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Home » News » Webzine » Politica » Sull'uscita di Falcemartello d...
giovedì 14 gennaio 2016
Sull'uscita di Falcemartello da Rifondazione Comunista
Nè un bilancio nè una prospettiva 14 gennaio 2016
letture: 1627
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
Politica: L'organizzazione Falcemartello (ora movimento politico "Sinistra Classe Rivoluzione") ha annunciato la sua scissione dal Partito della Rifondazione Comunista.
L'avvenimento, non secondario all'interno delle sempre più travagliate (e scarse) acque che agitano Rifondazione Comunista, è parte del continuo declino di quel partito, ormai giunto ad una situazione di stremo politico e organizzativo, e segna un ulteriore passo avanti nella deriva normalizzatrice della sua linea politica, essendo ormai praticamente privo di qualsiasi opposizione di sinistra interna.
A prescindere dall'analisi generale su questi aspetti, così come sullo stato attuale della sinistra politica e sociale, si impongono alcune brevi osservazioni specifiche sulla base del documento nel quale SCR comunica la sua uscita dal PRC (1).

Innanzitutto è da considerare la tempistica dell'abbandono del PRC. Nel documento si afferma che si conclude la militanza dei compagni di Falcemartello/SCR nel PRC perché, in seguito all'avvio dell'ultima operazione trasformistica tentata dal PRC, quella del nuovo soggetto unitario con SEL-Fassina-ex sinistra PD e company, «viene meno il senso di un dibattito per linee interne al partito, considerato che questo rinuncia anche formalmente alla propria esistenza politica indipendente». Verrebbe da chiedere: perché queste conclusioni vengono fatte solo per questa operazione trasformistica e non per le precedenti, che lo stesso documento elenca tutte, a partire dall'Arcobaleno? Cosa avrebbe questa operazione di peggio o di qualitativamente diverso dalle altre? In relazione a tutte queste operazioni, il dibattito interno non si era ridotto ad una finzione già da tempo? La rinuncia alla propria esistenza non era, di fatto, una realtà già consumata, con le precedenti scelte ed esperienze?
Tanto più che, a rigor di logica, si potrebbe obiettare che dopo il ribadito no di Ferrero allo scioglimento del PRC nella trattativa con le altre forze che dovrebbero dar vita al soggetto unitario (no che ha fatto saltare il tavolo unitario), il superamento formale di Rifondazione non è né un dato acquisito né una prospettiva imminente. Come peraltro lo stesso documento riconosce, dicendo che come struttura organizzativa il PRC potrebbe in teoria durare ancora a lungo.

Nel documento viene affrontata (in realtà fugacemente) la crisi strategica di Rifondazione Comunista, e del suo «crollo» come organizzazione politica. La degenerazione irreversibile del PRC è una realtà che SCR riconosce oggi, a partire da qualche tempo (IX congresso, 2013), ma che ha ostinatamente negato per anni, contro l'analisi del PCL (e non solo del PCL), anche quando i fatti - dallo stesso documento ricordati (crollo degli iscritti, assenza di radicamento, forte indebolimento organizzativo...) lo testimoniavano apertamente, via via sempre di più. Non aver voluto/saputo vedere o ammettere questa tendenza, già in atto almeno dal 2008 se non da prima, e l'aver anzi assecondato l'idea di una rigenerazione e di una ripresa del PRC (partecipazione di Falcemartello alla segreteria nazionale tra il 2008 e il 2009, con la "svolta di Chianciano" da essi accreditata) quando questa tendenza (oggettiva e soggettiva) si stava pienamente dispiegando e stava dando i suoi visibili frutti amari, costituisce la principale voce di bilancio mancante a consuntivo della esperienza di SCR nel PRC.

Ma l'elemento più grave, e anche il più macroscopicamente rilevante, del documento citato riguarda le cause e gli elementi essenziali all'origine della degenerazione del PRC. Fra di essi, pur nella brevità della loro ricapitolazione, sorprendentemente non viene affatto affrontata e nemmeno citata di passaggio (!) la questione del governo. Dell'esperienza di governo del PRC nell'Unione (2006-2008) e del suo attuale perdurante coinvolgimento nelle amministrazioni di ogni ordine e grado non si fa parola. Come se la radice di tutti i mali (e di tutto l'opportunismo) risiedesse in generici «errori politici» e «sconfitte» (nate dal nulla). Anche qui, l'analisi è ipocritamente reticente, e precisamente sui motivi che hanno diviso la difesa fatta da Falcemartello della permanenza in un partito di governo dai principi di chi vi si opponeva da un versante marxista e rivoluzionario.

Ci sarebbe poi da spiegare - sia detto senza ironia - come mai la base del PRC, in tutti questi anni di continui fallimenti politici, non abbia voltato le spalle ai dirigenti riformisti per andare in massa verso Falcemartello, o anche solo per radicalizzarsi a sinistra (secondo il classico schema tradizionalmente teorizzato da Falcemartello), a meno di non voler vedere la radicalizzazione nella presunta svolta di Chianciano e nella scissione di SEL.

La necessità della svolta di SCR è collegata alla «necessità storica» del partito di classe. Ma la logica dell'appellarsi al programma rivoluzionario e allo stesso tempo al "partito di classe" (generico, né rivoluzionario né riformista, o entrambe le cose) lascia scoperto il senso stesso di questa necessità, e la sua effettiva credibilità.
La parola d'ordine strategica di un generico e vago "partito di classe" o "partito del lavoro" (evocato ed invocato da SCR durante tutti questi ultimi anni, di volta in volta visto nella FIOM, in Landini, ecc., e tutte le volte sfumato prima ancora di essere stato concepito) non fa altro che riproporre, su basi nuove (e al di là dell'intenzione dei compagni di SCR) tutti gli equivoci e le false speranze sui quali si sono basati i partiti di sinistra "ampi" negli ultimi vent'anni almeno, gli stessi equivoci che si sono ritrovati in Syriza, e nella Rifondazione dei tempi andati. Con gli effetti catastrofici che sono oggi sotto gli occhi di tutti.
Quando nel documento viene denunciato - a ragione - il fatto che i riformisti non hanno tratto le lezioni della vicenda greca, questa accusa andrebbe rivolta anche a chi, dopo la vicenda greca e a fronte del naufragio del progetto di Syriza, si ostina a riproporre un indistinto "partito di classe".
Il punto centrale di questa contraddizione è proprio l'incoerenza e l'inconseguenza del rivendicare un programma anticapitalista e rivoluzionario prescindendo dal tipo di organizzazione che di tale programma si dovrebbe far carico, vale a dire non di un partito semplicemente e genericamente di classe, ma di un partito rivoluzionario. A nulla vale agitare un programma di indipendenza di classe, e un'azione conseguente, se lo si affida a formule che hanno già mostrato, oggi più che mai, di non essere la soluzione, ma anzi parte del problema.
E di sicuro non aiuterebbe a risolvere o a chiarificare nemmeno una delle esigenze strategiche chiamate in causa da SCR e alle quali è d'obbligo rispondere.



(1) http://www.rivoluzione.red/la-nostra-uscita-da-rifondazione-comunista/

La nostra uscita da Rifondazione comunista
La caratteristica più evidente della situazione italiana è l'assenza di una forza politica, di un partito che sia un riferimento credibile per i lavoratori e gli sfruttati. Allo stato comatoso della sinistra politica si accompagna inoltre la profonda crisi di strategia della Cgil, incapace di opporsi all'offensiva di Renzi e di Confindustria.
Non ritorneremo qui sulle ragioni vicine e lontane di questo stato di cose. Basti registrare che oggi la parola "sinistra", compresa quella che si definisce "comunista", è agli occhi di milioni di persone associata con l'immagine di piccoli congreghe ossessivamente dedite alla scalata di piccoli spazi elettorali, lontane da qualsiasi seria pratica di lotta, incapaci di esprimere una analisi credibile della crisi del capitalismo e tantomeno un programma capace di indicare la via d'uscita.
Che questa immagine appaia ingenerosa verso quei tanti compagni e compagne che continuano a prodigarsi in mille forme di militanza e di lotta contro questo sistema (fra questi, e certo non per ultimi, i militanti di Rifondazione comunista), non fa altro che sottolineare le colpe imperdonabili dei gruppi dirigenti.
In principio fu la Sinistra Arcobaleno. Poi la Federazione della sinistra. Poi Rivoluzione civile. Poi l'Altra Europa (e in mezzo a queste altre esperienze già dimenticate quali Alba, Cambiare si può, ecc.). Ognuna di queste operazioni di trasformismo politico è finita in lacrime, al di là dell'avere raccolto pochi o pochissimi voti. E ogni volta, puntualmente, il gruppo dirigente del Prc ha riproposto la stessa identica ricetta.
Il partito di classe è una necessità storica. Senza una forza politica di massa che si identifichi pienamente con gli interessi dei lavoratori, che sappia difenderli su tutti i terreni di scontro, che sia pienamente indipendente dalle ideologie e dai programmi di altre classi sociali, non è neppure immaginabile che il movimento dei lavoratori possa svolgere un ruolo e affermare le proprie esigenze. A questa necessità non si può rispondere con trucchi e giochi di prestigio. Un partito di massa dei lavoratori nascerà in Italia solo sull'onda di grandi movimenti dei lavoratori stessi e degli altri settori oppressi da questo sistema economico. Questa è la lezione della storia e anche dell'esperienza recente di altri paesi europei.
Un movimento di massa non nasce per desiderio di qualcuno e neppure solo perché sarebbe astrattamente necessario. Le condizioni della sua maturazione sono in gran parte oggettive e certamente fuori dalla portata delle attuali forze della sinistra in Italia. Diverso è il caso dei sindacati di massa come la Cgil o la Fiom, che come si è visto nella lotta contro il Jobs Act e contro la "buona scuola" sono stati in grado di portare in piazza centinaia di migliaia di lavoratori, e se non hanno proseguito è stato in primo luogo per la codardia e l'opportunismo dei loro gruppi dirigenti, lontani mille miglia dalla prospettiva di un vero conflitto di massa che possa piegare le controparti e aggrappati invece alla speranza di una concertazione che quotidianamente viene demolita dal governo e dai padroni.
Ma questo processo oggettivo è solo un lato della medaglia: l'altro lato è quello del ruolo soggettivo, ossia dell'intervento organizzato e consapevole di una forza politica.
Un movimento di massa non può essere suscitato a piacere, ma si può e si deve facilitarne lo sviluppo e soprattutto lavorare per garantire le condizioni di una sua vittoria. Questo oggi concretamente significa costruire e rafforzare quell'ossatura di quadri politici, di militanti di avanguardia che possano svolgere questi compiti. Quadri credibili, che non possono essere raccolti e organizzati solo sulla base di qualche facile slogan "antiliberista", ma che devono sapere unire teoria e pratica, che sappiano difendere e applicare l'analisi marxista che mai come oggi, nella crisi storica del capitalismo, si è dimostrata l'unica capace di indicare le radici della crisi e soprattutto la prospettiva del suo rovesciamento.
Sono necessari militanti non screditati dalle sconfitte passate, liberi dal cinismo e dalla disillusione che oggi caratterizzano la gran parte della militanza della sinistra. Ma soprattutto militanti animati da una fiducia profonda, ragionata e incrollabile nella capacità della classe lavoratrice di cambiare il mondo, una volta che sia organizzata e consapevole dei propri compiti.
Abbiamo difeso e praticato per molti anni questa prospettiva anche partecipando alla vita interna, alle iniziative e al dibattito del Prc. In particolare dopo la sconfitta della Sinistra Arcobaleno (2008) e la successiva scissione di Sel, abbiamo lottato affinché il Prc traesse tutte le lezioni di quelle sconfitte e degli errori politici che le avevano generate. Tuttavia questa battaglia è stata insufficiente, il Prc ha dimostrato di non avere le forze per risalire una corrente avversa e, al contrario, se ne è fatto trascinare.
C'è stato un forte crollo organizzativo, nel numero di iscritti, nella presenza militante, nel radicamento nella società e in particolare nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, così come fra i giovani. Ma il crollo più grave è stato quello politico. L'esperienza di questi anni (almeno gli ultimi sette) dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio che tutto il gruppo dirigente nazionale e la gran parte di quelli locali così come dei militanti di base ha assunto la prospettiva di liquidazione del proprio stesso partito.
L'ultima tappa di una marcia tanto lunga quanto poco gloriosa è l'avventura di Sinistra Italiana. Riassumiamo brevemente. Il Prc decide di aderire a un appello ("Noi ci siamo") con un voto a maggioranza nel Comitato politico nazionale del 7-8 novembre. Tale appello implica l'adesione del partito a un ennesimo "nuovo soggetto" della sinistra italiana. Su tale proposta si procede a una consultazione della base.
Nelle stesse ore nelle quali venivano prese queste decisioni, il "nuovo soggetto" si materializzava con la sigla di Sinistra Italiana, che riunisce Sel e parte dei fuoriusciti dal Pd (Fassina, D'Attorre, ecc.). Passano pochi giorni e costoro, forti della visibilità conferitagli dal gruppo parlamentare, dettano le loro condizioni: il nuovo partito è fatto, chi vuole sciolga la propria formazione e vi aderisca.
Seguono lettere, comunicati, appelli, polemiche, lamenti e ingiurie, e intanto il Prc continua a "consultare" i propri militanti su una proposta che non esiste più. Ebbene, nonostante tutto questo, neppure un sussulto di reazione viene a galla e la proposta del Cpn viene approvata, stando ai dati ufficiali, da oltre il 70 per cento dei circa 5mila compagni che votano.
Ferrero giura e spergiura che il Prc non si scioglie "né oggi né domani", ecc. Ma ciò che conta non sono le intenzioni e le dichiarazioni, bensì la logica inesorabile delle scelte compiute. Si può infatti non partecipare a una assemblea, non sottoscrivere un appello o fare una polemica sui social network. Ma quando arriveranno le elezioni politiche (e anche le amministrative), Rifondazione avrà solo la scelta tra non esserci (ovvero improvvisare una lista e prendere se va bene l'1 per cento) o supplicare in ginocchio qualche candidatura nelle liste di Sinistra Italiana. Se per qualche motivo Ferrero non vorrà farlo, lo farà qualcun altro al posto suo.
Oggi la "sinistra" è quindi Sinistra Italiana, è il Prc non potrà che esserne forza di complemento. Tuttavia Sinistra Italiana, per le cause sia oggettive che soggettive sopra indicate, non è né il partito di classe, né un suo potenziale embrione. Nel migliore dei casi, è una caricatura della sinistra che sarebbe necessaria.
Non si tratta solo (ed è già dire molto) del nodo non ancora risolto delle alleanze col Pd. L'indipendenza di classe non è solo un fatto elettorale, e anche qui sbaglia il compagno Ferrero quando assume il terreno elettorale come quello discriminante. L'indipendenza di classe è innanzitutto nel programma, negli obiettivi di un partito e nei metodi che si dà per perseguirli. La lezione greca dovrebbe insegnarci qualcosa. Syriza non ha fatto accordi elettorali con nessun partito borghese, e questo è stata una delle cause del suo successo elettorale. Tuttavia una volta al governo (in coalizione) Tsipras si è rimangiato tutte le promesse iniziali e si è piegato ai diktat della troika nonostante l'enorme appoggio che la popolazione gli aveva confermato nel referendum del 5 luglio. Oggi, mentre il secondo governo Tsipras taglia le pensioni e privatizza a tutto spiano, che ne è del dichiarato "antiliberismo"? E della tanto sbandierata democrazia? E questa lezione non dovrebbe far suonare l'allarme innanzitutto in tutte quelle forze politiche si sono schierate acriticamente a sostegno di Tsipras? La lezione di Atene non riguarda forse anche Podemos, Corbyn, la coalizione di sinistra in Portogallo, ecc.?
E, guardando più lontano, la stessa sconfitta elettorale del chavismo in Venezuela non conferma per l'ennesima volta che il riformismo alla fine porta al disastro e che è impossibile alla lunga conciliare una politica in favore delle classi popolari fintanto che il potere reale, economico e politico, rimane in mano al capitale?
Di tutto questo dovrebbe discutere seriamente chiunque si proponga di costruire una alternativa a sinistra. I quadri e i militanti di un futuro partito dei lavoratori italiani si possono formare solo apprendendo da queste lezioni. Parallelamente, poiché una forza politica non si costruisce solo col dibattito, devono condurre un lavoro sistematico e coordinato per radicarsi nel movimento operaio e fra i giovani. Nessuno di questi due compiti oggi è assolto dal Prc in quanto tale, né il partito è più una sede nella quale sia possibile porre questa esigenza.
Un partito che rinuncia al proprio ruolo, che si concepisce solo come parte inevitabilmente subalterna di altre tendenze politiche, perde il motivo di esistere. Può forse durare come apparato, come struttura organizzativa, ma come forza politica è condannato.
Nel 2013 come Sinistra Classe Rivoluzione (Scr) ci siamo costituiti come movimento politico. Oggi registriamo che con le decisioni assunte dagli organismi dirigenti del Prc e confermate dalla consultazione fra gli iscritti, viene meno il senso di un dibattito per linee interne al partito, considerato che questo rinuncia anche formalmente alla propria esistenza politica indipendente.
Si interrompe qui, quindi, la nostra militanza nel Partito della Rifondazione comunista, al quale non rinnoveremo l'adesione per il 2016.
Siamo consapevoli che il nostro movimento non ha oggi il radicamento di massa per formare il partito che sarebbe necessario. Dichiarare oggi che Scr è il partito di classe in Italia significherebbe creare una setta.
Per questo motivo continueremo a incalzare quelle forze a sinistra e nel movimento operaio che continuano nonostante tutto ad essere prese a riferimento da larghe fasce di lavoratori a rompere con la subordinazione alla politica di altre classi e ad assumersi l'onere di costruire tale partito. Nella misura in cui queste si facciano carico di battaglie, anche parziali, che siano riconoscibili con chiarezza dalla classe come proprie, sosterremo tali battaglie.
Una politica di fronte unico rimane una necessità oggi come ieri. Ma proprio per perseguirla è necessaria una assoluta chiarezza e una totale indipendenza politica, programmatica e di azione.
Separiamo quindi definitivamente le sorti del nostro movimento da quelle del Prc, forti della convinzione maturata in questi anni che questa separazione non solo non ci isola, ma al contrario sviluppa pienamente il potenziale che abbiamo misurato nel lavoro svolto. Nel movimento operaio e fra i giovani esiste non solo un potenziale di lotta antisistema, ma anche una richiesta diffusa di formazione e spiegazione politica, una ricerca di idee rivoluzionarie capaci di fondare una scelta di militanza e di lotta contro un capitalismo sempre più barbarico. La compiamo in piena connessione e solidarietà con i nostri compagni nel resto d'Europa e del mondo, fuori da ogni lettura provinciale della crisi della sinistra italiana che, pur nelle sue peculiarità, può essere compresa e superata solo basandosi sull'insieme dell'esperienza che il movimento operaio attraversa a livello internazionale.
Restiamo pienamente fiduciosi che anche in Italia queste aspirazioni saranno alla base di grandi movimenti di massa capaci di scuotere le basi del sistema e di mettere all'ordine del giorno la possibilità del suo rovesciamento. È quindi una separazione e una chiarificazione necessaria oggi per combattere fino in fondo le battaglie di domani.
8 gennaio 2016
Claudio Bellotti, Lucia Erpice, Jacopo Renda (Direzione nazionale Prc-Se)
Franco Bavila, Christian Febbraro, Irene Forno, Gemma Giusti, Lidia Luzzaro, Vittorio Saldutti, Ilic Vezzosi (Comitato politico nazionale Prc-Se)
Partito Comunista dei Lavoratori

di: Partito Comunista dei Lavoratori


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