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Home » News » Webzine » Diritto e Giustizia » Patto clandestino
lunedì 11 febbraio 2008
Patto clandestino
L'immigrazione: l'accordo segreto italo-libico
letture: 1708
Diritto e Giustizia: Nigrizia, Febbraio 2008

Pattuglie miste controlleranno dal 2008 le coste della Libia per fermare i migranti.
Ma nel protocollo, firmato all'oscuro del parlamento, non si parla delle garanzie sulla sorte delle persone intercettate e detenute in centri, privi di ogni diritto. La partita è anche economica.

Un blitz segreto. Una firma avvenuta all'oscuro del parlamento italiano. Che è rimasto sorpreso dal sorriso esibito da Giuliano Amato, sventolante il protocollo come un trofeo. Il ministro dell'interno è volato a Tripoli, il 29 dicembre, per firmare con le autorità libiche l'accordo, finalizzato alla lotta all'immigrazione irregolare. «Quello concluso oggi è un lungo e riservato negoziato», il commento a caldo di Amato. «Sarà ora possibile contrastare con molto maggiore efficacia questi traffici, salvando vite umane e sgominando le bande criminali che li gestiscono». Una convinzione ferrea che deriva dalla fine di un tabù: per la prima volta, il colonnello Gheddafi accetta il pattugliamento marittimo congiunto davanti alle coste libiche. Ovvero, militari locali e poliziotti italiani, insieme su navi italiane in acque nazionali libiche, controlleranno che nessuna carretta del mare prenda il largo. Sono sei le unità navali, altamente tecnologiche, cedute temporaneamente da Roma. Per la diplomazia italiana - dicono - è la fine di un calvario durato 8 anni. Il primo accordo bilaterale Italia-Libia sull'immigrazione è del 13 dicembre 2000. A ogni firma, qualcuno stappa una bottiglia, convinto di aver preso al guinzaglio Gheddafi. Ma la vita a Tripoli segue un orologio complesso, pieno di stop and go. Di improvvise accelerazioni e di altrettante repentine frenate. Già nel febbraio 2003 il ministro dell'interno Pisanu annuncia in parlamento che, «dopo lunghe e complesse trattative, abbiamo concordato con la Libia iniziative per il controllo congiunto delle frontiere terrestri, per il contrasto in mare e per la lotta al traffico di clandestini». Si stanziano i primi fondi: nel solo 2003, il governo versa più di 5,5 milioni di euro in fondi di cooperazione con Tripoli. Sempre nel 2003, l'Italia finanzia la costruzione di un centro di permanenza temporaneo a Garian, vicino a Tripoli. Con la finanziaria 2004-2005, ci sono i soldi per altri due campi nel sud, a Kufra, al confine con il Sudan, e a Sebha sulla strada per il Niger. Parte, poi, il progetto Across Sahara (valore: un milione e mezzo) per la formazione di pattuglie miste libico-nigerine per il controllo del confine. Accordi e denaro che dovevano rappresentare un freno alla clandestinità. In realtà, le carrette dei disperati continuano a solcare il Mediterraneo. A flussi irregolari, che spesso coincidono con gli umori di Gheddafi, con lo stato di salute degli scambi commerciali tra i due paesi e con l'evoluzione dello storico risarcimento dell'Italia per gli anni "coloniali" in Cirenaica. Il colonnello pretende una "riparazione costosa": un'autostrada, a spese italiane, che attraversi la Libia dal confine occidentale con la Tunisia a quello orientale con l'Egitto. La firma del 29 dicembre disegna, però, scenari più vasti rispetto a una semplice "esternalizzazione" della lotta all'immigrazione. L'Italia sta facendo la fila per guadagnarsi i favori economici del potente vicino. Il petrolio a 100 dollari rende la Libia un Eldorado. L'Eni ha già incassato (rinnovo per altri 25 anni delle concessioni petrolifere). Altri bussano. Banca Intesa è scesa per acquisire l'istituto Al-Wahda. L'Alenia Aeronautica, società di Finmeccanica, ha siglato, a metà gennaio, con il ministero dell'interno libico un contratto di oltre 31 milioni di euro per la fornitura di un velivolo da pattugliamento marittimo. Il colonnello, poi, ha annunciato di aver a disposizione cento miliardi di dollari da investire all'estero e 155 miliardi da destinare a progetti locali di infrastrutture. Il blocco in acque libiche dei clandestini rientra, quindi, in una partita più ampia. Della sorte di questi ultimi poco importa agli italiani. Poco importa il pedigree del dittatore libico, che detiene quasi 60mila migranti, privi di ogni diritto umano fondamentale, in 20 centri di detenzione, e che ha annunciato, il 16 gennaio, di voler deportare tutti gli immigrati illegali presenti sul suo territorio. Roma non sembra per nulla turbata che l'accordo italo-libico (di cui Amesty International chiede la sospensione) sia privo di elementi di controllo e garanzia sulla sorte dei migranti intercettati e rinviati in Libia, nazione che non ha neppure ratificato la convenzione di Ginevra sui rifugiati. L' Italia confida solo nelle "risorse" di Gheddafi.

(Gianni Ballarmi)
Ho voluto portare a conoscenza dei lettori di telefree questo articolo pubblicato su Nigrizia, in quanto tocca diversi aspetti, tutti negativi, della politica estera dell'italia, continuata da un governo di centro sinistra che aveva promesso di risolvere il problema dell'emigrazione.

di: Partito Comunista dei Lavoratori


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