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Home » News » Archivi di TF » Ricordo di Pietro Fedele (I pa...
martedì 02 ottobre 2018
Ricordo di Pietro Fedele (I parte)
di Pier Fausto Palumbo
letture: 2792
Data evento: sabato 21 apr 2007
Pietro Fedele
Pietro Fedele
Archivi di TF: Il testo che segue è preso da un opuscolo ritrovato su una bancarella di un mercatino di un signore che vende cose vecchie per aiutare un canile.
Due piccioni con una fava. Ho dato finalmente una conoscenza meno superficiale all'esistenza del nostro illustre conterraneo e ho contribuito ad aiutare qualche cane poco fortunato.
RICORDO DI PIETRO FEDELE
dalla Nuova Antologia, 1 febbraio 1943-XXI

INSEGNAVANO alla Sapienza sul finire dell'Ottocento, nell'ancor recente facoltà di Lettere, il Monticolo, il Monaci, il Marucchi. Col Monticolo appunto, nel giugno del 1894, si laureò ventunenne Pietro Fedele, giunto a Roma dalla nativa Minturno per compiervi gli studi secon dari iniziati a Gaeta - e universitari. Ma ben più nota e formativa di quella storia moderna, a scuola romana di filologia e d'archeologia. L'una disciplina era col Monaci al suo gran fiorire, sull'altra aveva potentemente in urto l'esempio di un grande romano G. B. de' Rossi. E il giovane Fedele, mentre compiva la sua educazione di storico alla Scuola della Reale Società Romana di Storia Patria, col Balzani che della Scuola era stato proprio allora il fondatore e in compagnia d'un altro studioso, che doveva rimanergli l'amico più caro, Vincenzo Federici (sarebbero nel successivo biennio succeduti loro ancora uno storico ed un paleografo, Pietro Egidi e Luigi Schiaparelli), imprendeva a studiare le carte delle chiese romane, da cui doveva trarre tanta luce per il Medio Evo cittadino e chiesastico.
L'amore, che solo quello per Roma poté far divenire secondo, per la terra nativa lo aveva portato, dagli anni d'università, a occuparsi della vicenda di Gaeta, della storia di quel ducato, in lontani tempi glorioso. Ma quando la sua monografia sul Ducato di Gaeta all'inizio della conquista normanna uscì, ormai Pietro Fedele aveva compiuta la sua preparazione di studioso, che l'aveva tratto a considerare storia cittadina di Roma, storia della Chiesa e storia della Campagna e del Mezzogiorno come i tre elementi inscindibili d'un'attività che ancora per molti anni doveva, su quelle basi, procedere rettilinea e concorde. Non per altro le ricerche su i ducati di Gaeta e di Napoli, sulla topografia del Foro, su aspetti della vita romana nell'XI, nel XII e nel XIV secolo procedono insieme all'edizione dei tabulari e delle carte chiesastiche. Tra il 1899 e il 1904 egli pubblica i cartari dei SS. Cosma e Damiano, di S. Maria Nova, di S. Prassede. L'ampio inizio di un piano grandioso che avrebbe dovuto fare del Fedele l'editore di tutti i cartari romani. Straordinariamente favorevole il tempo, non ostante le difficoltà pratiche a simili imprese: proprio in quegli anni scendeva di Germania, a raccogliere i documenti papali per la sua futura Italia Pontificia, e intanto per le «Nachrichtcn» dell'Accademia di Gottinga, Paolo Fridolino Kehr e il Fedele, come poi lo Schiaparelli, doveva essere tra i collaboratori del grande erudito. Ma già nel 1905, con la nomina all'Università di Torino, il Fedele era costretto a interrompere il disegno a lui caro, di lì ad alcuni anni ripreso, limitatamente a, S. Maria in via Lata, da Ludo Moritz Hartmann. Quando, sul principio del 1915 egli ritornava, succedendo ad Amedeo Crivellluci a Roma, la tranquillità degli studi era ormai perduta, i tempi agitati e il suo fervore d'opere si veniva rivolgendo all'azione pratica, alla vita politica.

Ma l'esperienza raggiunta nello studio condotto sulle carte romane, ed anche sui cartari non editi, gli aveva da tempo consentito di recare contributi originali di ricerche al Medio Evo romano: una storia complessiva di esso - quella che tutti attesero da lui - si disegnava nelle monografie particolari, presto numerose. E' del 1903 lo studio su un giudicato di Cola di Ricnzo, al 1899 rimontano le prime ricerche sulle istituzioni municipali romane (Un consolato nel protocollo di una carta romana dell'anno 1004), al 1903, 1904 1905. I primi studi monografici su chiese (S. Maria in Pallara) e famiglie romane (Le famiglie di Anacleto e Gelasio II; il leopardo e l'agnello di casa Frangipane; di alcune relazioni tra i Conti Tuscolo ed i Principi di Salerno). E sui Frangipane, su altre chiese (come S. Maria in Monasterio), su aspetti anche economici della vita di Roma aveva in seguito recato nuova luce, mentre si veniva chiarendo nella sua indagine la vicenda del Ducato e del Patrimonio, pur tra la sempre maggiore estensione delle ricerche particolari, in ispecie meridionali. L'interesse assai vivo ai problemi filologici ed archeologici, letterari ed artistici, si era già acutamente fatto sentire in lui quando per la prima volta, aveva dovuto distaccarsi, nominato professore nel Ginnasio di Sezze e poi a Napoli, al Liceo, (avrebbe avuto sempre ad onore di venire dalla scuola media, e allo stesso modo avrebbe tenuto alle origini. modeste della sua famiglia), dalle faticate carte romane. Cosi si sarebbe occupato poi dei Magistri aedificiorum Urbis e del romanesco antico, di Giotto e del Cavallini e avrebbe pubblicato interessanti lettere di eruditi. Il prevalere dell'interesse medievale non lo rendeva peraltro alieno dall'occuparsi di storia più recente: come della battaglia di Lepanto o della pace del 1486; mentre la molteplicità, in lui vivace, di intendimenti di studio gli faceva, tra l'altro, indagare l'attività diplomatica di un ministro di Federico II, Tommaso da Gaeta.

Tra il 1910 ed il 1912 apparivano nell'«Archivio» della Società Romana di Storia Patria, cui con fedeltà ininterrotta (l'ultimo suo scritto, su Giullo Navone, vi è appena comparso) egli ha dato la più gran parte dei suoi studi, quelle Ricerche per la storia di Roma e del Papato nel secolo X e quelle altre su la renovatio Senatus », che costituirono come un punto d'arrivo, d'insuperato affinamento d'analisi, di ricostruzione lucida e sicura, nella sua attività di storico di Roma. Le ricerche sul Ducato e sul Patrimonio, protratte pur successivamente, venivano affiancate dalle indagini sulla continuità delle istituzioni romane: a questa continuità, anche in anni più vicini, egli avrebbe dato ulteriore rilievo, in quel suo sforzo incessante di chiarire l'eredità romana nella nostra storia e il palesarsi, attraverso quella eredità, dei problemi della nazione.

Venivano frattanto gli anni della crisi europea e della guerra. Il 5 marzo 1915 Pietro Fedele assumeva la cattedra romana con una prolusione su «La coscienza della nazionalità in Italia nel Medio Evo». Non era un tema d'occasione, ma, dopo l'ultimo corso torinese dedicato al problemi contemporanei italiani in rapporto a quelli europei, rappresentava l'ormai a lui chiara ineluttabilità d'una nostra guerra e segnava come il punto di congiunzione degli ideali antichi ai nuovi, apparsi nella vigilia della patria. E dell'intervento egli fu, in quei mesi, assertore tenace: le ragioni le avrebbe esposte in quel suo limpido libro "Perchè siamo entrati in guerra".

Era per lui l'esordio della vita politica. Se la sua attività didattica prosegue incessante e, con ritmo più lento, anche l'operosità scientifica il nuovo orientamento si fa nella sua vita presto assorbente. Deputato nel 1924 nella lista nazionale, fu ministro della Pubblica Istruzione dal 6 gennaio 1925 al 9 luglio 1928. Furono tre anni e mezzo di attività instancabile a vantaggio della cultura e della scuola: una ricca serie di iniziative personali, in cui l'uomo di governo e lo studioso s'accordano, accompagna il lavoro, gravoso, d'amministrazione. Dalla ripresa degli scavi di Ercolano al recupero delle navi di Nemi, dalla Collezione nazionale dei Classici latini e greci al ritorno della Croce al Colosseo, dalla istituzione della Reale Accademia d'Italia al sorgere dell'Istituto di Studi Romani, egli ha lasciato il segno forte della sua personalità in molte fra le più significative istituzioni del nostro tempo, recando inoltre un impulso decisivo alla tutela delle opere d'arte, del nostro patrimonio bibliografico e delle bellezze naturali; e ciò mentre maturavano i patti del Laterano, che un suo memorabile discorso assisiate del 4 ottobre 1926 auspicò e preannuncio.

Lasciato il ministero, dette, servitore devoto dello Stato, l'opera sua, con zelo infaticabile, là dove fu chiamato a esercitarla: al Senato, all'Accademia dei Lincei, al Poligrafico, alla Consulta Araldica, agli Archivi. Ministro di Stato dal 1934, aveva recato nella presidenza dell'Istituto Storico Italiano, del Comitato Nazionale di Scienze Storiche e poi della Società Romana di Storia Patria le sue migliori doti di alacre, intelligente organizzatore della cultura. Presso l'Istituto, che ne vide il quotidiano, serale, lavoro, aveva raccolto la sola biblioteca di studi medievali che l'Italia abbia e aveva creato una Scuola Storica Nazionale, mentre dava nuova vita alla monumentale collana delle « Fonti per la Storia d'Italia » ed a quella dei «Regesta Chartarum» e assumeva, dopo il Carducci e il Fiorini, la direzione della ristampa dei «Rerum Italicarum Scriptores». Sarebbe arduo enumerare quante e quali iniziative anche non sue furono a lui dovute: dalla pubblicazione dell'archivio di casa Caetani, curato dall'amico suo don Gelasio, a quella dei Regesti di bandi e di editti di Roma e dello Stato Pontificio, dal Dizionario Enciclopedico alla Storia d'Italia illustrata del Mondadori, cui premise una introduzione agile e viva.

Avanti e dopo il periodo di governo, segno del prevalere in lui di uno spirito ben più alto di quello necessario al burocratizzarsi dell'uomo politico (che non fu, che non volle mai essere), il fervore dello studioso e del maestro si accentra sul Trecento; e al «primo secolo della storia moderna» dedica scritti di grande interesse, in cui Dante, Bonifacio VIII e Cola di Rienzo hanno il maggiore risalto, con i loro ideali, la loro vicenda, episodi e sviluppi, in pagine e in corsi non dimenticabili.

Storico del Medio Evo, egli è stato il rinnovatore vigoroso e acutissimo della storiografia d'interesse romano; uomo di governo e d'iniziativa, gli si deve tutta l'organizzazione degli studi storici in Italia, e, in gran parte, il rinnovato culto della classicità e di Roma. La sua morte impone di raccogliersi intorno alle istituzioni che furono sue, di assicurarne la vitalità.


***
Pubblicato su TeleFree.it il 21 aprile 2007
***

postato da: Kalckreuth  


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