, attraverso cui circola "quel tanto di politica che i giudici ed in generale i giuristi si possono permettere senza tradire la loro missione" (p.99).
Il testo è una difesa estrema del diritto, di quel diritto che era sopravvissuto alla deriva autoritaria e che oggi, nelle "vogliose e bramose" aspirazioni di un centro destra populista, xenofoba e - sotto sotto - fascista (nel senso più disprezzante del termine, sta scomparendo effettivamente.
Per quanto faticoso sia comprendere la posizione dell'autore attraverso lo sguardo della posterità (il cosiddetto senno di poi), è di certo un tentativo che merita di essere portato a termine.
Comprendere l'approdo alla Costituzione repubblicana del 1948 è possibile solo attraverso l'adeguata conoscenza di ciò che è stato nei faticosi anni che l'hanno preceduta.
L'analisi dei periodi in cui è smarrita la centralità di certi valori ci consente di apprezzarne oggi l'importanza, di riconoscere autentica grandezza in quanti, nelle asperità del tempo vissuto, cercarono in quei valori l'indicazione della via da percorrere.

P. Calamandrei, Fede nel diritto, Laterza, Roma-Bari 2008, pp. 140, € 12,00

di: Costantino D'Onorio De Meo


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