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Home » News » Webzine » Diritto e Giustizia » La fontana della morte.
lunedì 20 ottobre 2008
La fontana della morte.
Omaggio a Franco Cordero
letture: 2742
Franco Cordero
Franco Cordero
Diritto e Giustizia: Che Franco Cordero rappresenti l'ultima specie di vero giurista - non asservito ad alcun padre-padrone - oramai anche il più becero forzaitaliota e veteran fascista di questo Governo e Parlamento, lo ha compreso. Pertanto impossibilitato, per un veto della destra, a divenire giudice della Consulta (e ne avremmo visto delle belle con un codice di procedura penale fatto a "brandelli", pezzo a pezzo, a colpi di declaratoria di incostituzionalità, possiamo definirlo come l'unico ad aver avuto il coraggio ad evidenziare come concausa del disastro dell'attuale sistema giudiziario, sia proprio quell'avvocatura nella cui "casta" rifiutò di entrare con un'affermazione che fece epoca: non voglio diventare bottegaio anche io.
Ripropongo tre brani di cui uno della prof.ssa Ida Magli, antropologa all'Università di Roma "La Sapienza" del 1985 e glialtri due di cui l'ultimo recentissimo dello stesso Prof. Franco Cordero.

(Costantino D'Onorio De Meo)

Su Franco Cordero, saggista e docente di diritto nell' Università di Roma, circola una battuta: che l' affollamento della Facoltà di Giurisprudenza diminuirebbe di molto se gli studenti, prima dell' iscrizione, fossero obbligati a leggere il suo trattato di diritto penale. La sua visione di che cosa sia un processo è, infatti, talmente tragica, che Cordero stesso è costretto a rifugiarsi, di tanto in tanto, in racconti in cui la fantasia possa, almeno apparentemente, attutire la drammaticità del reale. Il suo Cronaca di una stregoneria moderna (Laterza, pagg. 209, lire 18.000) è appunto una trasposizione fantastica di questo genere. A Lys, cittadina francese distesa ai piedi delle montagne, piccolo aggregato umano al tempo stesso concreto e rarefatto come soltanto le città di provincia sanno essere, si svolge un processo in apparenza anacronistico: un processo per stregoneria. Piccoli eventi, succedutisi da un anno a questa parte, ne hanno in qualche modo preparato l' atmosfera. L' antico passato vescovile di Lys, divenuto solo un fievole ricordo, è stato rinvigorito all' improvviso dall' arrivo, nell' unico monastero superstite, di un frate "spirituale", Hilarius, insofferente dell' abulia del mondo e teso ad una forma quanto mai eccitata di violenta predicazione penitenziale.
Franco Cordero
Franco Cordero
A lui si aggiunge, poco dopo, un altro frate ribollente di spiritualità, l' esorcista Rufino, che comincia anch' egli a scuotere gli abitanti di Lys dalla loro pacifica peccaminosità. A Lys, a dire il vero, di operazioni diaboliche se ne conoscono poche; ma là dove c' è un esorcista non possono mancare gli indemoniati, per cui, con l' arrivo di Rufino, i fatti in precedenza attribuiti volgarmente a cattivo carattere, a epilessia, a depressione amorosa, si trasformano immediatamente in incubazioni diaboliche, e i protagonisti vengono sottoposti a pubbliche terapie taumaturgiche con (inutile dirlo) ottimi risultati. Dalla coppia "Hilarius-Rufino" la cittadina di Lys ricava una nuova e grande fama, come sempre accade là dove la piatta Nroutine della vita viene sconvolta dall' incursione di misteriose potenze. Così a Lys si celebra un processo eccezionale, dai requisiti tipicamente inquisitoriali e stregoneschi. Un certo Gyas è imputato di aver indotto alla morte alcune persone, perseguitandole attraverso incubi e fantasmi. Ma su quali basi si può istruire un processo cui manca qualsiasi possibilità di "riscontro oggettivo"? N More solito. Un tale ha mandato al pubblico ministero fantasiosi memoriali su Gyas, suo collega di accademia. Abituati da sempre a ricevere lettere di accusa, i magistrati le passano all' archivio secondo catalogazioni ben consolidate dalla prassi e una di queste riguarda il genere "paranoico". Le lettere su Gyas seguono perciò il destino comune: vengono archiviate. Nel frattempo il loro autore, malato di cancro, muore naturalmente. Ma è questo "naturalmente" che adesso non sembra più così chiaro. In quella lettera, infatti, il poveruomo affermava che Gyas, "incubandolo", gli mostrava se stesso chiuso, da vivo, nella bara, e gli suggeriva, quale unico modo per sottrarsi a questo destino, il suicidio nell' acqua. "Cerchi una fontana", gli sussurrava, "collochi dei lumini sulla sponda e attenda la morte sdraiato nella vasca". E qui sta il punto: a Lys si susseguono alcune morti stranamente simili a quelle immaginate dal grafomane accusatore. I gendarmi che testimoniano al processo, raccontano di aver trovato una mattina il cittadino signor Basilio, disteso nella vasca della piazza, compostamente defunto, mentre sui bordi della vasca si trovavano immagini sacre e lumini. Sciaguratamente per Gyas, all' indomani di questa scoperta arriva al Pubblico Ministero la solita missiva: il signor Basilio affermava di essere stato indotto al suicidio nell' acqua dallo spirito infestante di Gyas. Nella lettera c' è inoltre una pericolosa appendice, che vieta al Pubblico Ministero di archiviarla: si fa il nome della prossima vittima. Pochi giorni dopo, il signor Cornelius (questo il nome preannunciato) viene trovato dai soliti gendarmi impiccato ad una corda sotto un ponte; sfiora l' acqua con i piedi. Un tipico, ma pur sempre misterioso suicidio. Fin qui la trama, che serve a Cordero, secondo modi di riflessione cui ci ha abituato in opere precedenti dello stesso genere (per esempio NGenus o NPavana) a muoversi in una atmosfera che, nella sua apparente astoricità (non è difficile individuare avvenimenti e strategie dei nostri giorni in molti degli episodi narrati) descrive uno schema giuridico-culturale-psicologic storicamente sempre presente e sempre uguale. L' apparato giuridico-logico-formale dell' azione legale rappresenta, nell' analisi che ne fa Cordero, una "struttura" simile a quella del mito; e che, come tale, segue strade sempre identiche e obbligate. Lungi dal costituirsi come strumento per la Nfunzione della giustizia, questa struttura è, come appunto quella del mito, funzione a se stessa. Anzi, ripete e rafforza la propria autofinalità al punto che si potrebbe applicare all' apparato della logica giudiziaria la formula che Lèvi-Strauss applica al mito: la logica giudiziaria "parla noi". Da questa implicita premessa del pensiero di Cordero credo si possa far discendere anche l' uso funambolesco che egli compie di innumerevoli Ntopoi linguistici: un Npastiche per certi versi terrificante, in cui l' abilità dell' autore richiede al lettore lo sforzo eroico di passare consapevolmente attraverso le forche caudine di tutti i luoghi comuni del "giudicar parlando", in latino, in francese, in inglese, in tedesco; dimostrandone così, nella scorrevolezza apparentemente vitale, la mortifera ed indistruttibile forza vuota.

IDA MAGLI

fonte:
Repubblica — 31 luglio 1985 pagina 18 sezione: CULTURA


Come si fa a far sparire il conflitto d'interessi

Con 308 luci verdi, giovedì 28 febbraio, ore 16.05, la maggioranza vota militarmente il disegno governativo sul conflitto d'interessi: gli oppositori erano usciti; imparino i costumi parlamentari, commenta da Budapest l'ilare dominus. Testo memorabile negli annali legislativi. Visitiamolo partendo dall'incompatibilità definita nell'art. 2, comma 1, lett. c: il titolare della carica governativa non può amministrare società con fini di lucro (o imprese individuali), ma nihil obstat quando ne abbia la "mera proprietà" (comma 2); e siccome B., autocrate della galassia Mediaset, risulta assente dagli organigrammi amministrativi, avendo affidato le insegne a uomini suoi, questa doppia formula lo consacra compatibile. A lui non vale l'ipotesi da cui esordisce l'art. 3: esiste conflitto d'interessi ogniqualvolta agiscano persone incompatibili ex art. 1. Passiamo alla seconda: che l'atto incida sul patrimonio del titolare ovvero del coniuge o parenti fino al 2° grado, e offenda l'interesse pubblico. Superfluo notare quanto sia fluido l'ultimo punto.
Ma supponendolo grosso come una casa, sicché nemmeno gli avvocati berlusconiani osino negarlo, soccorre la clausola finale: "salvo che il provvedimento" favorisca "la generalità o intere categorie"; allora niente da obiettare. L'idea ingegnosa sta nel nome sindacal-burocratico "categorie".
Bertrand Russell le chiama "classi". Sono figure logiche moltiplicabili quasi all'infinito: il complesso degli individui conformi a una descrizione; alcuni esistono (suonatori d'oboe, metalmeccanici, scopritori d'un continente, ecc.); altri no (ad esempio, gl'ippogrifi o i videomagnati intenti allo sviluppo intellettuale pubblico: sinora non ne abbiamo visti). Annovera componenti molto vitali quella degli imprenditori operanti sotto l'ombrello dei privilegi governativi. Ora supponiamo che provvedimenti ministeriali li benefichino, giovando anche al premier (classificabile sotto lo stesso nome), con danno pubblico. L'art. 3 assolve tutti, a meno di intenderlo con virtuosi ripensamenti, ma le polemiche sulle rogatorie dicono quanto siano malviste nei santuari le evasioni interpretative dalla stretta lettera: senza saperlo, la Destra riscopre teoremi pregiacobini sui tribunali "bouches de la loi"; vecchi idoli, superati nel code Napoléon. "In cauda venenum", ammonivano i pratici, teste fini: massima puntualmente invocabile qui; l'art. 3 emana sentori fraudolenti dalla coda.
Definito così il "conflitto d'interessi", i conflitti spariscono o quasi.
Bell'esempio d'esorcismo verbale. Quando poi ne salti fuori uno, cos'avviene? Niente. L'art. 6 istituisce un'autorità garante, ma Cerbero non ha i denti (metafora sartoriana): veglia, osserva, istruisce; se scopre abusi, informa i presidenti delle Camere consigliando misure che rimedino tempestivamente al danno e scongiurino "casi analoghi". "Ottima soluzione", assicura l'eufemista, "se prescindiamo dal caso B.", troppo anomalo, quindi giuridicamente insolubile; e un latinista risponderebbe: "hic Rhodus, hic salta" (quel fanfarone vantava records conseguiti altrove). Il caso da risolvere era lui, non un geometra sindaco. Come in Molière: perché il papavero fa dormire?; perché contiene una "vis dormitiva". I legislatori italiani 2002 scrivono serissimi. Supponiamo che il Cda Rai deliberi la seguente riforma: spettacoli fatui istupidiscono; perciò da domani va in onda solo alta cultura; Rai 1, teologhi medievali; Rai 2, linguistica arcaica; Rai 3, matematiche sublimi; nel resto della giornata, antifone, salmi, canti gregoriani. Dopo 24 ore l'audience tocca livelli infinitesimi. Mediaset ingloba l'universo televisivo e relativo flusso pubblicitario. L'uomo d'Arcore sorride au dessus de la mêlée. Il governo non c'entra: è una riforma deliberata dal Cda, autonomo; lui se ne rallegra perché ha la cultura nelle viscere; e se qualcuno osa definirla dannosa, anathema sit.
L'embrione uscito da Montecitorio sottintende chiavi privatistiche (artt. 1394, 2373, comma 2, 2391, commi 1 sg., 2631 c.c.). L'ipotesi elementare è che l'amministratore d'una società combini affari con se stesso. Cose importanti, sebbene non esauriscano l'argomento. B. fiorisce dappertutto, capo d'un impero sul quale non tramonta il sole: ad esempio, possiede imprese assicurative, interessate nella riforma delle pensioni; e homo oeconomicus dall'intuito infallibile, uscirà presumibilmente bene dalle relative operazioni ("scholaris cum puella non praesumitur dicere rosarium", insegnavano i dottori). Vi scommetto, senza sdegno né scandalo. Niente esclude profitti diffusi quando gl'interessi dell'impero coincidano occasionalmente con quelli del maggior numero d'italiani. Molti l'hanno votato sperando mirabilia: mercati alle stelle, poppe americane (nelle mie memorie dialettali significano fortuna sovrabbondante), fisco tenero, soldi dal cielo; "arricchitevi!" era lo slogan sotto Louis-Philippe. Se tutto stesse lì, l'affare sarebbe meno allarmante. Lo complica il fatto che ante omnia, lui sia un imprenditore atipico: non vende automobili, locomotive, macchine utensili, nel qual caso i conflitti sarebbero visibili e circoscritti; dagli schermi spaccia figure, suoni, suggestioni, ipnosi. Col centro-sinistra al governo esisteva un perverso duopolio: benedetto dalle urne, s'è annessa la Rai; e dicano quel che vogliono gli eufemisti ipocriti, siamo al monopolio.
Ora, ogni dialettica democratica richiede minimi d'equilibrio nelle risorse semiotiche dei concorrenti. Nessuna regola praticabile li esige pari, nemmeno nei micro-Stati, normali essendo diseguaglianze legate a patrimonio, fama, carismi individuali, ma oltre date soglie i diseguali non competono più. La partita nasce morta tra William Randolph Hearst, magnate della stampa, e correnti d'opinione inerme. Perciò i sistemi elaborano antidoti. Il più antico risale all'Atene 508-416 a.C., contro i sospetti aspiranti tiranni: ostracismo, da ostraka, il coccio sul quale i votanti scrivono il nome; lo delibera a maggioranza un'assemblea d'almeno 6 mila teste; non è pena ma misura antisettica, un bando decennale; la persona pericolosa sta fuori, conservando intatti patrimonio e dignità. Inter alios, lo subiscono Ipparco, Alcibiade, Aristide, Temistocle: dal tardo V secolo cade in desuetudine; e l'atrofia segnala malattie politiche. L'equivalente moderno è l'esclusione dall'elettorato passivo. Hearst, strapotente nel quarto potere, non era pensabile come presidente degli Stati Uniti, sebbene dall'alluvione grafica uno possa ancora difendersi. Assai meno resistibile l'audiovisiva. B. sfrutta da solo l'etere, bene pubblico par excellence: graziose concessioni dalla consorteria politica anni Ottanta gliene avevano consegnata metà; l'altra se l'è presa iure belli, da conquistatore; né tollera intrusi. Peggio che conflitto d'interessi: svaniscono i presupposti elementari della vita democratica; e il capolavoro votato a Montecitorio non vi spende sillaba.
Finché gli avversari fossero al governo, il duopolio spartiva le risorse (lui e un consorzio). Da quando li ha spodestati, impadronendosi delle reti pubbliche, l'enorme potere concentrato nelle sue mani implica rischi d'"involuzione oligarchica" (rectius autocratica: "l'Etat c'est moi"). Non lo dicono allucinati cultori d'apocalissi: il diagnosta è una testa pensante nella maggioranza al Senato, vice-presidente dello stesso (D. Fisichella, È una legge debole, non risolverà il vero problema, "Corriere della Sera", 26 febbraio); e invita al ripensamento i meno eterodiretti nel cartello delle destre.
L'argomento esala riflessioni tristi. Del padrone in vertiginosa ascesa possiamo dire tutto ma non che abbia dissimulato qualcosa: è un fenomeno naturale; cerca prede, le inghiotte e digerisce. La Fontaine l'aveva dipinto nella satira d'un "Florentin": "il rassemble à ces loups qu'on nourrit, et fait bien;/ car un loup doit toujours garder son caractère". "J'en étais averti": "prenez garde;/ quiconque s'associe avec lui se hasarde"; afferra e divora; ha tre gole, ecc. Hanno governato 5 anni gli attuali oppositori, avendo tutto il tempo d'imporre norme al potere mediatico: dormivano; e se, ipotesi maligna, contavano d'allevarsi una materia d'anatemi con cui sbaragliarlo nella campagna elettorale, la furberia era imperdonabilmente idiota. Salta fuori che dal 1994 l'avessero rassicurato sotto banco: nessuno attentava al suo impero televisivo; se lo sarebbe goduto. Dove la politica sia arte, strateghi simili cambiano mestiere.
Torniamo al problema, enorme. Quanto pesa sul futuro. Chi detiene l'arnese semiotico dominante appare inamovibile, stando alle analogie storiche, finché non commetta follie o irrompano fattori eversivi esterni. Savonarola, incantatore nel Duomo, perde i carismi quando la scomunica gli taglia l'uditorio; non ha più chances; impolitico e anche poco intelligente, insiste fino all'epilogo suicida. Nell'Italia fascista esiste un monopolio dell'informazione, indottrinamento, ipnosi. Che i cervelli lavorino ancora, lo dicono questure, Ovra, Tribunale speciale, ondate d'umorismo sommerso: nessuno piglia sul serio i gerarchi; nemmeno lo charme mussoliniano resiste allo sguardo critico. Ma senza le bestialità 1940 (il resto segue fatalmente), l'assai poco raccomandabile regime durerebbe almeno quanto il fondatore: supponendo abbastanza longevo l'uomo, altri vent'anni, a dire poco; e l'impronta genetica passerebbe al successore. Churchill pensa da inglese, cinicamente, convinto che gl'italiani vi stessero bene, e deplora l'assurda scelta: doveva stare alla finestra, come l'astuto Caudillo, suo allievo spagnolo; sarebbe il benvenuto tra gli alleati, a guerra virtualmente decisa.
Il fascismo, insomma, cade travolto da eventi esterni stupidamente causati.
L'anomalia italiana 2002 lascia inquieti: B. sta fondando una signoria tecnocratica-populistica, sordo alle categorie politiche; e la schernevole disciplina del conflitto d'interessi, sommata all'annessione delle televisioni pubbliche, segna un punto infimo. Con quel potere esercitabile nel vuoto, ridisegna lo Stato sulle sue misure: prospettiva allarmante, perché viene dal capitalismo d'avventura, culturalmente brado; cammina diritto come i sonnambuli; nessuno lo smuoverà dal posto, a meno che nell'estasi d'onnipotenza compia gesti calamitosi (li pagheremmo cari). Non lo vedono i cantori dell'alternanza? Ma che affare sporco se cantano sapendo cosa rischiamo.

Franco Cordero

(Repubblica del 7 marzo 2002)


Dall'immunità al pm inerte

Re lanterna punta diritto l'obiettivo e mani cortigianesche convertono gli ordini in formule più o meno tecniche: pretendeva l'immunità, fuori d'ogni decente visione politica, regola morale, grammatica giuridica, e due Camere servili gliela votano (rimane da stabilire quanto valga); il séguito era chiaro. Cantori pseudoliberal maledicono l'azione penale obbligatoria invocando «carriere separate», ossia un pubblico ministero agli ordini del governo. Idea vecchia, risale agli anni ottanta, quando B. Craxi voleva premunirsi avendo scheletri nell'armadio; se fosse riuscito, forse regnerebbe ancora il Caf, con un signor B. estraneo alla commedia politica e molto meno ricco. Siccome ne parlano anche i poco informati, sferrando tanti più pugni sul tavolo quanto meno sanno, conviene avere sotto gli occhi una breve storia.
Nei secoli cosiddetti bui l'arnese giudiziario è uno solo, qualunque sia la lite: eredità, vendita d'un bue inidoneo all'aratro, percosse, lesioni, omicidio, ecc.; le parti se la risolvono mediante duelli, ordalie, giuramenti (li riabilita l'attuale presidente del Consiglio quando chiama folgori sulla testa dei figli, qualora fosse colpevole). Il processo nasce dalla domanda. L'interessato agisce se vuole. Questo meccanismo implica individui sovrani. L'avvento d'una res publica distingue le materie: nel diritto privato regna l'autonomia; norme penali tutelano interessi indisponibili e qui l'offeso non è attore necessario; la macchina repressiva scatta da sola.
Tra XII e XIII secolo emergono due modelli, insulare e continentale: giurie inglesi d'accusa (ventiquattro teste) aprono dibattimenti culminanti nei verdetti d'un consesso che ne conta dodici, mentre sul continente la metamorfosi inquisitoria dissolve le parti; degli addottorati lavorano ex officio. Il pubblico ministero è neomorfismo francese, utile perché rompe la figura autistica con profitto del giudizio: i procureurs du Roi diventano padroni dell'azione, non avendo poteri istruttori; gli uffici attuali discendono dall'ordinamento napoleonico. Salta agli occhi un particolare italiano: nei codici 1865, 1913, 1930, ha l'obbligo d'agire sebbene «rappresenti il potere esecutivo presso l'autorità giudiziaria», diretto dal ministro; i virtuosi ignorano l'ordine iniquo, correndo dei rischi perché mancano garanzie. In teoria le norme contano più del governo: dal 1914 l'attore pubblico convinto che il processo sia superfluo, non può astenersene tout court, deve chiedere l'assenso del giudice istruttore; e l'azione resta obbligatoria nel codice fascista, dove i mancati processi subiscono un controllo cosiddetto gerarchico. Alfredo Rocco, architetto del regime, aveva scrupoli legalitari. Meno inibiti, i fautori d'una soi-disante «moderna democrazia» sotterrano anche l'idolo verbale.
L'antietica al potere richiede meccanismi penali regolabili dal governo secondo un variabile tornaconto, dove entrano partiti, clan, logge, cosche, confraternite, famiglie, persone: viene comodo nella prospettiva d'un lungo dominio (finché duri l'autocrate, scomparso o affiochito il quale, saranno spettacolo da basso impero le guerre dei diadochi, speriamo senza effusione cruenta), ma è più facile dirlo che riuscirvi; nonostante il decerebramento mediatico, l'Italia non pare pronta agli affari penali disponibili come diritti reali o crediti; qui vale una fisiologica autonomia privata, là corrono false giustizie selettive, con soperchierie, privilegi, licenze, occhi riguardosamente chiusi; amministratori corrotti scavano enormi buchi nei bilanci mangiando denaro pubblico e nessuno li tocca, mentre va sulla graticola l'onesto antipatico ai boiardi. Inoltre la riforma appare complessa: che l'azione sia obbligatoria, non lo dicono solo norme codificate; l'hanno scritto i costituenti (art. 112); e le revisioni costituzionali seguono percorsi laboriosi col rischio d'uno scacco nell'eventuale referendum (art. 138). Osso duro, dunque, senonché i berluscones non sono mai a corto d'espedienti, spesso grossolani, nello stile degl'imbonitori da fiera: li tirano fuori dalla bisaccia presupponendo un pubblico infantile; «ha 11 anni», anzi meno, insegna l'Infallibile; e recitano impassibili, né sa d'autoironia lo sguardo spento. Nel pensatoio forzaitaliota qualcuno, non ricordo chi, fabulava d'un pubblico ministero imbeccato dalla polizia, cieco e monco: ridotto a pura ugola o mano scrivente, non ha cognizioni dirette; opera su quel che raccontano investigatori eventualmente manovrati dal vertice politico; e il governo stabilisce chi perseguire. Ecco quadrato il circolo.
Idea grottesca ma Sua Maestà, la corte e relative platee hanno bocca buona. L'attuale guardasigilli l'ha esumata: i truccatori le stanno intorno; la pettinano e imbellettano; cosmesi lunga, passerà un mese prima che venga alla ribalta. Il colpo geniale corre voce che sia un filtro delle notitiae criminis: pubblico ministero inerte come l'automa al quale manca la corrente; gliela inietta il rapporto poliziesco (parola ignota all'attuale codice, pour cause: vi ha sostituito «denuncia»); e attendibili congetture prospettano un art. 347, c. 1, da cui cada l'inciso «senza ritardo» (così ora bisogna informarlo). Aspettiamo la revenante. Sarà l'ennesimo capitolo nello scibile dei mostri: quante volte ho nominato Ulisse Aldrovandi, raccoglitore d'una casistica spesso fiabesca; le cronache attuali indicano fenomeni corpulenti. Comunque la trucchino, l'estinta resterà tale. Norme simili nascono morte, finché viga l'attuale Carta o il Partito della cosiddetta libertà non infiltri otto fedeli nella Corte competente. Avvertimento inutile: hanno il passo dei sonnambuli sul tetto, ma diversamente dal sonnambulo ogni tanto cadono, vedi l'autore della strepitosamente invalida legge che rendeva inappellabili i proscioglimenti, futuro giudice alla Consulta, pronosticano gl'intenditori, lui e l'ex comunista, presidente della Camera nell'infausta XIII legislatura, ora severo censore del costume togato. Lo dicono solidale con i forzaitalioti sulle redini da stringere al requirente e ha spiegato come lo voglia: seraficamente inattivo finché gli servano un rapporto; non è affare suo cercare notitiae criminis. Sommessamente distinguerei: niente da obiettare quando nobildonne russe sparano all'amante fedifrago (capitava nella Belle Epoque, donde famosi dibattimenti); solo un pubblico ministero mattoide va en quête preventiva d'eventi simili; nelle indagini contro boss mafiosi o politicanti corrotti, invece, grida vendetta l'idea d'una immobilità coatta su ogni ipotesi storica non ancora riferita dalla polizia. Se varca il limite, cosa capita? Buttiamo via i materiali raccolti, farina del diavolo? Varrà la pena discuterne in termini seri. Male studiata, la procedura penale talvolta figlia sgorbi, non ancora a questo livello teratologico. Sub divo Berluscone è prudente l'avverbio.

Franco Cordero

Repubblica del 17 settembre 2008.
fonte: La Repubblica   di: Costantino D'Onorio De Meo


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