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Home » News » Webzine » Narrativa e Poesia » Una storia vera
venerdì 04 settembre 2015
Una storia vera
"Allo stesso modo di Auschwitz, per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio". Umberto Veronesi
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Cover
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Narrativa e Poesia: Capitolo I
Tutte le storie, è risaputo, hanno un inizio e una fine. Lieta, scontata o tragica ma hanno una fine. Quella che sto per raccontarvi - in verità è un intreccio di storie - ha avuto un suo inizio ma al momento una fine non ce l'ha. Un po' come non ha un senso una meravigliosa canzone di Vasco Rossi.
La centrale elettronucleare del Garigliano fu costruita dal 1º novembre 1959 al 1º gennaio 1964, su progetto dell'architetto Riccardo Morandi, dalla SENN S.p.A., ai tempi parte del gruppo IRI - Finelettrica e compartecipata anche da Finnmeccanica e Finsider, sotto l'egida del CNRN e con tecnologia della società americana General Electric: Ha iniziato l'attività commerciale dal 1º giugno 1964.
Nel 1965 la proprietà della centrale è stata assunta da Enel. È stata oggetto di un guasto a un generatore di vapore nel 1978 e, dopo aver valutato come antieconomici i costi della sua riparazione vista la poca vita residua dell'impianto, è stata disattivata definitivamente il 1º marzo 1982.
Da allora è stato garantito il mantenimento in sicurezza delle strutture e degli impianti a tutela della popolazione e dell'ambiente. La centrale ha complessivamente prodotto 12,5 miliardi di kWh di energia elettrica. Nel 1999 Sogin è divenuta proprietaria dell'impianto con l'obiettivo di realizzare la bonifica ambientale del sito: allontanamento del combustibile nucleare, decontaminazione e smantellamento delle strutture e gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi. Dal 20 Settembre 2013 il Presidente della Società è Giuseppe Zollino e l'Amministratore Delegato Riccardo Casale. (Da Wikipedia).
La "Mozzarella" o la "Palla", come viene chiamata dalle popolazioni che vi insistono tutt'intorno, troneggia con la sua possente massa sulla riva sinistra del Garigliano, a poche centinaia di metri da essa, in tenimento di Sessa Aurunca in provincia di Caserta. Su quanto abbiano influito le sue emissioni "nocive" in termini di neoplasie esiste una monumentale documentazione, anche sul Web, così come è vero che la letteratura negazionista è altrettanto corposa.
Il più strenuo avversario della "Mozzarella" fu don Marcantonio Tibaldi, avvocato nato e residente, per anni, nel piccolo borgo laziale di Santi Cosma e Damiano, borgo dal quale si domina, a vista, tutta la zona sud della piana del Garigliano. Il Tibaldi, scomparso il 13 gennaio del 2007, ha pubblicato l'opuscolo "L'inquinamento da radionuclidi nelle acque del Lazio meridionale", nel quale denuncia insistentemente la contaminazione della flora e della fauna marina locale e l'incidenza preoccupante di malformazioni genetiche e di tumori nei residenti della zona. La sua attività di denuncia non si è mai fermata e gli è costata anche numerose querele, dalle quali è sempre uscito indenne.
Il buon Dio che, dicono, è bontà, saggezza e giustizia assolute ci avrebbe fatto a sua immagine e somiglianza e ficcati nel mitico Paradiso terrestre poi, forse per noia forse per divertirsi un po' alle nostre spalle con un calcio nel posteriore, e con una scusa banalissima, ci avrebbe, come ci ha, spedito nell'Interno nel quale viviamo da millenni. E giù guerre fratricide, epidemie, morte e soprattutto malanni a iosa. Il tutto in virtù di quel gran dono che sarebbe il libero arbitrio. Ovvero, detto in parole povere, "la volete la bicicletta? Allora pedalate!".
Ci ha anche dettato "Dieci comandamenti" e conscio del fatto che non li avevamo ben capiti, nell'anno di grazia 2014, ce li ha fatti spiegare da un guitto iperpagato, che, tra l'altro, ed era ora, ci ha spiegato che il "Non commettere atti impuri" non sta per "Non trombare". La qual cosa mi lascia un po' perplesso visto che, e senza voler essere blasfemo, Lui per procreare da una donna ha utilizzato un metodo non proprio tradizionale.
Il male, quello che a chiacchiere non si augura mai a nessuno, si è convinti sia sempre patrimonio altrui e ci si rende conto che non è così solo quando ci colpisce personalmente. Il che accade spesso e volentieri anche se fino a quel fatidico momento si pensa di essere tutti dei padreterni.
Giorgio, belloccio e straripante di salute, aveva vissuto la sua vita normale - un buon lavoro nell'azienda di famiglia, una moglie perfetta e due figlie stupende - fino a quel freddo giorno di gennaio dell'anno di disgrazia 1995 quando un lancinante dolore sottosternale lo costrinse a coricarsi sul marciapiede innanzi ad un noto locale commerciale della città nella quale viveva. Si fece il segno della croce - lui che non era stato mai un fervente credente - e raccomandò l'anima a Dio. Ma il Supremo, ammesso che esista, decise che non era ancora giunta la sua ora. Gli concesse la possibilità di guadagnare la sua abitazione e di consultare un medico che ne dispose il ricovero immediato in ospedale.
Le analisi di rito dettero esito negativo ed una diagnosi, quantomeno affrettata, recitò di una innocua tracheite, cronicizzata, da fumo.
La ricomparsa del dolore, sia pure meno violento, nei giorni successivi alle dimissioni dal nosocomio spinsero l'uomo ad effettuare degli accertamenti più mirati e questa volta il responso fu tutt'altro che rassicurante: occlusione, quasi totale, della coronaria discendente anteriore. Il che voleva dire che non vi era alternativa ad un rischioso intervento di by-pass multiplo. Intervento che venne effettuato presso una nota clinica romana, privata ma convenzionata con il Servizio Sanitario Nazionale, e che ebbe buon esito.
Giorgio ritornò tra vivi a pieno titolo e dovette prendere atto del fatto che lassù, nonostante il suo scetticismo, qualcuno lo amava. Parole del cardiochirurgo che aveva effettuato l'intervento.
Nei due anni successivi all'intervento si sottopose ai controlli di rito ed avrebbe certamente continuato ad effettuarli negli anni a seguire se una grossa tegola, cadutagli tra capo e collo, non lo avessero costretto ad occuparsi di una ben più corposa e tragica priorità: sua moglie, l'amata Francesca, venne colpita da un tumore alla lingua. Una neoplasia di quelle che lasciano poche vie di scampo, gli fu detto (a lei la verità venne sottaciuta), se non a prezzo, perlomeno in Italia, di debilitanti e mostruose mutilazioni facciali. Alternativa: un viaggio della speranza con destinazione un noto istituto oncologico nei pressi di Parigi.
Il caso, fortunatamente, dispose diversamente e volle che Giorgio e Francesca scoprissero che presso un Centro di Riferimento Oncologico del Nord-Est italico si applicava lo stesso protocollo terapeutico utilizzato in Francia. Ovvero niente intervento chirurgico ma chemio e radioterapia al fine di ridurre la massa tumorale al punto da rendere, se non non necessario quanto meno poco invasivo il ricorso al bisturi.
Capitolo II
Tutto si concluse per il meglio e dopo un infinito ciclo di chemio e radioterapia - la Coca Cola si dimostrò durante la cura un efficacissimo antiemetico - il ritorno a casa. I capelli, ovviamente caduti, ricrebbero, se non più forti, sufficientemente folti e la sicurezza di avercela fatta venne confermata, almeno ambedue credevano, nei dieci anni successivi durante i quali Francesca, anche lei come da prassi, si sottopose ai previsti controlli prima semestrali e poi annuali.
Ma il Diavolo, che sia maledetto!, fa le pentole e sovente non i coperchi ed il "mostro", dopo diciotto anni di quiescenza , in barba alle campate in aria statistiche sulla sopravvivenza, si risvegliò in tutta la sua distruttiva potenza sotto forma di un adenocarcinoma allo stomaco. La gastrectomia totale dell'organo si rese purtroppo necessaria e dopo un lungo periodo di degenza la giovane donna guadagnò finalmente la desiata magione natia. E furono ancora lunghi mesi conditi dall'infusione di medicinali potenzialmente più nocivi del tumore stesso.
Le cose comunque sembravano mettersi per il meglio pur prospettandosi una vita fatta di pasti frequenti, leggeri e poco gustosi. E per circa due anni ci si illuse che la "bestia" si fosse quietata, se non definitivamente, almeno per un periodo sufficientemente lungo. Ma non fu così ché il cancro si rifece vivo e colpì l'intestino minacciando lugubremente anche gli organi vitali viciniori.
Francesca venne, ovviamente, ricoverata ed in una assolata giornata di fine aprile sottoposta ad un intervento di resezione intestinale parziale. Ancora dolore, lunga degenza e prospettiva di nuove debilitanti e dolorose cure fatte di infusioni in vene ormai sclerotizzate ed al limite del collasso totale. E furono sei mesi conditi di invasive e dolorose chemio che minarono ancor più il suo già debilitato organismo con la speranza di avercela però fatta un'altra volta e con la prospettiva di sopravvivere, senza ulteriore martirio, per un nuovo e sufficientemente lungo periodo di tempo.
Ma al peggio non c'è mai fine e la giovane donna venne di nuovo ricoverata, a distanza di circa sedici mesi dall'intervento di gastrectomia totale, nel medesimo, noto ed attrezzato nosocomio campano per essere sottoposta ad un ennesimo invasivo intervento chirurgico con la speranza che, questa volta, non si trattasse di una recidiva ma di conseguenze, naturali, aderenze, dovute all'operazione subita poco più di un mese addietro.
L'intervento, in verità meno invasivo dei precedenti, venne eseguito con la consueta maestria e fu relativamente breve. Un by pass intestinale per un'occlusione importante al duodeno salvarono la vita a Francesca visto che l'organo stava per collassare ed il tutto poteva verificarsi in un brevissimo spazio temporale.
Il chirurgo, come sempre all'altezza della situazione, fece anche un prelievo di tessuti e si affidò ad un esame istologico per identificare, senza tema di smentita, la qualità del male.
Venne il giorno del responso: la massa non asportata, perché inoperabile, risultò essere un nuovo adenocarcinoma, adenocarcinoma già presente in loco, anche questo si seppe, fin da sei mesi prima e che il radiologo, pur avendolo diagnosticato, si ... dimenticò semplicemente, di annotare sul referto della T.A.C.. Tra l'altro una nuova P.E.T. evidenziò l'esistenza di metastasi in altre parti dell'intestino ed ai polmoni.
A questo punto così come aveva fatto nell'immediato, dopo l'intervento di anastomosi, ribadì la frase, lui ateo convinto: "ora non resta che pregare!".
Data la portata meno invasiva del nuovo intervento chirurgico e benché il "mostro" non avesse mollato la preda, perché non asportabile, ed avesse già proliferato, la giovane donna recuperò abbastanza velocemente ed, a sei giorni dall'intervento, riprese ad alimentarsi. Ad alimentarsi con pasti liquidi e semiliquidi ma ad alto contenuto proteico e fatto di tempi lunghi e lenti. Più pasti, brevi e lenti nell'arco della giornata.
Il morale? Quello di Francesca, come intuibile, sotto i talloni. Quello di Giorgio? Normale se non alto. E questo perché, il giovane uomo, aveva la fortuna di essere affetto da "sindrome bipolare", una patologia che lo portava ad oscillare tra stati di profonda depressione, durante i quali per lui anche allacciare una scarpa era un problema, e stati totalmente maniacali nel corso dei quali si sentiva praticamente invincibile ed in grado di superare ogni ostacolo. E questo "precipitare" in fase maniacale, più precisamente ipomaniacale, aiutava Giorgio che nella sua battaglia quotidiana di supporto all'amata Francesca era sorretto dalle sue splendide figlie: una ingegnere edile ed architetto, l'altra medico chirurgo specializzanda in chirurgia generale.
Fecero loro il detto rivoluzionario, "ce n'est qu'un début continuons le combat!", "non è che l'inizio continuiamo la lotta" e si rimboccarono le maniche mostrandosi fiduciosi, speranzosi e non depressi e senza piangere e piangersi addosso. Laddove ne avrebbero avuto disperatamente bisogno.
Il chirurgo, la più giovane delle loro figlie, passava, dopo aver svolto il suo lavoro al servizio dei degenti che la adoravano letteralmente, le notti ed i momenti liberi al fianco dell'adorata madre mentre Giorgio e l'ingegnere, madre di due piccole creature rispettivamente di sei e tre anni, raggiungevano, a giorni alterni, la rispettiva moglie e madre per esserle di supporto psicologico e non solo. Anche molti amici ed amiche non facevano mancare a Francesca la loro preziosa ed amichevole presenza.
La malattia aveva fortemente debilitato il fisico di Francesca che dai naturali sessantacinque di peso era passata a non più di quarantotto chilogrammi. I sanitari che la seguivano, oncologo in testa, decisero allora, secondo protocollo, che prima di affrontare la chemioterapia, che si poneva come ultimo baluardo al proliferare della neoplasia e relative metastasi, avrebbe dovuto riacquistare peso e forze pena il soccombere sotto l'urto potente dei farmaci che in taluni casi, e questo avrebbe potuto dimostrarsi uno di essi, potevano rivelarsi più deleteri delle neoformazioni stesse.
Tutto sembrava procedere per il meglio e, la giovane donna, aveva ripreso ad alimentarsi sia pure di una alimentazione fatta di liquidi, pappette e mele cotte.
Tutto sembrava andare a gonfie vele quando in una notte allucinante la situazione, già ovviamente critica, precipitò d'un colpo. Il "mostro", quel figlio di puttana che non ha mai risparmiato e continua a non risparmiare neppure le anime pie, si mostrò in tutta la sua diabolica presenza colpendo anche l'esofago e costringendo i medici ad intubare Francesca per poterla alimentare in modo decente.
Dietro sua richiesta, e con il beneplacito dei medici curanti, la figlia maggiore la gratificò della presenza degli amati nipotini e regalò a Francesca, anche se al suo animo - e non riusciva a nasconderlo - si era avvinghiata la donna oscura dalla potente falce affilata ed assetata di vite, qualche ora di sana allegria e di gioia infinita.
Poi iniziò a vivere ora dopo ora.
Iniziò a vivere ora dopo ora, a far finta di non aver compreso la gravità della situazione per non buttare un'ulteriore croce sulle spalle dei suoi amati ed ad impegnarsi per recuperare, a base di brodini e pappette fatte di cibi liofilizzati un minimo di forma fisica tale da permetterle di affrontare i terribili cicli di chemioterapia previsti dal protocollo dell'OMS per il suo male, nella maggior parte dei casi, incurabile.
Francesca ne era perfettamente consapevole e parecchi segnali, da lei inconsapevolmente lanciati, lo lasciavano pensare ma una buona dose di ipocrisia, da una e dall'altra parte, aiutavano ed aiutarono.
Il desiderio della giovane donna, madre e nonna presente, era quello di riguadagnare l'uscio di casa ma i professori che l'avevano in cura, malgrado i buoni e continui auspici della di lei figlia Giovanna, medico specializzando in chirurgia generale, non sortirono alcun effetto ché gestire, sempre a detta dei medici curanti, in una semplice camera da letto quel corpo - un tempo di sessantacinque chilogrammi per un metro e settanta di altezza - ormai ridotto al lumicino non sarebbe stata cosa facile, buona e giusta.
Ma alla fine Giovanna ebbe la meglio, fece valere le sue ragioni ineccepibili, anche dal punto di vista medico, in un deserto della medicina quale era quell'ospedale e riportò a casa Francesca, l'adorata madre.
Fu una settimana terribile fatta di bombole di ossigeno da seimila litri - una per notte - e, soprattutto, di dosi da cavallo di morfina.
"Aiutami, Adelio!", fu l'ultima frase, dopo aver ricevuto l'unzione estrema, che pronunciò rivolta al marito di suo figlia. L'amato e rispettato genero, Adelio.
Vita mia
La sua, la mia storia
Prefazione.
Questa è semplicemente la storia della vita di due anime svoltasi nell'arco di circa cinque decenni. La storia di una vita semplice ed intensa fatta di alti e bassi; di gioie, tante, di dolori molti. Forti e devastanti dolori e soprattutto della lotta, protrattasi per ben venti anni, di un'anima coraggiosa, vigorosa ed unica contro un male terribile che, nella maggior parte dei casi, malgrado i progressi della medicina e l'intervento divino, non lascia scampo.
E' anche la storia di luoghi dove la mano assassina dell'uomo ha lasciato il suo segno portando inquinamento, malattie incurabili, malformazioni tremende e morte.
E' la storia di Marta e Michele, di Manuela, di Francesca Romana, di Adelio e dei piccoli Michela, Mela, e Giovanni, Giogiò.
E' la storia di una malattia terribile vissuta con dignità ed affrontata con coraggio immane ed è anche una storia come tante che non ha nulla di straordinario. Una storia vissuta da persone normali come ce sono a iosa e pertanto una storia di molti.
Troppi, soprattutto nel dolore.

Capitolo I
Le mie figlie
Il volto di Francesca Romana, mia figlia, è rigato di lagrime. Lei è medico e non può nascondersi nulla. I suoi occhi azzurri sono appannati, i capelli biondi ... tristi e solo la divisa da medico le dona una dignità accettabile.
La madre, Marta mia moglie, ormai ridotta ad uno scheletro (non più di cinquanta chilogrammi per un metro e settanta di altezza) giace sul suo letto di dolore. Il toradol, un buon dolorifico, le fa compagnia. Il sondino che le raggiunge l'intestino, attraverso una narice e l'esofago, le permette di alimentarsi. Per bocca inserisce solo qualche cucchiaio di brodino insipido.
I pazienti, da cui mia figlia è amatissima per la sua professionalità e disponibilità totale, la chiamano di continuo. Lei non si lascia pregare: asciuga gli occhi bellissimi, deterge il viso dalle lagrime e raggiunge il capezzale di chi la desidera.
Manuela, mora e dalla pelle ambrata, è ingegnere edile ed architetto. E' molto più razionale della mia bionda dagli occhi cerulei ma anche lei sa tutto, sa che siamo alla stretta finale e, sovente, allontanandosi dal capezzale della madre si lascia andare ad un pianto silenzioso e disperato.
Capitolo II
La conoscenza
Una volta a Scauri e Minturno si nasceva regolarmente. Nel locale nosocomio, posto in posizione previlegiata con vista sul Golfo di Gaeta, o più frequentemente in casa assistiti da una mammana ovvero da una levatrice professionista.
Marta e Michele a Scauri, in una casa privata, a Scauri ci erano nati, lei nell'anno di grazia 1950, lui nel 1947, subito dopo la disastrosa seconda guerra mondiale.
Vissero, Marta e Michele, in quartieri diversi della frazione marina minturnese - un luogo baciato da bellezze naturali ineguagliabili (fino a che la mano assassina degli uomini -leggi politici locali e non - non intervenne a violentarle irrimediabilmente) e da un clima unico nella penisola italica perché, è cosa ormai risaputa da tempo (ne ha scritto anche Chiara Valerio nel suo "Spiaggia libera tutti") il clima del Golfo di Gaeta gode del fatto che l'isoterma ideale, quella che prende origini dalle caraibiche isole Cayman, passa al centro del suo territorio. E poi, il massiccio del Monte Petrella, cosa anch'essa arcinota, il gruppo montagnoso più alto d'Europa a quella sua distanza dal mare, completa l'opera proteggendo l'enclave dai venti freddi di nord-ovest mentre quelli che scivolano lungo la piana del Garigliano favoriscono il ricambio dell'aria.
Marta, a soli tredici anni, seguì la sua famiglia in quel di Novara ché il padre, novarese di origini bresciane, non era mai riuscito ad integrarsi nel mondo di Terronia. Lui ,Pierino, che faceva il ferroviere e che era un uomo tanto grande e grosso - un metro e ottantacinque di altezza per ottantacinque chilogrammi di peso - quanto era buono, lavoratore e disponibile.
La permanenza della famigliola, composta da madre padre e figlia unica, in quel della città piemontese durò poco più di un anno ché Carmina, la moglie terrona di Pierino, non riuscì assolutamente a far suo quel luogo nebbioso, freddo ed umido ove, poi, d'estate fameliche zanzare, grazie alla presenza massiccia di risaie, la facevano da padrone.
E poi quel cibarsi a base di polenta, carni grasse e rane fritte, in luogo degli spaghetti ad aglio ed olio o di quelli alla bolognese, del pesce fresco di paranza, proprio non le andò giù.
Carmina era massiccia - da giovane era stata magrissima e con un vitino da vespa -, ma solare e ...logorroica non poteva non soffrire nel trovarsi in un paese di musoni ove ognuno viveva nel suo guscio senza coltivare assolutamente i rapporti con vicini e conoscenti.
Al massimo ci si ritrovava, gli uomini, alla bocciofila a bere spuma e tosto vino rosso. Di bianco manco a parlarne. A limite, per i meno avvinazzati, una birra annaffiata da gassosa.
Pierino, Carmina e la giovane Marta, aveva solo quattordici anni, fecero ritorno a Scauri, nel tranquillo quartiere di Via Castagna, ove era allocata la loro villetta unifamiliare ad un piano circondata da un non disprezzabile giardino gratificato da olivi secolari, limoni ed aranci. E fiori tanti fiori.
A contribuire al ritorno alla base della famigliola fu anche un incidente sul lavoro capitato al capofamiglia. Mentre lavorava alla linea elettrica della tratta ferroviaria Novara - Torino - abbarbicato su un carrello posizionato sul binario questo, condotto da un collega, che poi si accertò sufficientemente brillo, sconfinò in un tratto di linea aerea alimentato da corrente a tremila volt.
La fortuna vuole che l'alimentazione delle reti elettriche delle ferrovie dello stato è fatta di corrente non alternata ma continua e quindi accadde che, pur creatosi, tra carrello e cavo, un potente arco voltaico che sbalzò Pierino a qualche decina di metri dal carrello, l'incidente si rivelò grave ma non letale.
L'uomo riportò seri danni - lesione al cuore, piaghe e relative cicatrici alle ginocchia ed un pezzo di narice letteralmente saltato via - e trascorse ben quattro mesi nel reparto Grandi Ustionati delle Molinette a Torino.
Pierino, si chiamava proprio così e non Piero o Pietro, riprese, ritornato a Scauri di Minturno, il suo lavoro di operaio specializzato, maledettamente abile, addetto agli impianti elettrici; Carmina, detta Minuccia, si riposizionò come matrona della casa e ripristinò, immediatamente, il suo logorroico rapporto con le vicine di casa; Marta si iscrisse al secondo anno del corso di diploma magistrale presso un istituto di Formia.
A Scauri, e Minturno, a quei tempi non esistevano istituti di scuola superiore.
Dotata di viva intelligenza ma soprattutto di mezzi fisici eccezionali la ragazza divenne, curata dalla mitica insegnante ... Villa, la punta di diamante della compagine atletica dell'istituto magistrale che frequentava - all'età di diciassette anni stabilì ben quattro record a livello regionale: nei cento metri piani, nel salto in alto (utilizzava un naturalissimo Fosbury in luogo del classico ventrale), in quello in lungo e, con altre tre colleghe, nella staffetta quattro per cento.
Il Gruppo Sportivo FIAT fece carte false per poterla portare a Torino ove le avrebbe fatto portare a termine gli studi ed ove l'avrebbe inserita nel circuito internazionale, viste le sue potenzialità, dell'atletica leggera.. Ma non se ne fece niente, malgrado il parere ampiamente favorevole del padre, stante la pervicace opposizione della genitrice che preferì non privarsi della presenza di quella che era una figlia unica e fortemente amata.
Noi ci conoscemmo per caso. Frequentavamo, d'estate, lo stesso stabilimento balneare ed entrammo, sempre per caso, a far parte della stessa comitiva. E furono shake ed hully-gully, balli della mattonella - avvinghiati come serpi in calore - e cha-cha-cha.
Marta aveva grossi doti atletiche, teneva testa all'italiano, al latino ed a tutte le altre materie che componevano il piano di studi ma deficitava assolutamente in disegno a mano libera.
E mi chiese aiuto ché io, a quell'epoca, avevo in disegno una mano non disprezzabile. Galeotti furono i disegni e chi li buttava giù dopo che gli furono espressamente commissionati e, forse, con un secondo fine.
E nacque una tenera vera amicizia che poi, di lì a qualche anno, degenerò in amore vero.
Io per la verità avevo già una strana relazione con una ragazza che di certo non amavo ma che avevo solo avuto il piacere di sottrarre ad altri. Una storia fatta di quasi niente sesso e solo di qualche passeggiata sporadica, Poi mi cornificò addirittura ed io, che tra l'altro me lo meritavo, presi la balla al balzo.
Iniziai una relazione con una studentessa più "anziana" di me che quell'invadente di mia sorella - ha sempre tentato di condizionare la mia vita - fece fallire,
E venne Marta.
Ritornavamo da un cinema, una sera, e non le dissi assolutamente niente. Faceva un freddo cane e lei aveva le mani nelle tasche del cappotto. Infilai la mia nella sua tasca destra e le presi la mano. Lei la strinse , mi sorrise e da quel momento non ci lasciammo più.
Avevamo solo 19 e 16 anni rispettivamente.
E furono nove anni di lungo fidanzamento, vissuti intensamente e senza mai uno screzio visto che io iniziai a frequentare ufficialmente la sua casa.
Quando nel 1973 mi arrivò la "cartolina rosa" e dovetti partire per il Battaglione Addestramento Reclute me la vidi arrivare, a Cosenza, in modo del tutto inaspettato. Ché, soffrendo oltre ogni ragionevole ... ragione della mia mancanza volle venirmi a trovare. Ovviamente accompagnata dal genitore che, pur polentone fino al midollo - lui che aveva fatto il partigiano in Val D'Ossola - aveva dei terroni acquisito la gelosia ossessiva. E trattandosi di una figlia femmina potete immaginare come si comportasse da cane da guardia.
Fu comunque una giornata felicissima e particolare in cui io, passeggiando per la meravigliosa Cosenza, esibivo, con orgoglio da maschio italiano, quello splendido esemplare di donna che era al mio fianco.
Vi risparmio i commenti che i commilitoni fecero al mio indirizzo al mio ritorno in caserma. Commenti mai pesanti per la verità ma più improntati a complimenti per quella che, giustamente, consideravano già la mia, futura, metà.
E non si sbagliarono.
La mia ferma, tra Cosenza, Bari e Trani - dove trascorsi praticamente oltre dieci mesi - fu piuttosto breve, solo un anno, visto che proprio quel periodo, nel 1973, le autorità costituite decisero di veleggiare verso il volontariato anche a livello militare.
Marta, sempre accompagnata dal padre fido scudiero e controllore, non mi fece mancare la sua presenza importante e con essa fece sempre colpo sui i miei commilitoni che non sfuggirono al suo fascino ed alla sua naturale, innata simpatia.
Venne anche la fine della leva, finalmente, ed un giorno di un assolato mese di giugno conquistai la sua casa. Non ritornai immediatamente dai miei ma, approfittando del fatto che nessuno conosceva il giorno preciso del mio ritorno, trascorsi una settimana da lei praticamente tappato in una stanza perché non mi si vedesse in giro. E furono baci e languide carezze sempre sotto l'occhio semi vigile della futura suocera.
Un donnone dalla stazza che ricordava il Titanic.
Marta, nel frattempo, aveva preso ad insegnare ed al primo tentativo, come nella sua natura e nelle sue immense capacità professionali, era stata assunta, dal Ministero della P.I., a tempo pieno. Nulla mancava perché, se solo io volessi, convolassimo a nozze.
Ma, riuscii a resistere, più che a lei, che non mi ha mai imposto niente, ai suoceri che vivevano nel terrore di ritrovarsi con un nipotino illegittimo. Resistetti un anno poi capitolai e l'immediato frutto del nostro amore voluto e coltivato fu la piccola Manuela.
Passarono poco più di due anni e l'altro frutto fu un batuffolo rosa e biondo, che risponde al nome di Francesca Romana, nata anche lei nella stessa clinica Moscati in quel di Roma nei pressi dell'ospedale Gemelli. Non uno snobismo, mi sembra di averlo già detto, ma solo la necessità di essere seguiti dal ginecologo di fiducia.
E seguirono anni di estrema felicità fatta di affetto profondo e stima reciproca. Le ragazze vennero su che è una meraviglia dandoci soddisfazioni immense, soprattutto, dal punto di vista scolastico.
Ambedue, dopo aver frequentato elementari (chi non ricorda la mitica maestra Licia ...) e medie a Scauri si iscrissero al liceo scientifico Leon Battista Alberti di Marina di Minturno. Indubbiamente giudicato tra i migliori della regione Lazio. E fu un successo: soprattutto ad opera di Manuela, la primogenita, che conseguì, alla maturità, un sessanta su sessanta. Francesca invece si accontentò di un cinquantaquattro niente male.
Anche la carriera di Marta, insegnante di educazione fisica e delegata del preside in quel della scuola media .... Sempre di Marina di Minturno viveva costellata di successi. E per me furono complimenti non da niente. Ma il diavolo fa, sovente, le pentole e non i coperchi e nell'anno di disgrazia 1997 la mia Marta si ammalò di cancro.
Il mostro la aggredì alla lingua con tutta la buona intenzione di strapparla a me ed alle mie figlie che allora erano ben lungi dal diplomarsi.
Disperati, visto che la malattia poteva avere un approccio anche chirurgico devastante, avemmo la fortuna di conoscere il Centro di Riferimento Oncologico, meglio conosciuto come C.R.O., di Aviano in provincia di Pordenone.
E furono lunghi anni di cure e di angosce superati però, almeno credevamo, brillantemente.
Le ragazze da par loro continuarono a mietere successi scolastici e mentre Manuela, la maggiore, si laureò brillantemente in ingegneria edile ed architettura l'altra, Francesca Romana, conseguì la laurea in medicina ed oggi è specializzanda in chirurgia generale. Ed è a detta dei suoi professori destinata ad una brillante carriera.
Venti anni fa quando affrontammo per la prima volta il mostro in quel di Aviano, nel famoso e famigerato C.R.O., ci dissero che solo statisticamente sono validi i classici cinque anni di sopravvivenza, sono solo un fatto statistico ed è vero: oggi a distanza di ben diciotto anni la bestia si è ripresentata. Allo stomaco.
Dopo una serie di diagnosi a cacchio è stata mia figlia Francesca, il medico, ad indirizzare i colleghi sulla strada giusta e la diagnosi è risultata tremenda: adenocarcinoma nella parte alta dello stomaco. Unica cura: asportazione totale dell'organo e chemioterapia devastante.
A Marta, e d'altronde sarebbe impossibile visto che come si dice dalle mie parti "è cane mozzecato", non nascondiamo nulla e lei, che è una donna estremamente intelligente non si nasconde che questa volta la lotta potrebbe essere impari.
Che Iddio, se esiste, ci aiuti e che Veronesi ("Dopo Auschwitz, il cancro è la prova che Dio non esiste") non abbia ragione.
L'intervento viene programmato immediatamente e dopo le analisi di rito Marta, nell'aprile dell'anno 2013, è sul tavolo operatorio. Stomaco asportato totalmente e chemio in dosi da cavallo anche se le nuove cure riducono di molto gli effetti collaterali secondari.
Mia moglie, infatti, e questo la aiuta molto psicologicamente, non perde, ad esempio, i capelli.
Gli amici, durante questo calvario? A parte Teresa e Marcello ed Angela ed Antonio si danno. Il motivo? Non se la sentono, i vigliacchi, di vederla in uno stato di forte sofferenza.
Passano circa due anni fatti di controlli mensili e sembra che tutto proceda per il meglio. Marta, riacquistate in buona parte le forze si dedica toto corde ai suoi nipotini, fortemente amati, Michela e Giovanni - Mela e Giogiò, come li chiama vezzosamente lei - e non certo trascura il mio essere bipolare che è il suo vero cruccio pur sapendo, e me lo confessa in un momento di profondo sconforto, che la sua ora è vicina.
Io non voglio crederci ma una tac, fatta in settembre, dà voce ai suoi dubbi: il mostro è ancora là e questa volta all'intestino.
Vuole il suo viaggio della speranza verso Aviano, Napoli sembra starle stretta, e noi, io e mia figlia il medico, le siamo comiti. Ma anche qui la sentenza è quella che temevamo: chemio e nuovo intervento.
Marta in effetti ne subisce due di interventi l'uno a distanza di un mese l'uno dall'altro: prima una parziale asportazione dell'intestino poi un'aperura ed una ricucitura per un cancro inoperabile. Non resta che la chemio.
Mia moglie è una leonessa sa che sta per morire ma non demorde ed affronta il primo ciclo con forza e determinazione.
Tutto ok? Sembra proprio di sì e sembra che per l'ennesima volta noi ce la si possa fare. Ma non è così ché mentre siamo in preparazione per il secondo ciclo di chemioterapia la situazione precipita letteralmente.
E sono giorni tremendi soprattutto, a parte che per lei ovviamente, per mia figlia Francesca che da ottimo medico e splendida figlia qual è si accolla il compito di accompagnarla tra i più.
Il che avviene nel breve lasso di tempo di una settimana fra indicibili sofferenze attutite da massicce dosi di Toradol e morfina.
E Marta se ne è andata in una gelida mattina del trenta marzo tra le lagrime dei molti, a parte i cosiddetti amici e parenti del cuore, che l'hanno amata oltre ogni cosa.
L'abbiamo cremata, Marta, ed ora riposa, immagino dolce ed orgogliosa come sempre. Nella sua tomba a fianco del suo papà adorato il forte e dolce Pierino un omone tosto e generoso che fece nella sua lunga vita anche il partigiano.
Addio Marta, riposa in pace e speriamo che Veronesi non abbia ragione!

di: Michele Ciorra


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