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Home » News » Latina » Sperlonga » Sperlonga Fort Apache - Storie...
martedì 26 febbraio 2013
Sperlonga Fort Apache - Storie di killer e spaghetti
letture: 4408
Sperlonga: Da queste parti passa (è sempre passata) una barriera, una linea di confine. Questa zona d' Italia fra Gaeta, Formia, Itri, Fondi, Sperlonga, su fino alle paludi pontine e giù fino all' antica Cuma, ma diciamo fino a Napoli, è sempre stato un punto critico, caotico, straordinariamente confuso. Qui gli etruschi di Porsenna, per dirne una, venivano a menare le mani con i greci; e i greci da qui risalivano fino ad Albalonga, quando Roma era un accampamento di squinternati o poco più. Questa era zona di marca fra papato e Borboni, una terra di briganti incanagliti, di bufali portati dall' India e gens d' armes murattiani che caracollavano nelle pesanti tenute da dragone fra i pastori e pecore nere. Sulla spiaggia di Sperlonga c' è una fonte limpida, una grande sorgente da cui si svena una polla di fresca acqua che passa tra canne e cespugli, e piante, come se l' inquinamento non esistesse e non fosse mai esistito. Fino allo scorso inverno sulla spiaggia di Sperlonga venivano ad abbeverarsi le pecore, e poi invadevano l' arenile fino al mare, dove si bagnavano ed uscivano sudice di sabbia. Oggi girano meno pecore e più camorristi: la malavita si espande come una metastasi, passa per i mercati generali, si allarga sull' edilizia, marcia di tracotanza in tracotanza e resta silenziosa soltanto là dove la gente paga e zitta, come succede a Gaeta. Proprio due giorni fa qui hanno arrestato un camorrista che si doveva fare ventott' anni di galera per via d' una rapina col morto, ma che per il clan Iovine faceva l' assassino di mestiere o, come pigramente ormai diciamo e scriviamo, il killer. Un americano, Washington Irving, scrittore di storie western e avventure della prateria, all' inizio del secolo scorso si trasferì qui per alcuni anni, affascinato dai luoghi impervi e miasmatici. Tornato poi negli Stati Uniti descrisse in un libretto le storie parallele del western italiano, con i reparti di cavalleria e i banditi, le belle viaggiatrici e i loro accompagnatori insidiate dai camorristi del tempo: uomini violenti e stravagantemente vestiti che si dividevano le forre e crocevia fra Itri e Fondi, Gaeta e Formia. Fra Sperlonga e Fort Apache non c' era allora gran differenza e la banda di Gennarone poteva equivalere a quella di Geronimo. Ma le memorie di Washington Irving mostrano qualcosa che va al di là della saga del brigantaggio: racconta il modo subdolo, tessuto sul rovescio della realtà, che legava allora come lega oggi malavita e parassitismo, potere politico e frange di camorra che ottengono l' impunità dai servizi segreti ai quali hanno reso segreti servizi. Meriterebbe di essere letto in pubblico, magari con la memoria del caso Cirillo nella mente. Ma è comunque straordinario leggere che proprio qui, dove riusciamo a parcheggiare tra le frasche, esisteva una stazione di posta, dove, come in Ombre rosse, i viaggiatori tremavano aspettando l' alba e l' attacco. Magari qui si consolavano con la mozzarella di bufala e bevendo certi rosolii appiccicaticci. I viandanti della stazione di posta di Sperlonga a loro volta narrano le loro avventure con i briganti, i sequestri, le violenze, i pentimenti, gli omicidi, seguendo la vecchia ricetta: Una notte i viaggiatori si riunirono intorno al fuoco e il primo cominciò a raccontare.... E la piana e le colline di Formia, Terracina, Gaeta, si trasforma in quella di Saragoza con i fantasmi e le streghe di Ian Potocki. Comunque, e al di là della romantica invenzione, sembra certo che molti teschi di briganti, e altrettanti di viandanti pendessero dagli alberi. Oggi si estende invece l' uso della dinamite e manca del tutto il tonfo degli zoccoli della cavalleria, e lo scintillio dei pugnali di corno. Vecchie romanticherie, naturalmente. E queste spiagge, le colline delle ville abbandonate dai proprietari stanchi di vedersele saccheggiare due volte per inverno dai ladri corredati da camion per traslocatori, sono comunque e restano di grande fascino. Un fascino che resiste alle balordaggini dei domenicali con la moto, all' aggressione spavalda dei giovani che vengono da Latina, da Terracina, da Sabaudia, da Caserta, dall' entroterra di una provincia italiana quasi sconosciuta e che ha curiose origini persino venete, al nord, per l' emigrazione coatta ai tempi della bonifica sotto il fascismo. Etnie mescolate con quelle degli antichi popoli locali scesi dai monti e venuti dal mare, greci ed etruschi, latini e sabini, e poi orde saracene e frange francesi, qualche inglese che si è stabilito silenziosamente, qualche strano profugo che cerca di essere dimenticato. Una terra, un mare, una collina di grandi misteri e profumi notturni di zagare, di rincosperma, di gelsomini spagnoli. Adatta per la semina intensiva della nostalgia e la vendemmia dei ricordi che ciascuno di noi si illude che siano davvero mitici. Io posso metterci del mio per motivi d' adolescenza trascorsa anche a Serapo, dove i toscani avevano aperto un loro stabilimento Viareggio che ancora esiste e funziona alla maniera, più o meno versiliana. E poi per via di certi giardini scoscesi, di certi odori e le mosche: milioni di mosche e mosconi e moschini e vespiglioni e altri volanti e pungenti, che noi inseguivamo sportivamente con la pompetta mitragliatrice del flit con cui facevamo una cura intensissima inalando il cancerogeno Ddt. Quanto ne abbiamo bevuto e respirato insieme a tonnellate di pulviscolo termonucleare degli esperimenti che russi, americani, francesi e inglesi spernacchiavano in quegli anni sulla crosta terrestre alla faccia nostra. Sarebbe sleale e perfino disdicevole impegolare il lettore con i ricordi miei. Sta di fatto però che quei ricordi sono stati più o meno gli stessi per un' intera generazione che subiva qui la sua metamorfosi tra infanzia e adolescenza, fra guerra calda e guerra fredda, fra parlata romana e napoletana, fra picchi rocciosi e spiagge piattissime, fra ricchi signori odiosi e alteri e scugnizzi miserrimi; luoghi in cui si cementavano amicizie lietamente borghesi e un po' pastasciuttare che potevano giungere fino all' estrema conseguenza della gita in pattino collettiva plurifamiliare, con l' ombrellone aperto a mo' di vela, gli infanti al traino su ciambelle, e il carico alimentare di un ruoto partenopeo e magari, dioguardi, il sartù di riso. Qui si sperimentavano le prime maschere da sub con il tubo di rame, il galleggiante di sugheri incollati e vetro doppio pesante come il piombo. E si sperimentavano altri straordinari attrezzi che avevano tutti in comune di provenire dai mercati americani, di passare attraverso le file della piccola malavita fino a noi, ed erano quasi tutti oggetti di origine o uso militare, da sbarco, da Normandia, da palude, di quell' eterno colore cachi coloniale con ganci, moschettoni, corregge, cinghie. Arrivarono qui, prima che in ogni altro luogo, le pinne di gomma, oggetti stranissimi e animaleschi che ci sconvolsero lietamente la vita, come aveva già fatto, su tutt' altro versante, la penna biro. Erano i tempi, se vi ricordate, in cui il mare era pieno, letteralmente pieno di pesci. E si pescavano cefali e bavose, triglie e seppioline da qui a Posillipo, prima che la schiuma per piatti si sostituisse alle onde del mare. Miracolo: qui i pesci fluttuano ancora. Merito di un depuratore che fa bene il suo mestiere e che ha salvato Sperlonga dall' inquinamento. Cammini fra le secche con l' acqua alla vita (è un mare simile all' Adriatico) e resti turbato dalla quantità di pesci. E così ci troviamo a fare questa sorta di struscio acquatico con Giorgio Montefoschi che sta per andarsi a chiudere con la sua macchina da scrivere ed è angosciato, nel suo ringhiante romanesco, per lo sviluppo del suo nuovo romanzo e del protagonista: Credime, sto qui a arrovellamme. E' tutta la mattina che ce penso: dove lo mando? Dalla moglie o dalla fidanzata?. Ritrovo vecchi amici della facoltà di fisica degli anni ruggenti, trasformati in quasi gentiluomini con pupi e un pizzico di nevrosi molto ben temperata. Qui si rifugiano da sempre i Ginzburg, si vede spesso Rosetta Loy e Carla Ravaioli. Ma il più famoso e celebrato è Raf Vallone, socio fondatore della comunità marina sperlonghese, anche se nessuno dubita che la più antica e meritevole di lode, con trentacinque anni di anzianità sul campo e sull' arenile, sia miss Campbell, che fu partner di Gary Cooper ai tempi del muto. Ma diciamo la verità: protagonista incontrastata dell' estate su queste spiagge non è la corte di Godard, che pure si fa vedere; non sono le apparizioni di Cohn Bendit (che non si fa più vedere); e neppure Irene Papas che ha disertato; né Laura Morante con il marito. No: la vera, l' assoluta star di queste spiagge è la mamma. Diciamo meglio: è la madre e sposa sola, con marito pendolare, sistemata con i bimbi in una casa in fitto. Si apprezza, si palpa, si misura un ritorno, un rilancio, anzi una festosa regressione alle villeggiature di una volta. Il papà sta in ufficio, la mamma è al mare con bimbi e cameriera: un' aria, un sentimento, di banalissima normalità. Se non fosse per la monaca giornalaia, che non va confusa con la foca monaca. Non so se vi è mai capitato di andare dal giornalaio e trovare nell' edicola, a distribuire quotidiani e riviste porno, una florida, rubizza, stizzosa religiosa col naso rosso e l' aria ingrugnata, le ali d' ordinanza inamidate sulla testa, il pettorale di quella roba rigida. Ciò accade, per motivi che restano misteriosi, dal giornalaio di Sperlonga che si trova appena all' uscita della zona marina, appena inizia la salita. Quando la suora non ha più da dare il resto, non si comprano più giornali: quella strilla e strepita che vuole spiccioli e guai a chi si presenta con diecimila. Ma a parte la suora giornalaia, quanto al resto il ritorno all' antico, anzi al precedente, è clamoroso. Si notano autentici generali in pensione che sembrano interpretati da Viarisio. Si incontrano signori in canotta e bermuda che fanno spudorati baciamano sbattendo i tacchi di certi sandalacci di plastica. Un paradiso? Se dobbiamo giudicare dai boschi e dalla macchia mediterranea che bruciano in continuazione dovremmo dire piuttosto un inferno. Ma se dovessimo invece giudicare dal fantastico mercato del pesce di Gaeta, dovremmo ammettere: questo entroterra è un' isola felice. E se poi andiamo a mangiare agli Archi o al Lacoonte, meglio ancora. Tuttavia, noi ricordiamo benissimo, questi luoghi che oggi ti offrono tripudi di gamberoni, trionfi di triglie, ecatombi di pesce spada, ceste di cozze e vongole veraci, fino a trenta anni fa non producevano, non vendevano pesce, se non quello di paranza al tramonto. Erano contadini. La vicinanza del mare era per loro un fastidio. E la cultura, le abitudini alimentari di queste terre, era fatta di prodotti dell' orto e del campo: uva, olivo, pomodori, agnello. I villeggianti, i pendolari, la moda stagionale, hanno estirpato la cultura terragnola e l' hanno sostituita con quella del mare. Si fa pochissimo vino, anche se per fortuna trionfano le sapide e lussuriose mozzarelle di bufala. Polpa fibrosa candida e morbida che, come ricordava Edoardo, deve gocciare lattice, altrimenti, tu desisti.
dal nostro inviato PAOLO GUZZANTI
16 luglio 1989

postato da: inter  


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