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Home » News » Latina » Minturno » MARTA & IO La stessa drammati...
martedì 20 giugno 2017
MARTA & IO La stessa drammatica storia
Lettera di un nonno ad una bimba già nata e ad un bimbo che sta(va) per nascere. Lettera ad una bimba già nata da tempo e ad un bimbo anch'esso venuto alla luce.
letture: 872
Marta & Io
Marta & Io
Minturno: La sua presenza - "Papà" disse a suo tempo mia figlia "non ho alcuna intenzione di allontanarmi dal mio paese natale perché se è pur vero che voglio realizzarmi come ingegnere edile ed architetto desidero, soprattutto, diventare mamma" - ha, ovviamente, riempito e riempie più di una casa: l'una quella che per noi nonni è ormai troppo grande, l'altra quella dei suoi genitori ed infine quelle di tua nonna materna e di tua zia Lucia cui non mancano, rispettivamente, nipoti e prole. Anzi.
Capitolo II
Ed eccoci direttamente a noi piccola. Correvano i primi giorni di dicembre dell'anno di grazia 2009 quando tua madre e tuo padre invitarono me, tua nonna e quella che chiami, affettuosamente, zia Lalla a pranzo dalla tua nonna paterna.
Ci invitarono e ci tennero a precisare che avrebbero partecipato all'inatteso convito anche quelli che sono i tuoi zii sempre per parte di padre. Qualcosa bolliva in pentola, non era difficile intuirlo, ed io, per una volta ottimista, osai sperare che il tuo futuro padre dovesse farci partecipi di aver centrato almeno un cinque più uno al Superenalotto e, più razionalmente, che tua madre avesse deciso di abbandonare questi luoghi per dare sfogo, professionalmente, alla sua intelligenza ed alla sue più che evidenti capacità.
E sì che suo marito, tuo padre, l'aveva più volte sollecitata a farlo ché non aveva alcuna remora nel lasciarla "volare". Era quest'ultima la lieta novella, per orgoglio di genitore, di cui mi auguravo di essere messo al corrente.
Non darmi dell'egoista ma mi sembrava troppo presto per sperare in un nipotino o nipotina che fosse.
La madre di tuo padre, bambina mia, dette il meglio di sé nella preparazione delle varie portate - ricordo in particolar modo dei piccoli maccheroni, gli scialatielli, fatti a mano e cotti in un brodo di vecchia gallina, da far resuscitare i morti - che divorammo, quasi non mangiassimo da anni, mentre i tuoi genitori si scambiavano affettuosità e complici sorrisi.
Mentre si mangiava nessuno accennò, neppure minimamente, al vero motivo di quell'incontro intorno ad una tavola così riccamente imbandita.
Si ciacolava. e per lo più dalle nostre bocche uscivano parole scontate e di circostanza. Mandavamo giù il caffè quando tuo padre e tua madre si alzarono in piedi ed all'unisono, sorridendo a sessantaquattro denti, ci resero partecipi della loro felicità. Ti aspettavano.
Io penso, piccola mia, che fin da subito si augurassero che tu fossi un maschietto ed il motivo quando sarai più grande, e se leggerai queste pagine, lo capirai e li giustificherai.
Non disdegnarono, ovviamente e come fan tutti, di sottolineare che il sesso del nascituro non aveva alcuna importanza e che quel che interessava era che esso, cucciolo o cucciola, fosse sano e bello ed intelligente.
La lieta novella, ovviamente, non lasciò indifferenti nessuno dei presenti. Qualcuno, credo tua zia Lucia, addirittura applaudì. Tuo padre mi si avvicinò ed io contento ed imbarazzatissimo reagii con un gesto inusuale: senza neppure alzarmi dalla sedia gli baciai una mano. Un segno di ringraziamento per aver contribuito alla tua "creazione", uno strano modo per sottomettermi a chi mi aveva portato via una grossa fetta dell'amore di tua madre, la gioia infinita di sentirmi di nuovo "padre" anch'io. Di certo un misto di tutto ciò. Poi raggiunsi tua madre e la baciai con trasporto mentre la mia mano destra scivolava sul suo ventre nella speranza che quel piccolo uovo fecondato, che si era aggrappato da poco all'interno del suo utero, desse un segno tangibile di vita.
La felicità ci contagiò tutti in un nanosecondo. Solo la nipotina acquisita di colei che ti stava per dare la vita, Giulia, e che nutriva e nutre un affetto straordinario per la sua zia "Tatata" - "Patata" nel suo lessico allora ancora incerto - si ammutolì e quasi si allontanò da tua madre quando le spiegarono che stava per nascere una nuova vita. Lei, Giulia, fino a quel momento reginetta incontrastata di un piccolo regno nient'affatto immaginario, di certo aveva iniziato a temere che avrebbe dovuto dividere con te, luce dei miei occhi, il suo scettro.
Ci abbandonammo ad un brindisi con un ottimo spumante e fantasticammo di te, bambina, fino a sera inoltrata. Poi a casa, mentre tua nonna si stravaccò sul divano per sorbire la solita dose di schermo al plasma, io mi abbandonai alle braccia di Morfeo. Non per stanchezza ma per la voglia di vederti nascere e crescere nei miei sogni.
E tu mi facesti visita.
Avevi le sembianze di un angioletto asessuato ed eri divorata dalla curiosità di conoscere questo mondo nel quale ti eri affacciata quasi con prepotenza, giustificata dalla consapevolezza di essere stata desiderata e voluta da tutto un coacervo di adulti che facevano di te il centro assoluto del loro mondo. Così, mentre notte dopo notte, crescevi nelle mie inconsapevoli fantasie notturne il tuo embrione si sviluppava nel ventre di tua madre per poi trasformarsi in feto e successivamente in quella magnifica creatura che sarebbe saltata fuori al termine di un travaglio lungo e doloroso.
La tua crescita nell'utero materno non ci risparmiò dolori e fondate preoccupazioni ché, come rivelò da subito la prima ecografia, un piccolo mostro un mioma - cancro benigno spesso asintomatico e presente nell'utero delle giovani donne al di sopra dei trent'anni - si sviluppava ed aumentava di volume contemporaneamente al formarsi del tuo corpicino. Il ginecologo fu molto esplicito e senza mezzi termini ci mise al corrente del fatto che quell'essere indesiderato e mai abbastanza detestato avrebbe potuto mettere a repentaglio la tua integrità fisica ponendo, così, la tua genitrice davanti ad una scelta dolorosa. Quale?
Come non volevo parlarne allora così ora non oso scriverlo. Grazie a Dio fosti tu stessa a risolvere - inconsapevolmente ed istintivamente, forse - il problema. Ti tenesti lontana da "lui" ed impedisti che si alimentasse a tuo danno. Venisti su forte e sana e per lungo tempo, quasi a prenderci per i fondelli o forse già infastidita perché si tentava di violare il tuo privato, mostravi le terga alla sonda dell'ecografo per non rivelare il tuo sesso. Lo scoprimmo quando stavi quasi per nascere.
Saltasti fuori in un'afosa giornata di agosto del 2008 e tuo padre per farsi udire da tutti noi - me, le tue nonne, le tue zie e qualche amico di famiglia - che attendevamo al di qua della porta a vetri che ci separava dal reparto di neonatologia urlò letteralmente "è nata 'na vaccarella!". In perfetto slang scaurese ed alludendo alle tue dimensioni non certo al di sotto della media. Fossi stata un maschio avrebbe esclamato è "nato Giovanni!". E ne avrebbe avuto tutto il diritto.
Dopo una lunga ma dovuta attesa fummo ammessi al tuo cospetto. Eri distesa in una minuscola culla, nel nido, a stretto contatto con un piccolo, anche di dimensioni, maschietto ed a cui mollavi, certo senza cognizioni di causa, robusti fendenti. E sembravi il cucciolo di un extraterrestre. Lunga e grossa quale eri avevi una testa proporzionata al tuo fisico ma per venir fuori attraverso la vagina di tua madre il capoccione si era dovuto adattare, modificandosi temporaneamente ed assumendo una forma allungata quale quella legata all'iconografia classica di un piccolo essere di altri mondi.
Tutti lo notammo, tutti ci ponemmo la stessa domanda ma nessuno osò esplicitarla chiaramente. E se il "difetto" non si fosse corretto nel tempo a venire? Più o meno indirettamente si ricorse alla cultura specifica, in materia, della mia secondogenita Francesca, allora studentessa in medicina ed a qualche giorno dalla discussione della tesi di laurea. Francesca comprese perfettamente dove volevamo andare a parare e si dilungò in una lunga dotta spiegazione delle cause del necessario evento in un parto naturale e viste le proporzioni della neonata.
Sai, bambina mia, tirai un sospiro di sollievo ed allora iniziai a vederti, veramente, per quello che oggi sei a distanza di tre anni. Uno splendore fatto di bellezza, simpatia, carattere da leader e viva intelligenza. A volte, lo confesso, proprio la tua intelligenza mi spaventa e sì che sono da tempo abituato a quelle di tua madre e di tua zia Francesca. E tuo padre neppure scherza. Sarà pure un carattere schivo ed un po' musone ma ho notato che tu già lo stai sciogliendo, lo stai plasmando al tuo essere estremamente estroversa. Sarà il tuo viso di gomma ricco di espressioni impensabili in un frugoletto della tua età ma il risultato è chiaramente manifesto. Sei una bambina fortemente amata, mia piccola Principessa (è il soprannome che ti ha dato tua zia Lucia), e ciò è dimostrato dall'affetto che ti circonda da parte di tutti noi: genitori, nonni, zii, cuginetti e piccoli amici che ti sei cercata, ed hai voluto, nell'ambito delle nostre conoscenze.
(segue)

di: Michele Ciorra


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