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Home » News » Webzine » Diritto e Giustizia » A Sessantanni dalla Dichiarazi...
martedì 09 dicembre 2008
A Sessantanni dalla Dichiarazione dei Diritti Umani
letture: 2791
Pasquale Scipione
Pasquale Scipione
Diritto e Giustizia: Ha scritto molto tempo fa Norberto Bobbio: "La storia umana è in gran parte storia di dominatori e dominati, di sfruttatori e sfruttati, di padroni e di schiavi. Sino a quando?"
Lo sguardo sul mondo attuale non è consolante.
Ripercorrendo rapidamente le fasi storiche e politiche che hanno portato alla Dichiarazione non ci si può non soffermare su due momenti topici che hanno segnato questo cammino: la Rivoluzione francese del 1789 e la seconda guerra mondiale del 40/44 con la fine delle sue atrocità e del nazifascismo in Europa.
Gli uomini della Rivoluzione, nel clima di disordini e nell'urgenza di dare risposte legislative necessarie per il popolo parigino in rivolta soprattutto per la fame, trovarono il tempo e lo spirito per fare quella solenne Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino in quel caldo agosto del 1789, diritti che certo erano maturati sulla base degli scritti di grandi pensatori illuministi del '700 francese, ma che politici sensibili e capaci seppero trasformare in norme a difesa del cittadino,sottraendolo all'arbitrio di un regime tirannico.
Leggere l'articolo uno della Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1948 rievoca la suggestione di Rousseauiana memoria "l'homme nait libre en nature" che ha impiegato oltre duecento anni per riemergere dagli orrori delle guerre e dalle atrocità commesse dall'umanità.
Il Preambolo alla Dichiarazione del '48 recita "............. il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità e ....... l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato la più alta aspirazione dell'uomo". Dal 1948 in poi la storia dell'umanità si confonde con quella dei diritti dell'uomo. Con il passare degli anni, i settori di protezione sono divenuti più precisi: repressione del genocidio, abolizione della schiavitù lotta contro la tortura e contro le forme di discriminazione fondate sulla razza, sul sesso sulla religione.
Sono passati sessanta anni, possiamo essere soddisfatti dei progressi fatti dall'umanità in quella direzione? Per quanti ancora quei diritti sono rimasti aspirazione incompiuta?
Se ci isoliamo nel nostro egoismo forse non avvertiamo quanto sia drammatica ancora oggi la situazione di interi popoli del mondo. Dall'Africa alla Cina, dalla Russia alla America, alla civile ed opulenta Europa. Fame, colera, genocidi, torture, tirannie politiche e religiose infestano il nostro pianeta e spesso le Nazioni Unite hanno mostrato tutta la loro impotenza.
Cosa allora non ha funzionato e non funziona?
Una delle critiche rivolte alla Dichiarazione dei diritti umani è centrata sul fatto che essi sono fondati su un modello ideologico e giuridico di tipo occidentale, ignorando valori di culture diverse in particolare di quelle che hanno sofferto e soffrono di mancanza di diritti e verso le quali l'Occidente ha grandi debiti passati di violenza e sfruttamento, che ancora oggi restano un retaggio difficile da superare. Basti pensare agli stati musulmani e alla loro cultura, che nel '48 non avevano alcuna forza politica da far pesare all'interno dell'ONU.
Ma, quello che più ha nociuto alla loro affermazione, è che tali diritti non sono passati nelle Costituzioni nazionali delle stesse nazioni che l'hanno sottoscritto, ed alcuni di essi, quelli della cosiddetta terza generazione, non trovano spazio negli accordi giuridici internazionali.
È noto che i diritti umani sono divisi storicamente in:
• diritti civili e politici - prima generazione;
• diritti economici, sociali e culturali - seconda generazione
• diritti all'autodeterminazione, alla pace, allo sviluppo, all'ambiente - terza generazione.
Pensate, dobbiamo attendere il 1986 perché il diritto allo sviluppo, alla cooperazione e alla solidarietà diventino diritti dei popoli e delle persone, mentre la desertificazione e l'inquinamento del pianeta aumenta, la fame e le malattie uccidono milioni di bambini e non solo, milioni di persone alimentano un flusso migratorio imponente e la risposta dei paesi civilizzati è quella di scrivere leggi sempre più restrittive, dimenticando che i "barbari" arrivarono a Roma, e le fornirono anche eccellenti imperatori nonostante le falangi romane o che gli "abbronzati "afroamericani sfruttati e deportati in catene qualche secolo fa, sono a capo della più grande potenza bianca occidentale.
Dopo sessantanni di attività la Commissione delle Nazioni Unite preposta ai diritti umani, composta dai 53 paesi che la componevano, è stata disciolta perchè screditata dal fatto che alcuni paesi componenti della stessa bloccavano le decisioni dell'organismo. E' quello che sta accadendo in questi giorni in Zimbabwe dove la disoccupazione arriva all'80 %, un adulto su quattro muore di ASIDS, dove la speranza di vita è al di sotto dei 40 anni, dove la gente muore di malaria o tubercolosi, le Nazioni Unite non sono in grado di sbloccare cacciando via un tiranno a causa dei veti incrociati di Cina e Russia più preoccupati di salvaguardare ed espandere i loro interessi economici in Africa piuttosto che i diritti umani.
L'appello di Kofi Annan a rinnovare la lotta per i diritti umani, lanciato durante la sessione augurale del Consiglio dell'ONU a Ginevra nel 2006, è caduto nel vuoto etico o sulla pietra gelida del dio economico.
Basta allora l'impegno individuale per un mondo migliore, o non c'è forse bisogno di un'etica globale, diversa che vivifichi quei trenta articoli della Dichiarazione di cui stiamo festeggiando (!) i sessantanni?
Un grande teologo Hans Kung ne ha rivendicato la necessità già nel 2001 proprio in un discorso alle Nazione Unite.
La globalizzazione dell'economia, della tecnologia e della comunicazione porta anche ad una globalizzazione dei problemi del mondo intero, problemi che minacciano di sopraffarci: dall'ambiente alla tecnologia atomica o a quella genetica, dalla criminalità al terrorismo. Un'etica globale che non può consistere nella imposizione di un modello ideologico o giuridico, ma deve fondarsi su un patrimonio di valori, criteri, diritti e doveri comuni alle concezioni filosofiche dell'umanità e alle confessioni religiose, condivisibili da credenti e non credenti. La dichiarazione elaborata da Kung e proposta al "Council "del Parlamento delle religioni a Chicago nel '93 riconosce a fondamento di un'etica globale, due principi basilari:
• ogni uomo deve essere trattato in maniera umana; (umanitarietà);
• fai agli altri quello che vuoi che gli altri facciano a te.(reciprocità)
Questa etica della reciprocità deve porsi a fondamento dell'economia di mercato che non può solo servire a produrre ricchezza per pochi, ma deve stare al servizio dei bisogni dell'uomo.
Ce n'è abbastanza per ripensare ai Diritti umani del 3000, vista anche la grave crisi economica che sta attraversando il mondo intero, e assumere tutti, soprattutto i giovani che lottano contro l'ingiustizia e vogliono imparare l'amore, l'impegno a vivificarli con atti concreti ,dando speranza ad un mondo difficile, come auspica il cardinale Martini nelle sue "Conversazioni notturne a Gerusalemme".
Pasquale Scipione

postato da: pscipione  


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