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Home » News » Lazio » Dalla "ragion di stato" alla "...
mercoledì 19 novembre 2014
Dalla "ragion di stato" alla "ragion di partito"
LAZIO SUD pubblica un articolo dell'insigne filosofo Girolamo Cotroneo sui problemi dell'organizzazione delle istituzioni politiche.
letture: 2022
Lazio: Uno dei maggiori filosofi europei del Novecento, Karl R. Popper, ha scritto una volta «che i governanti sono stati raramente, sia moralmente che intellettualmente, al di sopra della media e spesso al disotto di essa». Di conseguenza, proseguiva, se questo è vero, se dobbiamo aspettarci «di avere al governo i leader peggiori e soltanto sperare di avere i migliori», la domanda politica di fondo non è più, come una volta riteneva la scienza politica: «Chi deve governare?»; domanda alla quale sono state date le più diverse risposte: gli aristocratici, i borghesi, i proletari, e persino, secondo Platone, i filosofi, ma: «Come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno?».
Popper non aveva dubbi sulla risposta ai problemi che riguardano l'organizzazione delle istituzioni. Una volta accolto il principio che a governare sono quasi sempre i "peggiori", le sole istituzioni politiche in grado in qualche modo di difenderci da quei cattivi governanti così difficile da evitare, sono quelle democratiche, dove dei governi «ci si può sbarazzare per mezzo di elezioni generali»; soltanto queste, infatti, «forniscono i mezzi con i quali i governanti possono essere fatti dimettere dai governati». Tutto ciò lo induceva a pronunciare questo alto "encomium" della democrazia: «L'affermazione che la democrazia non è destinata a durare per sempre equivale, in realtà, all'affermazione che la ragione umana non è destinata a durare per sempre, perché solo la democrazia fornisce una struttura istituzionale che permette non solo l'attuazione di riforme senza violenza, ma anche l'uso della ragione in campo politico».
Queste parole rievocano quelle, assai più realistiche, attribuite a Winston Churchill, e ricordate da Karl Jaspers in una delle su opere più note, La bomba atomica e il destino dell'uomo del 1956, secondo cui «la democrazia è la forma di stato peggiore, se si eccettuano tutte le rimanenti »; e il suo "essere migliore" discende, per riprendere il discorso di Popper, dall'opportunità che offre di sbarazzarci attraverso le elezioni generali periodiche dei governanti inetti, incapaci e, vorrei aggiungere, corrotti, sperando di procurarcene di migliori; ma anche e soprattutto perché, cito ancora Jaspers, «è per noi l'unica via avvertibile e conoscibile, che possa dare possibilità per infiniti miglioramenti, con l'aumento della ragione nei popoli stessi».
Naturalmente quando parliamo di democrazia, intendiamo la democrazia "liberale"; ma detto questo occorre chiedersi: è davvero così? è questa una certezza, la garanzia che possiamo, anzi dobbiamo, fidarci della "democrazia"? Non voglio certo entrare nella polemica politica immediata: ma con innanzi agli occhi la situazione del nostro paese, le vicende di quella che impropriamente chiamiamo la Seconda Repubblica, non possiamo non constatare che la medesima classe dirigente - a volte come maggioranza a volte come opposizione, ma senza in nessun caso mutamento di uomini e di dottrine - ha guidato per circa venti anni il paese. E nonostante si possa dire che non lo ha fatto con grande successo, nessuna delle diverse elezioni generali tenute in questo periodo ha potuto liquidarla.
Queste ci fa comprendere che la democrazia liberale, quale è appunto la nostra, diversamente da quanto diceva - e credeva - Popper, non garantisce il cambio della classe dirigente, anche ove questa abbia dato cattiva - o pessima - prova di sé. Ma a questa sua tesi Popper ne aggiungeva un'altra: quella secondo cui «le istituzioni democratiche non possono migliorare se stesse. Il problema del loro miglioramento è sempre un problema che riguarda le persone non le istituzioni». Poiché questo è senz'altro vero, credo allora occorra chiedersi che cosa c'è di negativo nei comportamenti delle persone - vulgo: dei politici - che giungono a farci dubitare della democrazia e dei suoi metodi.
Diceva Giambattista Vico che a spingere gli uomini verso la politica è l'"ambizione": e poiché la politica, alla resa dei conti, è lotta per la conquista del potere, magari con le migliori intenzioni, una volta raggiunto questo, è assai difficile, doloroso, lasciarlo. Si può qui ricordare che Guido Dorso ha scritto che Mussolini, quando, subito dopo la conquista del potere gli venne chiesto quale fosse il suo primo obiettivo, rispose senza esitazione: "Durare". Qui ovviamente siamo di fronte a un pensiero, un comportamento e una prospettiva totalitari: ma pur senza mettere in discussione il principio fondamentale della democrazia liberale, sarebbe a dire l'alternanza dei governi, accade che chi lo detiene, pure se su mandato temporaneo dei cittadini, cerca i modi più efficaci per conservarlo, per "durare", senza violare, se possibile, le regole e le istituzioni.
Se, per esempio, osserviamo i comportamenti della nostra classe politica - e non escludo che, forse in misura diversa, siano quelli di tutte le classi dirigenti dei paesi democratici - non è difficile giungere alla conclusione che dietro ogni proposta di legge, la domanda non è se essa è utile al paese, ma al partito che la propone o concorre alla sua approvazione, se fa crescere o perdere consenso, cioè voti alle elezioni. A questo si può aggiungere che la democrazia favorisce la polverizzazione dei centri, diciamo, decisionali, provoca la nascita di un numero illimitato di organizzazioni fornite di poteri contrattuali, che praticano una politica corporativa, che non guardano oltre gli interessi, o i privilegi, di coloro che le compongono: e cercare di guadagnare il loro favore indebolisce l'azione di governo e la allontana dagli interessi generali.
La democrazia - o un certo modo di intenderla - ha finito con l'indurre la classe politica a trasformare, per mantenere il proprio potere, la vecchia "ragion di stato" - il sacrificio dei cittadini per il bene, la salvezza dello Stato - in "ragion di partito"; e ha portato avanti fino all'estremo, starei per dire, questo modo di governare. Lontana da me l'idea che il "male" di cui la democrazia stessa soffre, stia nei partiti, per cui un loro indebolimento la rafforzerebbe. Ha scritto uno dei maggiori teorici della democrazia, Hans Kelsen, che quest'ultima «può esistere soltanto se gli individui si raggruppano secondo le loro affinità politiche, allo scopo di indirizzare la volontà generale verso i loro fini politici, cosicché tra l'individuo e lo Stato, si inseriscono quelle formazioni collettive che, come partiti politici, riassumono le uguali volontà dei singoli individui».
Ancora una volta vorrei ricordare una famosa proposizione di Popper: «Le istituzioni sono come le fortezze: raggiungono lo scopo solo se è buona la guarnigione», ossia le persone addette a gestirle: frase che certamente presenta una buona parte di verità: ma non si può non chiedersi che cosa possa fare la più valorosa delle guarnigioni se la fortezza è vecchia e cadente, se non cadere con essa. Né ritengo decisiva l'idea di Croce secondo cui «se manca l'animo libero, nessuna istituzione serve, e se quell'animo c'è le più varie istituzioni possono secondo tempi e luoghi rendere buon servigio»; un argomento al quale Luigi Einaudi opponeva che «vi hanno mezzi, i quali per l'indole loro medesima invincibilmente ripugnano l'idea della libertà ed altri, i quali invece, se pure sono impotenti a crearla, tollerano e talvolta favoriscono il sorgere ed il fiorire od, almeno, l'allargamento di essa ad un numero più grande di uomini»; e ho l'impressione che avesse ragione Einaudi.
Ma pervenire al nostro tempo, uno degli attuali "nemici" della democrazia, lo scrittore politico tedesco Hans-Hermann Hoppe, in un volume dal titolo Democrazia: il dio che ha fallito, la cui prima edizione italiana risale al 2005, ha scritto che in un regime politico democratico chi governa «non possiede il paese, ma finché è in carica gli è permesso di "usarlo" per il proprio vantaggio e a vantaggio dei suoi protetti». Non gli è "permesso": lo fa per sua scelta, per mantenersi al potere; lo fa perché usa a proprio vantaggio gli spazi, i molti spazi di libertà che la democrazia liberale gli concede.
Queste parole ripropongono un vecchio problema: il rapporto tra liberalismo e democrazia, posto con forza da Benedetto Croce, il quale, pur riconoscendo la loro diversa genesi e struttura, li vedeva destinati e congiungersi in "diade indissolubile". Un problema oggi al centro dell'attenzione di una corrente di pensiero nata negli Stati Uniti - il "libertarismo" - , che vede necessario oramai, insistendo soprattutto su questioni di natura economica, sciogliere questa diade, in nome di una più vasta libertà individuale. Uno di essi, David Boaz, in un volume al titolo, appunto, Libertarismo, apparso in Italia nel 2007, dopo avere detto che se pur esiste «una connessione necessaria tra libertà e democrazia, [...] non sono la stessa cosa», ha proseguito con questo singolare argomento: «Se vivessimo in una società in cui il coniuge venisse scelto dal voto di maggioranza di un'intera comunità, vivremmo in una democrazia, ma non avremmo molta libertà». Di là del paradosso, è difficile negare che oggi il rapporto tra liberalismo e democrazia si presenti spesso in maniera conflittuale: ma sciogliere la "diade" che compongono non è senza rischi.
GIROLAMO COTRONEO

È in edicola il N. 4 della rivista "LAZIO SUD" diretta da Lido Chiusano. Prezzo al pubblico € 0,70. Il fascicolo si compone dei seguenti articoli.
"Dalla "ragion di stato" alla "ragion di partito"" di Girolamo Cotroneo; "L'urgenza d'una legge italiana sul fine vita" di Luisella Battaglia; "Centrale del Garigliano e dintorni. Ecomostri che non dormono" di Mirza Mehmedović; "Il tempo e le sue sfide, o della filosofia e del sapere lieto" di Donata Caggiano; "Diaz, Aldrovandi ed altri accidenti. Le notti cilene della nostra democrazia" di Francesco Giampietri; "Se il malaffare inquina la politica. L'assedio mafioso a Fondi e dintorni" di Vincenzo Trani; "Quel che intendo fare per Monte San Biagio" di Federico Carnevale; "Fondi e il suo territorio. Appunti per una storia urbanistica" di Albertina Paparello; "Golfo di Gaeta: il pontile petroli della discordia" di Marcello Di Marco; "Formia: i pasti gratuiti promessi da Michele Forte e mai distribuiti" di Gennaro Varriale; "In terra pontina la schiavitù è dietro l'angolo" di Maurizio Frattagli; "Robin Williams a Macondo" di Clementina Gily; "L'addio a Sperlonga di Elena Varzi" di Orazio Ruggieri; "La raccolta dei rifiuti urbani: un diverso modo d'esser cittadini a Fondi" di Ettore Capasso; "Luca Canali, o della malattia del mondo classico" di Antonio Di Fazio; "La seconda guerra mondiale e il ruolo della Svizzera" di Maurizio Basili; "La mancata "riforma protestante": un luogo comune dell'ideologia italiana" di Dino Cofrancesco.

postato da: LGC  


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