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Home » News » Webzine » Critica il Papa e non collabor...
sabato 18 marzo 2017
Critica il Papa e non collabora più con la Cei
letture: 742
Il giornalista Danilo Quinto
Il giornalista Danilo Quinto
Webzine: Non puoi permetterti di criticarlo che rischi di perdere il posto. Non puoi sottrarti al coro unanime di elogio, soprattutto esterno al mondo cattolico, che rischi di essere considerato impresentabile e poco gradito alle gerarchie vaticane.
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Così il giornalista Danilo Quinto si è visto interrompere la sua collaborazione con l'agenzia SIR - organo di stampa sostenuto direttamente dalla Cei - per aver mosso rilievi sul messaggio e l'operato di Papa Francesco. «Prendo atto della posizione sul Papa che è in netta opposizione a quella del SIR. Ti comunico che, essendo venuto meno il rapporto fiduciario con il direttore, si ritiene conclusa la tua collaborazione con l'Agenzia SIR», questo lo sbrigativo testo dell'sms con il quale il direttore dell'agenzia stampa cattolica ha comunicato la fine della collaborazione al giornalista.


Quinto aveva più volte espresso perplessità e critiche sull'azione e le parole di Bergoglio, nei suoi vari aspetti. Da un punto di vista dottrinale, aveva preso le distanze dalla "teologia della misericordia", così come espressa da Francesco: «La misericordia ha senso se ha a che fare con la Verità», sottolineava Quinto in un articolo, riprendendo le parole di mons. Stanisław Gądecki. «La ricompensa sarà la misericordia, solo se ci pentiremo dei nostri peccati prima di morire» e non «sarà data a tutti, come dice il Papa». Nel libro Ancilla hominis. La Chiesa è il corpo mistico dell'uomo? (Radio Spada, pp. 256, euro 20,90) - già provocatorio nella copertina, in cui un Francesco sorridente fa il gesto del pollice all'insù davanti allo sfondo di un arcobaleno, simbolo della retorica insieme pacifista e Lgbt - Quinto aveva avuto modo di rafforzare questa idea, criticando la deformazione bergogliana del concetto di giustizia celeste in un principio umanitario di giustizia terrena, che trova la sua espressione nella lotta contro ogni forma di oppressione sociale, nell'attenzione ai poveri (intesi in senso strettamente materiale, a differenza del Vangelo) e in una pericolosa vicinanza a tesi proprie della Teologia della Liberazione, così come palesato anche dalla recente enciclica di Francesco Laudato si'. «Quale Papa ha mai usato la parola lotta?», tuona Quinto. «Gesù Cristo ha proposto una lotta contro le ingiustizie del mondo o ha predicato la conversione delle anime dal peccato?».


Quanto all'atteggiamento pastorale di Bergoglio, il giornalista non aveva risparmiato frecciate alle sue aperture sincretiche, tipiche di chi depotenzia l'unicità della verità cristiana a vantaggio di uno scambio con altre religioni. «Quando settemila bambini ascoltano dalle parole del Pontefice che tutte le religioni sono uguali, perché il loro fondamento è l'amore, si consuma all'interno della sede di Pietro un atto di gravità inaudita», scriveva Quinto, «perché volgere il solo sguardo a qualsiasi religione diversa dal Cristianesimo, significa tradire il Signore».


Non meno docile era stato il tono di Quinto sulle strategie comunicative adottate da Bergoglio, caratterizzate da telefonate cordiali, e perciò tanto più discutibili, con esponenti del mondo laicista, spesso strenui avversari del messaggio cristiano: da Eugenio Scalfari a Marco Pannella fino ad Emma Bonino. «Colui che per mandato divino dovrebbe difendere la vita interloquisce piacevolmente con una delle massime espressioni dell'ideologia anti-umana del nostro Paese», notava Quinto a proposito della recente chiamata di Francesco alla Bonino. «Bergoglio tradisce la sua missione, che non è quella di dialogare con chicchessia. È quella di annunciare il Vangelo, di predicare e di convertire».


Va notato che il giornalista aveva espresso queste considerazioni nel libro sopra citato e sul sito di Radio Spada, ossia in sedi esterne a quella dell'agenzia SIR, per la quale lavorava e su cui peraltro firmava con uno pseudonimo: nessuna incompatibilità diretta, dunque, tra il proprio ruolo di collaboratore dell'agenzia di stampa cattolica e la propria libertà (sacrosanta) di esprimere opinioni. Una storia che ricorda molto da vicino la sorte subita dai due giornalisti, il compianto Mario Palmaro (scomparso l'8 marzo dello scorso anno) e Alessandro Gnocchi, "epurati" da Radio Maria, dove curavano una rubrica mensile, per aver criticato l'operato del Papa in un articolo su Il Foglio, dal titolo «Questo Papa non ci piace» (poi diventato anche il nome di un libro scritto a quattro mani). Allora, a svolgere il ruolo di "tagliatore di teste", era stato il direttore della radio, Padre Livio Fanzaga, convinto che «non si possa essere conduttori di Radio Maria e, contemporaneamente, esprimere critiche sul Papa», come avevano riferito i due giornalisti.


Ma la vicenda di Quinto riannoda, in un certo senso, il nastro stesso della sua vita. Già in passato il giornalista, allora tesoriere del Partito Radicale, aveva vissuto sulla propria pelle la difficoltà di conciliare la propria professione alle dipendenze di un'autorità - che allora era quella molto laica di Marco Pannella, da lui considerato "la personificazione di Satana"(1) - con le proprie convinzioni intime (in quel momento Quinto stava vivendo la conversione al cattolicesimo). Allora il giornalista aveva deciso di dimettersi dall'incarico al servizio dei Radicali, subendo però presto le conseguenze per quel gesto considerato come "tradimento". Pannella lo aveva accusato di essere «un impostore dedito ad attività truffaldina», "reo" di aver sottratto e utilizzato a scopi personali fondi del partito, e aveva portato la vicenda in tribunale.


Dove, secondo il giornalista, è già riuscito Pannella (provando a distruggergli la vita e la carriera), ci stanno riuscendo adesso anche i vertici vaticani, dato che adesso Quinto - persa la collaborazione con il SIR, «mia unica fonte di reddito», come fa notare - si ritrova in serie difficoltà per garantire la sopravvivenza a sé e alla propria famiglia (sul sito di Radio Spada è intanto partita una sottoscrizione per aiutare il giornalista). E meno male, viene da dire, che Francesco è il Papa della misericordia...


[l'intraprendente]
(articolo del 2015)

----

(1)

"COSI' IL LUCIFERINO PANNELLA E' RIUSCITO A RUBARMI LA VITA "


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Danilo Quinto si converte e subito viene trasformato in impostore: "Ho portato 45 milioni di euro in 10 anni: vi racconto come li sperperava"


Il re è nudo. Nudo come quella volta che ricevette un attonito Gaetano Quagliariello, facendosi trovare in ammollo nella vasca da bagno a piagnucolare: «Vorresti dimetterti proprio ora e lasciarmi così? Non ti rendi conto del dolore che mi dai?», e l'attuale senatore del Pdl non riuscì a dire nulla, «capii solo che dovevo sottrarmi e scappare», avrebbe confessato anni dopo. È devastante il ritratto di Marco Pannella che esce dalle 208 pagine del libro Da servo di Pannella a figlio libero di Dio, scritto da Danilo Quinto, per dieci anni tesoriere del Partito radicale, edito da Fede & Cultura e dedicato alla «più formidabile macchina mangiasoldi della partitocrazia italiana», così il sottotitolo, «una famiglia allargata dove tutto ciò che era privato diveniva anche pubblico, dove ci si accoppiava e ci si cornificava fra di noi, dove il massimo della gratificazione era salutare Pannella baciandolo sulle labbra quando si presentava alle riunioni mano nella mano con l'ultimo dei suoi fidanzati ventenni e lo imponeva come futuro dirigente o parlamentare».


Anche Quinto a un certo punto della propria vita ha capito che doveva svincolarsi dall'abbraccio soffocante del suo attempato pigmalione e fuggire. Alla fine c'è riuscito. Ma a che prezzo: «Tre gradi di giudizio nel tempo record di quattro anni, con una sentenza della Cassazione che, pur riducendomi la pena di oltre la metà e concedendomi il beneficio della non menzione, mi condanna a 10 mesi per appropriazione indebita, consentendo a Pannella di darmi pubblicamente dell'impostore, dell'estorsore e del millantatore. Peggio di Luigi Lusi, insomma».


Il leader radicale dimentica di aggiungere che dev'essere anche un vero cretino, questo Quinto, che dal 1995 al 2005 ha procurato al partito finanziamenti per ben 45 milioni di euro, ne ha maneggiati 19.651.357 di entrate e 20.976.086 di uscite, eppure si sarebbe degnato di mettersi in tasca solo un misero 0,32% di questo fiume di denaro, cioè 206.089,23 euro, «spese effettuate con la carta di credito, facenti parte del mio stipendio, sulle quali ho persino pagato le tasse, tutte regolarmente contabilizzate, oggetto di ricevute e dichiarate nei bilanci approvati dai vari congressi», ma sulle quali la magistratura in primo grado ha evitato di ordinare una perizia nonostante l'imputato non si rifugiasse nella prescrizione, e sarebbe arrivato a sgraffignare l'astronomica somma di 2.151,77 euro nell'ultimo anno in cui era in carica, e oggi è costretto a vivere della sua povertà: «Non possiedo una casa e neppure un'auto, non ho un conto corrente, sono indebitato fino al collo, ho dovuto abbandonare Roma e rifugiarmi nella natia Bari, mantengo la famiglia con un contratto a progetto da 1.200 euro al mese che scadrà il 31 dicembre, non avrò mai diritto alla pensione».


Peccato che Pannella si sia accorto solo dopo vent'anni che il suo collaboratore di fiducia era «un impostore dedito ad attività truffaldina», nonostante la conclamata bravura nel reperire tutti i mesi i soldi per pagare gli stipendi ai 150 dipendenti del Partito radicale. Una resipiscenza sopraggiunta peraltro solo il giorno in cui Quinto ha avviato una causa per vedersi riconosciuto dai giudici il dovuto, e cioè 6 milioni di euro, poi ridotti a 2: «Vent'anni di lavoro occasionale per 13-14 ore al giorno, senza contratto, senza contributi versati all'Inps, senza ferie, con presenza in sede anche il sabato, la domenica, a Natale, a Capodanno, a Pasqua. Aggiunga il mancato riconoscimento del rapporto subordinato, il mancato adeguamento dello stipendio al ruolo dirigenziale e la mancata corresponsione del Tfr». La causa è pendente davanti alla Corte d'appello di Roma.


Quinto, 56 anni, giornalista, un esame mancante alla laurea in giurisprudenza, s'è persuaso che il re nudo sia la personificazione di Satana e assicura d'averne avuto una controprova il giorno in cui, dimessosi dall'incarico di tesoriere, andò a ritirare le sue poche cose nella storica sede romana dei radicali, in via di Torre Argentina, dove ha lavorato, ma sarebbe più esatto dire vissuto, dal 1987: «Mi ero fatto accompagnare da padre Francesco Rivera, un esorcista. All'uscita mi disse: Sai, Danilo, ho avvertito molto forte la presenza del diavolo in quelle stanze. Ringrazia Dio che ti ha salvato».


La salvezza s'è presentata a Quinto con le sembianze di Lydia Tamburrino, un soprano originaria di Cassino cresciuta alla scuola di Franco Corelli, Placido Domingo e Montserrat Caballé, una credente dalla fede adamantina che l'allora tesoriere del Pr conobbe in una villa sull'Appia Antica, a una proiezione privata del film Diario di Matilde Manzoni di Lino Capolicchio, regista col quale la cantante lirica aveva esordito a Lucca in Bohème. «Fu un colpo di fulmine. Quando annunciai a Pannella che stavo per sposarmi, ammutolì. Come osavo? Non avevo chiesto il suo permesso! È una che conosciamo?, borbottò. Alla mia risposta, commentò con tono di scherno: Ah, allora potrà fare degli spettacoli per noi. Da quel despota che è, già considerava anche Lydia di sua proprietà. Non credo proprio, lo raffreddai. Lì cominciò la guerra per annientarmi».


Profumo d'incenso e odore di zolfo, si sa, non vanno d'accordo. Forse Pannella aveva fiutato il pericolo che quella donna incarnava. Infatti sarebbe stata lei a convincere il marito che non doveva più lavorare per il Partito radicale, a farlo riaccostare alla confessione dopo 30 anni, a riportarlo a messa tutte le domeniche. «Al nostro matrimonio religioso non venne nessuno degli amici con i quali avevo condiviso un ventennio di vita, a parte l'ex segretario Sergio Stanzani, che si presentò all'aperitivo e solo per un quarto d'ora».


Avrà temuto le ire del capo.


«Sergio era succube di Pannella. Quando nel 1995 fu deciso che gli esponenti radicali dovevano denudarsi pubblicamente al teatro Flaiano di Roma, era terrorizzato: Se non lo faccio, Marco non mi candiderà alle prossime elezioni. Gli consigliai di andarsene in vacanza per evitare il ricatto. Ma il richiamo manipolativo del capo era troppo forte. Che tristezza vedere un uomo di 72 anni nudo in palcoscenico contro la sua volontà, con le mani sul pene, rannicchiato dietro un albero stilizzato. Se ci pensa bene, il corpo è al centro di tutta l'ideologia pannelliana, che vuole decidere come disporne e decretarne la morte, come garantirne la trasformazione nel corso della vita per assecondare le più disparate identità sessuali, come abusarne con sostanze che lo devastano. In una parola, non rispettarlo, consumarlo».


I digiuni estremi bene non fanno.


«Estremi ma furbi. Il suo medico di fiducia mi svelò che quando Pannella decise di bere la propria urina davanti alle telecamere del Tg2, la sera prima la fece bollire e conservare in frigo per attenuarne il sapore».


In compenso nel 2002 persino il presidente della Repubblica si preoccupò delle condizioni di salute del guru e chiamò in diretta Buona domenica per indurlo a sospendere lo sciopero della sete.


«Povero Carlo Azeglio Ciampi! Conservo il nastro di una riunione di partito - c'era questa mania di far registrare tutto, degna del Kgb - in cui Pannella gli dà della testa di cazzo. Un déjà vu. Marco è stato il grande elettore di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale, salvo definirlo don Rodrigo, eversore e fuorilegge quattro anni dopo, invitandolo a fare un passo indietro, fino al limite della galera».


Se è per quello, costrinse con accuse false il povero Giovanni Leone alle dimissioni e poi andò a chiedergli scusa poco prima che morisse.


«Ora coccola Giorgio Napolitano e ne loda la davvero straordinaria, quotidiana, pubblica, sapiente opera e fatica. Però negli ultimi giorni ha cambiato musica. Siccome, stando a Italia Oggi, il mio libro avrebbe stoppato la campagna per la sua nomina a senatore a vita, si lamenta a Radio Radicale perché il capo dello Stato non è un liberale, è un ex comunista di cultura togliattiana. Lui fa sempre così: quando vuole ottenere qualcosa, minaccia».


Pannella è iscritto alla massoneria?


«Non penso. Però mantiene con essa rapporti strettissimi. Del resto Giorgio Gaber nel monologo L'abitudine diceva: Io, se fossi Licio Gelli, mi presenterei nelle liste del Partito Radicale. Il capo della P2 fu sul punto d'essere candidato dal Pr come una qualsiasi Cicciolina. A questo scopo suo figlio Maurizio ebbe una serie d'incontri con Pannella in un albergo romano di via Veneto. Posso testimoniare che Gelli junior è stato un grande finanziatore del partito».


Che altro può testimoniare?


«Che Radio Radicale ripianava i debiti della Lista Pannella col denaro ricevuto dallo Stato. Non poteva farlo, era contro la legge. Con una convenzione ad hoc e senza gara d'appalto, Radio Radicale dal 1998 incassa 10 milioni di euro l'anno per mandare in onda le sedute parlamentari che potrebbero essere trasmesse gratis dalla Rai. In più la legge sull'editoria le garantisce altri 4,3 milioni di euro in quanto organo della Lista Pannella, che peraltro non ha eletti in Parlamento. Ho denunciato tutto questo allo stesso procuratore della Repubblica che mi ha rinviato a giudizio. A tutt'oggi non mi è stata neppure comunicata l'archiviazione dell'esposto. Come se non l'avessi mai presentato».


Perché i radicali erano indebitati?


«Pannella spende patrimoni per le sue carnevalate. La sola campagna Emma for president del 1999 per candidare la Bonino al Quirinale ci costò 1,5 miliardi di lire. All'annuncio che Marco voleva la sua cocca sul Colle, lei svenne o fece finta di svenire, non s'è mai capito bene, durante una riunione notturna in un albergo di Monastier, nel Veneto. Ha sperperato un mare di quattrini nel disegno megalomane e fallimentare del Partito Transnazionale, che aveva 20 sedi nel mondo, da Baku, nell'Azerbaigian, a New York, dove mi spedì a lavorare per sei mesi. Fu lì che vidi i solidissimi rapporti esistenti fra la Bonino, frequentatrice con Mario Monti del Gruppo Bilderberg, e lo spregiudicato finanziere George Soros, il quale nel 1999 prestò un miliardo di lire ai radicali. E fu lì che lessi il fax inviato da Pannella alla stessa Bonino quando la fece nominare commissaria europea nel 1994: Cara principessa, ora tutti s'inchineranno ai tuoi piedi».


Oltre che spendaccione, che tipo è Pannella?


«Un pusillanime. Nell'ultimo colloquio che abbiamo avuto, teneva gli occhi bassi. Riaffermando la mia fede cristiana, riconquistavo la libertà, e questo gli metteva paura. Pur sapendo quale vendetta mi attendeva, ho provato molta pena per lui. Qualche tempo dopo Lydia lo ha incontrato per strada nei pressi di via del Tritone. Pannella le ha voltato le spalle fingendo di guardare le vetrine d'un negozio di strumenti d'acconciatura per donna. E dire che allora non portava la fluente coda di capelli bianchi che oggi tiene annodata lungo la schiena. Non ha avuto il coraggio di girarsi neppure quando mia moglie ha recitato ad alta voce, perché lui sentisse, il Padre nostro e l'Ave Maria».


Solo pusillanime?


«Intelligente. Grande manipolatore. Ha attraversato 50 anni di politica italiana stando sempre nel ventre caldo della vacca, la partitocrazia, fingendo d'esserne fuori e di combatterla. La sede vera del Partito radicale è casa sua, in via della Panetteria, vicino alla Fontana di Trevi, frequentata assiduamente dai tre o quattro uomini che ha amato nel corso della sua vita. L'approvazione e l'esaltazione dell'omosessualità e della bisessualità non solo è connaturata al mondo radicale, ma rappresenta lo strumento attraverso il quale si formano le carriere politiche».


Eppure cita in continuazione le Sacre Scritture.


«E che cosa sa fare il diavolo, se non cercare malamente d'imitare Dio? Da anni usa una sua foto, scattata durante un incontro con Papa Wojtyla al quale partecipavano il dc Flaminio Piccoli e molti altri parlamentari, per vantarsi d'aver avuto un filo diretto con Giovanni Paolo II. Sostiene persino che il Pontefice ascoltava le sue concioni a Teleroma 56. Mi dispiace che Giovanni Maria Vian, direttore dell'Osservatore Romano, sia andato a farsi intervistare da Radio Radicale per confermare quest'amicizia inesistente. Fa il paio con la stoltezza di don Gianni Baget Bozzo, pace all'anima sua, che lo venerava e diceva di lui: Pannella in realtà è una figura interna alla cristianità italiana, non è un politico: è un profeta».


Lei sta demolendo la persona alla quale ha consacrato metà della sua vita.


«Lo so, e mi considero per questo un grande peccatore, che ha alimentato l'opera di devastazione che Pannella ha compiuto sull'identità cristiana di questo Paese. Ha confuso la libertà col desiderio. Ha portato l'Italia a non distinguere più il bene dal male. Ha distrutto milioni di vite umane con l'ideologia abortista. Per questa ragione combatte la Chiesa. Nella sua intelligenza luciferina, sa che gli sopravviverà».


Questo è sicuro.


«Prigioniero di un delirio d'onnipotenza, a 82 anni sta evitando i conti con una categoria che non gli appartiene: la morte. Dovrebbe pregare, come fa mio figlio che di anni ne ha appena 7».


(605. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

luglio 2012

postato da: marinta  


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