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Home » News » Latina » Fondi » "Non c'è pace tra gli ulivi". ...
sabato 15 ottobre 2016
"Non c'è pace tra gli ulivi". Una riduzione teatrale del film, sulle orme di Giuseppe De Santis
FRANCERSCO DI MARCO su LAZIO SUD analizza la messa in scena a Fondi, che si deve all'impegno di Marco Grossi e Giovanni Pannozzo
letture: 546
Ilaria Giovannelli e Giovanni Pannozzo in un momento della rappresentazione teatrale
Ilaria Giovannelli e Giovanni Pannozzo in un momento della rappresentazione teatrale
Fondi: Si è svolta a Fondi, nel chiostro sito all'interno del complesso conventuale di san Domenico, la rappresentazione teatrale di Non c'è pace tra gli ulivi, adattamento dell'omonimo film di Giuseppe De Santis del 1950. Regista ed attore protagonista della pièce, nel ruolo che sullo schermo appartenne a Raf Vallone, è il ventitreenne fondano Giovanni Pannozzo, formatosi presso l'Accademia d'arte drammatica del Lazio e lo Studio Cinema di Roma. Insieme a Marco Grossi, segretario dell'Associazione De Santis e nell'occasione coautore dell'adattamento ed assistente alla regia, il giovane Pannozzo ha operato una vera e propria riscrittura scenica dell'opera di partenza. Operazione certamente ambiziosa, ma che a fronte del positivo riscontro del pubblico, che ha fatto registrare il tutto esaurito nel corso delle repliche, può dirsi riuscita. Facendo tesoro della duplice formazione teatrale e cinematografica, il regista si è avvalso anche dei contributi di Giorgia Piracci e di Florina Jankowski, rispettivamente aiuto regia ed assistente alla produzione, e soprattutto del notevole lavoro di un cast di attori affiatati, molti dei quali giovani destinati ad una crescita artistica, che fa capo all'Associazione culturale dello spettacolo "On Broadway".
Come lasciava già intendere il sottotitolo di "spettacolo teatrale liberamente ispirato al capolavoro del Neorealismo", la messa in scena non si è risolta in una pedissequa riproduzione di quanto De Santis aveva mostrato nel 1950. Al contrario, al rispetto dello spirito, mantenuto inalterato, dell'opera originaria, come sottolineato anche da Lino Capolicchio nella serata conclusiva, si è contrapposta una generale operazione di riformulazione di ben determinate sequenze, che è dovuta non soltanto all'intrinseca diversità del medium (lì cinema, qui teatro), ma anche a scelte che appaiono ponderate e a lungo studiate dall'ensemble artefice dello spettacolo. La diversità del mezzo non ha soltanto implicato una differente contrazione del tempo della narrazione all'interno di quello della rappresentazione - dove la voce narrante di Luca Ward e le musiche eseguite dal Gruppo Folk Città di Fondi hanno svolto anche la funzione di entr'acte - ma soprattutto l'ideazione di una originale concezione dello spazio scenico. Là dove l'ambientazione del film trovava dislocazione fra le città, le campagne e le spiagge di Fondi, Itri e Sperlonga, quella della pièce è stata ricondotta ad unità nel quadrilatero del chiostro di san Domenico. Ed è il caso di dire che di necessità si è fatta virtù. La riscrittura scenica ha infatti puntato sulla massiccia occupazione di quasi tutto lo spazio orizzontale praticabile, con una sorta di prospettiva "a fuochi multipli" che ha scandito la scena in senso longitudinale. Fondamentali per guidare l'occhio dello spettatore sono stati i movimenti delle luci, che si sono fatti carico di quanto nel film veniva espresso attraverso l'utilizzo dei piani ravvicinati.
Ma la vera innovazione è consistita nello sfruttamento della dimensione verticale, grazie ad un intelligente utilizzo a fini drammaturgici del loggiato superiore del chiostro. L'idea di ambientare alcune scene fra le più significative sul loggiato ha accentuato la dialettica, tutta interna all'opera, fra coloro che sono capaci di elevarsi ad una dimensione per così dire "spirituale" e coloro che, invece, restano ancorati alla materialità della terra: pensiamo all'imponente gravitas di Bonfiglio contrapposta alla levitas, pura, di Lucia. In quest'ordine di idee risiede una chiave di lettura contemporanea di determinate scene, come quella in cui la ragazza, ancorché promessa sposa al ricco proprietario terriero, confessa la sua attuale casta purezza a Francesco Dominici. Ciò ha luogo nel loggiato, come pure la spiegazione del motivo che ha impresso alla vicenda una svolta decisiva, ossia la falsa testimonianza contro il suo amato. Della donna, oltre alla presenza, viene al contempo elevato il valore: ella si pone, infatti, come artefice non solo dell'eros, essendo l'elemento di contesa fra due uomini (che rappresentano, più a monte, due opposti princìpi e modi di essere), ma anche come custode del potere di determinare l'azione. Ciò vale non soltanto riferendosi al caso di Lucia, ma anche delle altre donne, come di Maria Grazia, che riesce all'ultimo a far saltare il matrimonio di Bonfiglio con la stessa Lucia. Benché la litote espressa bene dal titolo possa in apparenza far pensare alla narrazione di una storia combattuta fra uomini - la pace del film come antitesi della guerra -, in verità la commedia ripropone per altre vie l'idea di un De Santis attento alle ragioni della donna ben prima del tempo della rivoluzione femminista. Dalle mondine di Riso amaro, di cui le ragazze di Non c'è pace tra gli ulivi richiamano in senso lato l'idea di coralità, alle aspiranti dattilografe di Roma ore 11, sino alle prostitute di Donne proibite nella sceneggiatura scritta per Giuseppe Amato, gli esempi abbondano nella cinematografia del regista fondano. E lungo questa scia, l'adattamento di Pannozzo e Grossi inserisce una donna (Serina Stamegna) nell'inedito ruolo della napoletana Margherita Capuano, ricoperto invece nel film da un comico maschile (Dante Maggio). È ancora nel finale che si rivela la valenza drammaturgica del loggiato. Non è casuale che sia proprio qui che avvenga la morte di Bonfiglio, sintomatica della presenza del personaggio in una dimensione che non gli appartiene. La materialità della terra viene da lui utilizzata ed intesa in senso letterale, ossia a fini materialistici, in un crescendo di soprusi e prevaricazioni che non conosce confini, ignorando appunto quelli altrui che ritiene di poter acquisire esclusivamente grazie al denaro. Incapace di elevarsi spiritualmente, Bonfiglio ha la meglio soltanto nelle sequenze ambientate in basso e, in particolare, nella sua proprietà. Ma è proprio nel momento in cui la sfida si sposta in alto, sul loggiato, ch'egli è destinato a rimanere soccombente.
È doveroso evidenziare, fra le altre, l'intensa interpretazione di Dario de Francesco, il quale s'è perfettamente integrato come caratterista sui generis nel ruolo di Bonfiglio, e di Ilaria Giovannelli, nel ruolo che già appartenne a Lucia Bosé, entrambi confortati dall'ampio tributo del pubblico. Diventa allora riduttivo qualificare "cornice" quella del chiostro di san Domenico, al contrario vero protagonista al di là della funzione di semplice encadrage della scena. Il fascino del luogo riporta alla mente la teoria secondo la quale il complesso di san Domenico fu edificato sulle rovine di un precedente anfiteatro romano, come indicherebbe la denominazione di Maria iuxta anphiteatrum civitatis Fundanae, presente nelle fonti storiche con riferimento alla presenza di un anfiteatro nel centro storico della città. Benché l'anacronismo di talune acconciature contemporanee risalti agli occhi dello spettatore più attento, stridendo con la filologica ricostruzione dei costumi dell'epoca, va sottolineato che la regia, lontana dal ridurre il film ad un dramma di parola, ne ha conservato pienamente l'azione. La fedeltà al testo originario non è stata tradita, ma anzi, mantenuta anche alla lettera, come nel caso dell'incipit, dove la voce narrante che introduce la Ciociaria era e rimane un indelebile manifesto programmatico del Neorealismo. Proprio sotto questo profilo, la parola trova un legame con la scena nell'assenza di un vero e proprio palcoscenico materiale: i personaggi battono la terra, come a rimarcare il viscerale legame dell'uomo con l'ambiente che lo circonda, nei canoni di uno stilema caro alla corrente.
Al termine dello spettacolo, Marco Grossi ha sottolineato la valenza attuale che ricopre il Neorealismo, approvando pienamente l'idea di una rilettura in chiave teatrale del film da parte del Pannozzo. Quest'ultimo ha ripercorso le vicende che hanno portato alla creazione dello spettacolo, che ha espressamente dedicato, nel centenario della nascita, a Raf Vallone, la figlia del quale, Arabella, ha assistito alla "prima" giudicandola molto positivamente. Lo stesso Lino Capolicchio ha affermato che De Santis avrebbe guardato con favore a una tale operazione di riscrittura scenica. In effetti, proprio il regista fondano ricordò in un'intervista di aver ricercato espressamente una certa "teatralità" nel suo film, peraltro attraverso modalità che risultano in anticipo rispetto a quanto la Nouvelle Vague avrebbe per conto suo diffuso un decennio più avanti: "ho voluto far parlare i personaggi in macchina, come se quello che essi avevano alle spalle fosse un enorme palcoscenico ed essi recitassero per il pubblico, qualche volta persino guardandolo negli occhi".
Tutto ciò non può che avallare implicitamente l'idea di portare a teatro uno dei capolavori del cinema neorealista. È quanto è stato fatto in questa occasione, secondo una messa in scena dalle caratteristiche originali ed allo stesso tempo rispettose del lavoro di partenza. Si può allora concludere citando uno dei Leitmotiv del film: «chi ruba la roba sua, non è ladro». Nulla è stato sottratto allo spirito dell'opera, a cui Giovanni Pannozzo e Marco Grossi hanno invece reso omaggio con una loro originale, personalissima interpretazione.
La copertina del n. 10 di LAZIO SUD
La copertina del n. 10 di LAZIO SUD
Il n. 10 di "Lazio Sud", la rivista diretta da Lido Chiusano, si compone dei seguenti articoli.
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postato da: LGC  


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