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Home » News » Webzine » Politica » Un nuovo paradigma identitario...
venerdì 09 maggio 2014
Un nuovo paradigma identitario per la Sinistra di Nicola Reale
(Per gentile concessione di "LAZIO SUD-Rivista di Fondi e del Lazio meridionale")
letture: 2500
Politica: La crisi economica, finanziaria e sociale di questi anni ha evidenziato e reso forse irreversibile la crisi d'identità del Partito Democratico. Questa l'impietosa analisi di Nicola Reale in un articolo lucido e coraggioso che colpisce come un pugno allo stomaco.
La crisi esplosa nel 2008, essendosi manifestata inizialmente nelle borse e nel sistema bancario-assicurativo, ha alimentato un'interpretazione riduttiva della sua gravità. Essa, invece, non si è rivelata semplicemente una crisi della "finanza senza regole", ma - come affermano alcuni tra i maggiori economisti mondiali, da Roubini a Stiglitz a Krugmann - ha messo a nudo la crisi del modello neoliberista di capitalismo, ha certificato il fallimento di un sistema economico globalizzato basato esclusivamente sulla dinamica dei mercati e sugli interessi delle banche, producendo più disuguaglianza (più ricchezza e più povertà), meno crescita, e più pericoli per la democrazia. L'intero sistema economico-politico-finanziario si è avvitato su se stesso in un perverso circolo vizioso: la globalizzazione ha determinato una sostanziale uniformità dei modelli economici basati sulla gestione iper-liberista del capitalismo; il sistema iper-liberista ha puntato a superare la crisi economica distruggendo grandi quantità di capitali e di forza lavoro; così facendo ha generato una violenta crisi sociale che, a sua volta, ha accresciuto la crisi dei singoli Stati che si è ripercossa negativamente sull'economia internazionale.
Per tentare di uscire da questo gorgo infernale, i grandi potentati economici e finanziari hanno preteso che la politica si facesse da parte, che si mettesse al servizio dei grandi interessi privati e che non ponesse ostacoli con gli "incontrollabili" riti della democrazia. La politica, a sua volta, già debole di per sé perché incapace di avvertire i segnali della crisi e di guidarla, indebolita ulteriormente dal virus della corruzione e dalla grave crisi di rappresentanza che da anni l'attraversa, invece di reagire ha continuato a galleggiare nel vuoto di idee e di progettualità, abbandonando la sua missione di difesa dell'interesse "pubblico" e sottomettendosi supinamente alle feroci richieste del profitto "privato". I cittadini - politicizzati e non - hanno vanamente creduto, sperato e atteso che la politica intervenisse sullo strapotere dei mercati e della finanza. Ma la politica ha mostrato la sua impotenza rinunciando ad usare gli strumenti di controllo dell'economia e lasciando che il sistema continuasse a funzionare secondo la legge della giungla, la legge del più forte. La Banca Europea ha potuto così dettare le regole per un'austerità intesa come mezzo di attacco allo stato sociale, al lavoro (colpendo soprattutto la piccola e media impresa), ha richiesto lo smantellamento dei diritti dei lavoratori salariati, ai quali sono stati chiesti i sacrifici economici più pesanti. La politica ha obbedito e ha eseguito, attuando una serie di interventi strutturali, ovviamente di stampo neoliberista. L'unica conseguenza di tali interventi è stata la crescita dei profitti e delle disuguaglianze con la creazione di più ricchezza e più povertà. Basti pensare al caso delle banche: causa e motore della crisi, esse hanno ottenuto aiuti enormi dalla Banca Centrale Europea (4.550 miliardi in tre anni) che però non hanno restituito all'economia reale, secondo il vecchio odioso copione di socializzare le perdite e privatizzare i benefici. Per di più, la difesa degli interessi oligarchici ha addirittura comportato una sospensione della sovranità popolare e una sospensione delle regole democratiche. È successo particolarmente in Grecia, ma è successo e sta ancora succedendo in Italia, impedendo ai cittadini di andare alle urne e imponendo loro governi dall'alto. Si tratta d'uno scenario di recessione e di disperazione fabbricato ad arte per ottenere l'indebolimento delle istituzioni democratiche che proteggono i lavoratori, un arretramento epocale delle loro prospettive e il rafforzamento delle oligarchie. In Italia, poi, tutto questo è avvenuto al cospetto di un'opinione pubblica ipnotizzata dall'imbonitore di turno, manipolata e distratta dai mezzi d'informazione di massa e frastornata dal bailamme inconcludente del dibattito politico. Il modo violento in cui sono state imposte le politiche di austerity ha creato un vero e proprio disastro sociale: sono stati bruciati i sogni, le opportunità, il futuro di un'intera generazione. Pur tuttavia, la scelta di un'austerity distruttiva, i feroci costi pagati dalla gran parte dei cittadini e il disastro sociale ed economico che ne è derivato avrebbero potuto costituire un punto di partenza per cambiare rotta, per avviare finalmente un'azione politica diretta verso una radicale modifica del modello di sviluppo neoliberista; avrebbe potuto favorire un progetto di "rinascita" che trovasse il suo perno intorno al maggior partito del centrosinistra. Ma così non è stato.
Nello scenario qui sommariamente descritto si è invece sviluppata la fase finale di quel processo di involuzione che ha caratterizzato negli ultimi due decenni il Partito Democratico: un partito che, forse rinunciando definitivamente a costruire una propria autonomia di pensiero e d'iniziativa intorno a un progetto di Stato e di società alternativo a quello neoliberista, ha scelto di collocarsi integralmente all'interno di quel quadro di feroce gestione della crisi di parte capitalistica cui abbiamo accennato. Un partito che ha sostanzialmente assimilato e condiviso i paradigmi della cultura neoliberista, finendo per diventare nulla di più che la Sinistra della Destra. Un partito che ha voluto e saputo trasformarsi in modo da esser percepito dai Poteri forti come l'unico in grado di assicurare attuazione delle proposte della Destra proprio grazie al fatto di disporre del consenso elettorale di quelle fasce sociali alle quali viene fatto pagare il prezzo più alto della crisi. Con la pietosa giustificazione dello "stato di emergenza", il PD ha fatto del governo delle "larghe intese" il suo unico spazio di sopravvivenza. Le "larghe intese", battezzate da Letta e poi cresimate da Renzi, costituiscono il tassello di passaggio verso una nuova fase della storia del nostro paese. Una fase che, con l'introduzione nella Costituzione del pareggio di bilancio, prima, e il tentativo di riscrittura della Costituzione in senso presidenzialistico, poi, sono il segno di un assetto autoritario e del tentativo di costituzionalizzare i princìpi del neoliberismo.
Il Partito Democratico ha avallato lo scempio della riforma pensionistica, l'affossamento dell'articolo 18, i tagli indiscriminati della spesa pubblica, il rifiuto di politiche fiscali eque, la trappola del fiscal compact che, oltre a cedere alla Banca Centrale Europea la sovranità dello Stato italiano, peggiorerà la situazione della popolazione già duramente provata dal fisco e dalla mancanza di lavoro, facilitando la recessione già in atto. E che dire del silenzio siderale con il quale il Partito Democratico ha accolto la scelta della Fiat di lasciare l'Italia? Il maggior partito italiano della sinistra non ha ritenuto di dover spendere una sola parola di fronte al fatto che un'azienda che ha sempre beneficiato di ingenti sostegni dello stato italiano, trasferisse all'estero non solo un pezzo importante della nostra economia, ma un pezzo di storia, d'identità e di cultura del nostro paese. Per non parlare della questione dei diritti civili, rispetto alla quale il PD non è riuscito a determinare apprezzabili avanzamenti.
C'è insomma da chiedersi a chi e a cosa serva questo Partito Democratico.
Assistiamo sgomenti al fatto che, nonostante la devastante crisi economica e finanziaria abbia rivelato i limiti del capitalismo finanziario, il PD non abbia perseguito efficacemente l'obiettivo di proporre e realizzare le riforme progressiste di cui l'Italia (e l'Europa) ha bisogno per spostarsi verso un modello di crescita equo e sostenibile sul piano sociale ed ecologico. Il PD appare inerte anche quando, profilandosi segnali di ripresa, le forze conservatici provano a ristabilire la loro egemonia intellettuale, a limitare le riforme politiche progressiste tornando al solito andazzo. Contro questo stato di cose il compito primario della Sinistra dovrebbe essere quello di definire un progetto di riforma del capitalismo che serva a trasformare radicalmente il modello di crescita esistente, che ha generato l'attuale disfacimento economico e morale. Per adempiere a questo compito la Sinistra deve liberarsi dall'idea mutuata dalla Destra secondo la quale il progresso consiste esclusivamente nella crescita del reddito e che le disuguaglianze siano sistematicamente funzionali al sistema economico. Una Sinistra che oggi voglia proporsi alla guida del Paese ha bisogno di un nuovo paradigma identitario, di una visione ideale e morale, di un nuovo progetto-paese: ha bisogno, quindi, di ciò di cui non è stato capace il Partito Democratico. Di qui la necessità di costruire un nuovo soggetto politico organizzato, che fondi sull'antiliberismo il nuovo terreno dell'opposizione sul quale recuperare e rilanciare la rappresentanza politica delle fasce più deboli della società proponendosi come nuovo polo del sistema politico italiano: il polo della Sinistra senza se e senza ma.
Una nuova speranza per il Paese non potrà germogliare attorno al braciere nel quale Matteo Renzi sta bruciando incenso per coprire il puzzo di vecchio e rancido emanato dal suo esibito "nuovismo". Non costituendo un valore in sé, il "nuovo" non è mai stato né potrà mai essere una categoria politica che, nella sua soddisfatta autosufficienza, sia valida ed applicabile sempre, dovunque e per qualunque fine. Se riportare nella Politica la speranza - come qualcuno pensa abbia fatto Renzi - significa proporre al Paese la fotocopia del governo Letta-Alfano o, peggio ancora, vuol dire supportare o farsi surrettiziamente supportare da un pluricondannato con il quale si baratta l'accordo sulla nuova legge elettorale, allora o si pensa che il trasformismo sia l'anima della politica o si dà il nome di speranza a ciò che è già morto. Del resto non c'è bisogno di essere esperti analisti per capire come le vicende che negli ultimi mesi hanno visto protagonista il Partito Democratico siano state la pietra tombale sulla speranza di milioni di italiani. Riportare la speranza nella politica, ridare nuova passione e una nuova visione politica ad un popolo di delusi significa oggi adoperarsi in un'impresa non facile ma certamente indispensabile: ricostruire una sinistra europeista e moderna che dia voce e prospettiva alle pressanti domande di cambiamento presenti nel Paese, facendole convergere sull'orizzonte comune di un modello di società davvero più equo, più solidale, più democratico. Questa può essere oggi non solo la via maestra per uscire dalla crisi, ma anche la strada per rivitalizzare la Politica. Perché la salvezza della Politica (quella con la P maiuscola) è la precondizione per salvare la democrazia e il Paese, mai come oggi in serio pericolo.
(A coloro ai quali questo grido di allarme potrà sembrare eccessivo, ricordo che tutti ballavano mentre il Titanic stava per affondare).

NICOLA REALE

di: Nicola Reale


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