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Home » News » Webzine » Narrativa e Poesia » MARTA & IO
giovedì 16 aprile 2020
MARTA & IO
La stessa drammatica storia
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Marta & io
Marta & io
Narrativa e Poesia: Lettera di un nonno ad una bimba già nata e ad un bimbo che sta(va) per nascere

Lettera ad una bimba già nata da tempo e ad un bimbo anch'esso venuto alla luce.

Capitolo I
«Stanotte ho saputo che c'eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d'un tratto, in quel buio, s'è acceso un lampo di certezza: sì, c'eri. Esistevi. Ė stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata. Mi si è fermato il cuore. E quando ha ripreso a battere con tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante.
Ora eccomi qui, chiusa a chiave dentro una paura che mi bagna il volto, i capelli, i pensieri.
E in essa mi perdo. Cerca di capire: non è paura degli altri. Io non mi curo degli altri. Non è paura di Dio. Io non credo in Dio. Non è paura del dolore. Io non temo il dolore.
E' paura di te, del caso che ti ha strappato al nulla, per agganciarti al mio ventre. Non sono mai stata pronta ad accoglierti, anche se ti ho molto aspettato. Mi sono sempre posta l'atroce domanda: e se nascere non ti piacesse? E se un giorno tu me lo rimproverassi gridando "Chi ti ha chiesto di mettermi al mondo, perché mi ci hai messo, perché?".
La vita è una tale fatica, bambino. Ė una guerra che si ripete ogni giorno, e i suoi momenti di gioia sono parentesi brevi che si pagano un prezzo crudele.
Come faccio a sapere che non sarebbe giusto buttarti via, come faccio ad intuire che non vuoi essere restituito al silenzio? Non puoi mica parlarmi. La tua goccia di vita è soltanto un nodo di cellule appena iniziate. Forse non è nemmeno vita ma possibilità di vita. Eppure darei tanto perché tu potessi aiutarmi con un cenno, un indizio. ... Io te lo ripeto non temo il dolore. Esso nasce con noi, cresce con noi, ad esso ci si abitua come al fatto di avere due braccia e due gambe. Io, in fondo, non temo neanche di morire: perché se uno muore vuol dire che è nato che è uscito dal niente. Io temo il niente, il non esserci, il dover dire di non esserci stato, sia pure per caso, sia pure per sbaglio, sia pure per l'altrui distrazione.
Molte donne si chiedono: mettere al mondo un figlio, perché? Perché abbia fame, abbia freddo, perché venga tradito ed offeso, perché muoia ammazzato dalla guerra o da una malattia? E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentare di cancellare le malattie e la guerra. Forse hanno ragione loro. Ma il niente è da preferirsi al soffrire? Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi concludo che soffrire sia da preferirsi al niente. E se allargo questo alla vita, al dilemma nascere o non nascere o non nascere, finisco con l'esclamare che nascere è meglio di non nascere. Tuttavia è lecito imporre tale ragionamento anche a te? Non è come metterti al mondo per me stessa e basta? Non mi interessa metterti al mondo per me stessa e basta. Tanto più che non ho affatto bisogno di te. Poi mi ha scoperto il ventre, ha notato che in realtà sembrava più piatto di prima. Mi ha palpato i seni, ha osservato che in realtà sembravano meno turgidi di prima. Si è infilato il guanto di gomma, ti ha cercato. E la sua fronte s'è corrugata, i suoi occhi si sono rabbuiati mentre diceva: "L'utero ha perso tono. Si presenta avvizzito. Ė lecito sospettare che il bambino non cresca bene, che non cresca più. Dovremmo fare un esame biologico, aspettare ancora qualche giorno." Poi si è sfilata il guanto, lo ha buttato via. Si è appoggiata con entrambe le mani al lettuccio. Mi ha fissato con mestizia: "tanto vale che glielo dica subito. Ha ragione lei. Non cresce più. Almeno da due settimane e forse da tre. Si faccia coraggio, è finita. Ė morto. ... ». Da "Lettera a un bambino mai nato" di Oriana Fallaci.
Vedi carissima Oriana, tu che ti professasti sempre atea, credo che invece tu ora abbia, da lassù, la possibilità di sentirmi e di leggermi e colgo al volo l'occasione per confessarti che quando pubblicasti questo tuo libro, ed io lo comprai e lo divorai letteralmente in qualche ora, mia moglie portava nel suo grembo la nostra primogenita. Divorai questo tuo libro disperato e per qualche tempo i tuoi dubbi diventarono i miei. Non li esternai, ovviamente, ma me li tenni dentro e lasciai che per un tempo lungo una vita mi crescessero all'interno come un cancro che si alimentava del mio sangue e delle mie insicurezze. E più si avvicinava il momento del parto - noi siamo stati fortunati ed alla prima figlia ha fatto seguito la nascita di una meravigliosa secondogenita - e più mi chiedevo che senso avesse mettere al mondo una nuova vita per "regalarle" tutto quello che avevi sì egregiamente sottolineato con l'aggravante di costringerla, verosimilmente, a vivere in un piccolo paese che allora già dava segnali allarmanti di degrado ed offriva già scarse possibilità di lavoro soprattutto a chi non seguiva, allineato e coperto, i dettami dei signorotti locali. Poi venne al mondo un frugoletto dalla pelle ambrata, dai capelli nerissimi e dagli occhi brillanti come un diamante di color marrone scuro, e tutti i dubbi si volatizzarono in una frazione di secondo. Oltretutto, ad esaudire i nostri desiderata, nacque una femminuccia che ci eravamo sempre detti, io e mia moglie, più piacevole da gestire e curare.

di: Michele Ciorra


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